Uriah Heep da urlo anche a Vienna (2008)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Gasometer / Vienna / Austria
Data del concerto: 05.11.2008
Numero di spettatori: 2500
Prezzo del biglietto: 38,00€
Per una parte della squadra di Rockline, andare in pellegrinaggio almeno una volta all’anno a un concerto dei leggendari pionieri dell’art rock e dell’hard rock Uriah Heep è ormai diventato quasi una tradizione, e fa bene a esserlo, perché ogni loro show è un’esperienza a sé, che ti resta nel cuore per un bel pezzo. Gli Uriah Heep, che tra poco festeggeranno i quarant’anni di carriera, sono una di quelle rare band indistruttibili dell’età d’oro del rock che, con il loro approccio da lavoratori instancabili, un cuore enorme e un’interazione fantastica con il pubblico, dimostrano ogni volta che semplicemente non riescono a deludere i fan di lunga data, figuriamoci lasciare qualcuno in sala del tutto freddo. È andata così anche quella sera a Vienna, dove li abbiamo visti in un Gasometer bello pieno e ci siamo beccati una bella porzione di magia Heep di prima qualità.
Prima di raccontare cosa è successo sul palco, bisogna dire che quest’anno, dopo una pausa di dieci anni, gli indomabili stregoni dell’hard rock hanno piazzato un ritorno in studio importantissimo e riuscito, con l’ottimo nuovo album “Wake The Sleeper”. All’uscita ha entusiasmato la maggior parte dei fan di lunga data e gliene ha portati anche tanti di nuovi, che stanno ancora scoprendo il loro incredibile tesoro musicale. In linea con questa accoglienza, e forti della fiducia nel nuovo materiale, hanno deciso di suonare l’album nuovo per intero in questo tour.
Non solo per questa serata, ma per l’intero tour, la scaletta è stata divisa in modo da passare con disinvoltura dai pezzi del nuovo album ai classici di sempre. Sulla scelta di questi ultimi, quella sera nessuna sorpresa particolare: i soliti standard che non possono mancare ai loro concerti, anche se la maggior parte è ancora un piacere da ascoltare.
Gli eventuali fan di John Lawton e Peter Goalby stavolta hanno dovuto farsene una ragione, perché in repertorio non c’era nulla di quei due periodi. Anche se io sono un grande fan dell’era Byron, la scelta della band di suonare “Wake The Sleeper” per intero mi è andata benissimo, perché è davvero un disco eccellente e i singoli pezzi hanno fatto da splendido contrasto con i classici per tutta la serata.
Ognuno dei membri della band ci ha esaltato a modo suo quella sera, anche se naturalmente gli Uriah Heep convincono soprattutto come collettivo musicale straordinariamente armonico e dinamico, più che come singoli. Mick Box, chitarrista e unico membro originale della band, ha confermato ancora una volta la sua fama di sciamano del rock unico nel suo genere: ci ha mandati in estasi con i suoi celebri passaggi di chitarra wah-wah e, con quei gesti teatrali delle braccia dalla chitarra verso l’aria, ha tenuto sempre alte le vibrazioni positive tra palco e pubblico. Il suo vecchio compagno di avventure, il bassista Trevor Bolder, ex “ragno di Marte” di Bowie, quella sera è sembrato insolitamente vivace, soprattutto per uno che di solito preferiva starsene più nelle retrovie, con la testa china sul manico del basso.
Il tastierista Phil Lanzon, sui suoi vecchissimi organi Hammond, che occupano una gran parte del loro sound caratteristico, soprattutto di quel calore sonoro protettivo, è apparso come sempre una figura sicurissima, e si è fatto valere anche nel ruolo di corista. Anche se ci è voluto parecchio tempo prima che con le sue magie all’organo zittisse tutti quelli che reclamavano il ritorno del leggendario Ken Hensley, secondo me negli ultimi anni, dopo aver superato di oltre vent’anni la permanenza del suo celebre predecessore, ce l’ha finalmente fatta a conquistare a suo favore anche i più testardi seguaci di Hensley (almeno per quanto riguarda il ruolo di tastierista).
Il sempre di buon umore Bernie Shaw, che dopo l’arrivo del batterista Russell Gilbrook e a più di vent’anni dal suo ingresso nella band non è più il “novellino” del gruppo, ci ha di nuovo entusiasmati con le sue acrobazie vocali, la presenza scenica carismatica e i sorrisetti furbi. Anche se non è più un ragazzino, è ancora in forma smagliante, e se durante il canto gli scappa qualche stecca, quasi non te ne accorgi. Gilbrook, che da Shaw ha ereditato il testimone di “rookie”, nonostante la lunga ombra del suo predecessore, il leggendario Lee Kerslake, sta pian piano venendo accettato sempre di più anche dai fan storici della band. Per il tour si è procurato un set di batteria piuttosto curioso, con un tamburo gigantesco in una posizione speciale, che ha colpito con la bacchetta alla fine di “What Kind Of God”, uno dei pezzi del nuovo album.
Il concerto, come da copione, si è aperto con la title track del nuovo album, e a più riprese hanno suonato diversi pezzi nuovi di fila, con qualche pausa per tuffarsi nel passato che, ovviamente, ha fatto felici soprattutto i vecchi fan. Sarebbe difficile dire quali esecuzioni dei brani nuovi abbiano convinto di più quella sera. Be’, un posto speciale lo darei alle ottime versioni di “What Kind Of God”, “Tears Of The World”, “Angels Walk With You” e “War Child”. Con un’intesa incredibile su tutti i brani del nuovo album hanno dimostrato una grande sicurezza artistica e hanno confermato ancora una volta di essere una delle rare band rock leggendarie che di questi tempi non si appoggiano solo ai vecchi standard. Tutte le critiche che avevano ricevuto da alcuni fan per la lunga pausa in studio, con “Wake The Sleeper” e il nuovo tour sono diventate storia.
Tra i classici, stavolta hanno convinto di più “Gypsy” e “Sunrise”. Durante quest’ultima a Lanzon sono scappati due errorini sugli Hammond, cosa che succede molto di rado, ma comunque si è creata quella magia Heep perfetta che ti prende dalla testa ai piedi. Di “Gyspy”, finalmente suonata con il suo monumentale intro all’Hammond e con un’abile improvvisazione classica del signor Lanzon, si può dire che sia stata forse addirittura la versione migliore di questo pezzo leggendario che mi sia capitato di vedere ai loro concerti. L’immancabile “Look At Yourself” ha lasciato anche stavolta spazio per assoli improvvisati e un jam più lungo per tutti gli strumentisti. Soprattutto ha confermato che Mick Box resta uno dei chitarristi rock più sottovalutati dei nostri tempi, e a questo contribuisce di certo anche la sua innata modestia, la sua schiettezza e sincerità, sia sul palco che fuori. Queste qualità, purtroppo, non sono mai appartenute all’immagine consolidata dell’eroe della chitarra rock.
L’epica “July Morning”, come tante volte prima, per me è stata di nuovo il culmine del concerto. Il suo testo non è mai stato così attuale da tanto tempo e, nonostante l’atmosfera malinconica di fondo, alla fine ha lasciato nell’aria una dose invidiabile di energia positiva. Naturalmente non si sono dimenticati nemmeno dell’antica cowboy song “Stealin'”, che nonostante il continuo riciclo suona ancora fresca e, col giusto umore, pure divertente. Lo stesso non si può dire del già più che masticato “Easy Livin'”, che quella sera, come tante altre volte, è stato l’unico rappresentante del leggendario album “Demons And Wizards” (1972).
Gli Uriah Heep hanno chiuso il concerto senza grosse sorprese e come bis hanno suonato un altro hit ultramasticato, cioè “Lady In Black”, dove non mancano mai la chitarra acustica di Mick, gli applausi e il pubblico che si scalda cantando i ritornelli. Il pubblico austriaco, per non parlare di quello tedesco, impazzisce ancora di più per questo loro pezzo più famoso, che nel 1977, sei anni dopo l’uscita sull’album “Salisbury” (1971), gli fruttò il prestigioso premio musicale tedesco del Leone d’oro.
Personalmente sarei sopravvissuto tranquillamente senza questi due pezzi masticati e rimasticati in lungo e in largo, e li avrei sostituiti volentieri con uno dei tanti ottimi brani degli Heep che non ricevono mai la loro occasione, ma si sa, è la politica della maggior parte dei grandi gruppi rock. Entrambi gli hit, con “Lady In Black” in testa, devono suonarli sempre, se non vogliono farsi linciare dalla maggior parte dei fan: è un po’ come se i Deep Purple non suonassero “Smoke On The Water” o gli Iron Maiden dimenticassero “The Number Of The Beast”. Ed è anche l’unica critica, piccola, a questo concerto, perché oltre agli standard d’acciaio nei bis si poteva suonare almeno una sorpresa dal passato, se non due (come avevano spesso l’abitudine di fare in tanti concerti precedenti).
Ma è solo una sciocchezza, se non proprio una pignoleria, visto che è stata una serata di perfezione scenica, che da fan di lunga data non mi ha sorpreso affatto. La band è stata sempre ottimamente affiatata, l’interazione con il pubblico a livelli altissimi, anche l’audio era di prima qualità, e la cosa più importante è che a lungo dopo che sono scesi dal palco nell’aria sono rimaste vibrazioni positive come ne senti e ne vivi a pochi concerti rock. Gli Uriah Heep ci hanno convinti ancora una volta di essere dei tessitori sopraffini di una magia musicale tutta loro e una delle band più simpatiche del mondo, in senso sia letterale che simbolico, da andare a vedere a ogni occasione che capita.
foto: Aleš Podbrežnik
testo: Peter Podbrežnik
Scaletta
1. Intro
2. Wake the Sleeper
3. Overload
4. Tears of the World
5. Stealin’
6. Sunrise
7. Heavens Rain
8. Book of Lies
9. Light of a Thousand Stars
10. Gypsy
11. Look at Yourself
12. What Kind of God
13. Ghost of the Ocean
14. War Child
15. Shadow
16. Angels Walk With You
17. July Morning
18. Easy Livin’
—bis—
19. Lady in Black
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