Watershed
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Opeth
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2008
Durata: 54:59
Voto: 5/5
Il nuovo album degli Opeth è probabilmente uno dei più attesi del 2008. Soprattutto per l’evoluzione stessa della band, che segue i grandi passi che il gruppo compie senza paura ogni volta che cambia il proprio linguaggio musicale da un disco all’altro. “Watershed” è un’ulteriore conferma che gli Opeth, grazie alla loro metamorfosi continua, frutto di sperimentazioni coraggiose e della voglia di provare ciò che non è mai stato provato, l’ignoto che spinge avanti il carro degli Opeth, sono uno dei punti più caldi della scena metal, se mi concedi di essere molto superficiale.
“Watershed”, con un titolo più che azzeccato, rappresenta una sorta di spartiacque nella carriera della band. Durante la gestazione il gruppo ha dovuto attraversare cambi di formazione, anzi due: Martin Axenrot è il nuovo batterista che ha preso il posto del celebrato Martin Lopez, mentre alla chitarra Friederik Akkeson ha sostituito Peter Lindgren. Entrambi hanno portato al sound dei nuovi Opeth un salto di qualità assoluto, sia dal punto di vista tecnico sia da quello espressivo e sperimentale. “Watershed” è il primo album nella carriera della band in cui gli elementi del progressive rock hanno il sopravvento sul death metal – cioè sul genere da cui gli Opeth sono nati.
Mikael Akerfeldt non ha mai nascosto la sua affinità per il suono acustico. I suoi gusti musicali sono ampissimi e il tipo non si pone limiti particolari quando si siede a comporre. Già il brano acustico d’apertura, Coil, annuncia che dietro l’etichetta “Watershed” si nasconde un album eccezionale. Una base ricca di spirito costruita sulla chitarra acustica, con flauto e tastiere sullo sfondo a fare da orchestra, dentro cui si incastra un intreccio riuscitissimo tra la voce pulita e malinconica di Akerfeldt e una voce femminile, dal tocco gotico, fragile e immacolato, che porta Natalie Lorichs, tra l’altro la ragazza del batterista della band Martin Axenrot. Le parti acustiche dell’album hanno quell’innegabile elemento malinconico tipico delle band scandinave.
La prima svolta inattesa, e di questo album ne è pieno, è il passaggio tra l’iniziale Coil, che si riversa in un pesante riff di chitarra, una cortina massiccia quasi disarmonica, e il brano Heir Apperant. Gli Opeth creano un’atmosfera molto cattiva e cupa già nell’introduzione, e quando poi esplodono i growl death metal di Akerfeldt ci troviamo davanti alla canzone più devastante del disco, che per intensità e atmosfera ricorda qualcosa come The Lepper Affinity, l’apertura dell’album “Blackwater Park”. Le voci di Akerfeldt sono spaventose, come uscite dall’inferno, cattivissime. Heir Apperant è attraversata da un contrasto continuo, un dialogo tra passaggi acustici più calmi e un rombo death metal estremo, che avverte che gli Opeth non hanno perso la loro brutalità e non si sono certo scheggiati i denti metallici. È il pezzo più duro dell’album, a cui l’ottimo assolo di Akkeson, che sulla cattiveria non molla un centimetro, aggiunge un fascino speciale. Il contrasto dei motivi scorre fluido senza esitazioni, e i ragazzi non si dimenticano di infilare in uno dei momenti più calmi perfino un assolo di chitarra “slide” piangente.
Per non sezionare il disco canzone per canzone, perché ne uscirebbe un salsicciotto di recensione troppo lungo, cercherò di limitarmi alle novità essenziali che il nuovo album porta agli Opeth. Con tutta la multistrutturalità di un disco che solo l’occhio sfaccettato di un insetto riuscirebbe a cogliere, sarà un’impresa durissima.
“Watershed” è decisamente un passo evolutivo avanti per gli Opeth. La band ha toccato alcune cose e le ha portate nel proprio linguaggio, cose che prima non avevamo mai visto, o che non erano mai state così in evidenza nel suo sound. L’uscita in arpeggio acustico che si spegne attraverso corde allentate, come se qualcuno stesse mollando i piroli fino a un suono completamente disarmonico e sguaiato, interrotto dall’effetto di una risata costruita in studio (non sono riuscito a sciogliere del tutto il trucco, ma suppongo che il suono sia nato originariamente fuori dalla chitarra di Akerfeldt) e che fa da inizio al brano successivo, è un’invenzione acutissima e una particolarità speciale di questo album.
L’album ha un’atmosfera psichedelica marcata. La ragione va cercata nell’uso di trucchi strumentali acustici che spesso possono suonare disarmonici. Questi passaggi acustici creano non di rado un’atmosfera da brividi, quasi cinematografica, nata per qualche film horror. Inoltre sul nuovo album gli Opeth offrono un uso molto vario delle voci (soprattutto per quanto riguarda la fusione di timbri diversi) e la combinazione delle armonie vocali. Non è nemmeno difficile imbattersi in effetti aggiuntivi insoliti (campioni registrati) intrecciati nell’immagine complessiva dei brani. Tutto questo suona freschissimo su Watershed, nuovissimo per gli Opeth, e apre così nella loro discografia un nuovo capitolo del carattere musicale degli Opeth.
Con l’alternanza costante tra acustica ed eredità estrema del death metal, stavolta gli Opeth fanno pendere la bilancia verso il progressive rock. Ormai non c’è più bisogno di indovinare: le tastiere nel sound sono più in evidenza che mai e diventano un tassello importantissimo del nuovo suono degli Opeth. L’inserimento di orchestrazioni e perfino di vecchio stampo suonate al Moog è diventato di colpo un mattone fondamentale della musica degli Opeth. Più che mai. La ciliegina sulla torta di tutto questo è il brano Burden. Questo pezzo è un vero omaggio ai grandi del prog rock degli anni Settanta. Quando ascolti questo brano tranquillo, che naviga senza vergogna sul mellotron, non è difficile tracciare qualche parallelo con i leggendari Camel, mentre le linee vocali “Oh-oh-oh” nell’ultimo terzo del pezzo riportano in vita i classici Uriah Heep degli anni Settanta. Le sorprese non sono finite quando l’ascoltatore si scontra con gli assoli di Moog, e Akerfeldt rimette il pepe su tutto con un assolo “bluesy” semi-acustico che sfocia in un tris finale di melodie di chitarra armoniche alla Wishbone Ash, chiuso dal già citato arpeggio sguaiato. Rispetto alla discografia del gruppo finora, decisamente uno dei brani più interessanti dell’album.
“Watershed” può essere un album molto educativo, e Akerfeldt e compagnia con questo disco diventano una specie di messia dei nostri tempi. Il nuovo album degli Opeth ha infatti il bel potenziale di catturare l’attenzione di tutti gli amanti del prog rock sinfonico vecchia scuola degli anni Settanta, che potranno finalmente “a piccole dosi” scostare piano piano il sipario che finora nascondeva loro la vista sul regno del death metal melodico, e viceversa. Gli amanti del death metal verranno irrimediabilmente a contatto con “Watershed” con il prog rock così come si suonava negli anni Settanta e magari, grazie a questo, cominceranno a scoprire anche questo genere oggi estinto, ma infinitamente bello e, in senso musicale e artistico, il più compiuto dal punto di vista espressivo.
Opeh con “Watershed” hanno raggiunto una nuova pietra miliare evolutiva e hanno superato di slancio i confini musicali di prima, ovvero hanno ampliato ulteriormente la loro gamma creativa e musicale. È un album con cui la band conferma una motivazione straordinaria, maturità musicale, audacia e coraggio. È uno di quegli album di cui non ti stanchi mai mentre li ascolti. Quando finisce, dall’inizio alla fine, lo rimetti su senza fatica. E ancora. E ancora. Nel rock e nel metal funzionano così solo i dischi migliori, quelli che possiamo chiamare vere opere d’arte musicali. “Watershed” è anche, senza peli sulla lingua, il punto di partenza ideale per chiunque non conosca la band. Con la sua sorpresa costante, la sua unicità e la sua imprevedibilità musicale, nutrirà ogni cervello affamato di profondità e di spirito nell’espressione musicale.
Formazione
Mikael Åkerfeldt – voce, chitarra
Fredrik Åkesson – chitarra
Per Wiberg – tastiere
Martin Mendez – basso
Martin Axenrot – batteria, percussioni
MUSICISTA OSPITE:
Nathalie Lorichs – voce nel brano n. 1
Produzione
Mikael Akerfeldt & Jens Bogren
Tracklist
1. Coil
2. Heir Apparent
3. Lotus Eater
4. Burden
5. Porcelain Heart
6. Hessian Peel
7. Hex Omega