We Can’t Dance

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1991
Voto: 2.5/5

Dopo “Invisible Touch” (1986), il loro album di maggior successo commerciale, la leggendaria band si è presa una lunga pausa. In tanti pensavano che non sarebbero più tornati, soprattutto per via dell’enorme popolarità di Collins, che all’epoca stava raccogliendo come solista, e invece si sono rimessi insieme ed è nato un altro disco pop rock di enorme successo commerciale e pure musicalmente ottimo, che però di nuovo non ha accontentato i fan di vecchia data, quelli che speravano comunque in un ritorno al vecchio sound progressivo e allo stile musicale per cui la band era sempre stata più famosa e amata. Ma con la superstar Collins davanti a tutti era impossibile, e su “We Can’t Dance” la sua influenza solista è quasi più dominante che su “Invisible Touch”, mentre gli altri due membri, tra l’altro originali, Banks e Rutherford, qui sono ridotti quasi al ruolo di semplici musicisti di accompagnamento. Sul disco c’è quindi di nuovo un mucchio di ballad pop e pezzi per lo più su tempi medi. In compenso i testi sono tornati un po’ più intelligenti e sarcastici, e parlano soprattutto dei problemi sociali dell’epoca e un po’ meno dei problemi di cuore di Collins. Resta il fatto che per chi ama i Genesis classici qui c’è pochissimo di interessante. Lunghe parti strumentali e magnifici assoli di Banks ce ne sono giusto un assaggio. Quindi, mentre ascoltate “We Can’t Dance”, dimenticatevi tutto il meglio per cui avete amato la band e preparatevi a vedere i Genesis nella veste più amichevole per le stazioni radio, con una produzione “incerata”.

I primi quattro pezzi del disco, i singoli da classifica, sono tutti pezzi pop rock molto solidi, praticamente senza elementi progressivi, ma di qualità. “No Son Of Mine” è un ottimo pezzo pop d’apertura, uno dei migliori che abbiano fatto nel periodo pop, anche se ricorda più che altro un brano solista di Collins. “Jesus He Knows Me”, con un riff interessante e un testo sarcastico sui predicatori in TV, piacerà a chiunque abbia un pizzico di senso dell’umorismo. L’ambiziosa “Driving The Last Spike”, più di 10 minuti, ha una bella linea ritmica e perfino qualche elemento prog, che però viene soffocato da una produzione soft pop che annacqua un po’ tutto il pezzo. Un altro singolo di successo, “I Can’t Dance”, ha un tiro vivace, un bel riff di Rutherford e un testo sarcastico, ma non ascoltatela troppo, perché vi stuferà abbastanza in fretta. La ballad “Never A Time” è la prima di tante ballad zuccherose di Collins presenti su questo album, ed è proprio questo che toglie credibilità all’intero disco come lavoro di gruppo dei Genesis. È solo una delle tracce noiose del disco, quelle che l’ascoltatore dimentica subito. “Dreaming While You Sleep” è un pezzo impostato in modo ambizioso, ma perde un po’ il filo per colpa di un ritmo sonnacchioso e finisce per essere un ibrido non troppo riuscito tra una ballad di Collins e un’epica prog. “Tell Me Why” è Collins solista puro, che starebbe benissimo nella colonna sonora di un cartone Disney. Insomma, ogni commento è superfluo. La bellissima e un po’ trascurata “Living Forever” ha nella seconda parte un ottimo assolo di Banks e un ritmo di batteria splendido, che la piazzano tra i pezzi migliori e più ambiziosi del disco. La ballad da hit tutta zucchero “Hold On To My Heart” è di nuovo puro Collins solista e, al massimo, è perfetta per addormentarsi dopo una nottata di bagordi. “Way of the World”, nonostante qualche momento noioso, è un pezzo pop solido. Sorprende che non sia stata un hit. “Since I Lost You”, invece, è la vera orrenda sdolcinatura, roba che starebbe bene su un disco solista di Collins e che rappresenta uno dei punti più bassi della storia della band. A salvare l’album dal disastro totale ci pensa la conclusiva “Fading Lights”, l’unico pezzo del disco che si può definire progressivo. Questa epica malinconica, basata su un ritmo orientaleggiante, è in pratica il commiato di Collins dalla band, e senza fatica il miglior pezzo dell’album. E qui finalmente rivive anche il “genio dimenticato” Tony Banks, con il tradizionale assolo di tastiere alla Genesis, a ricordarci che un tempo esisteva una band fatta di tutt’altra pasta. “Fading Lights” è così un addio più che appropriato e dignitoso di Collins alla band, che segna la fine di un’altra era dei Genesis ed è una degna chiusura di questo album piuttosto noioso e creativamente povero.

Come disco pop rock o come lavoro solista di Collins, di “We Can’t Dance” posso parlare solo al superlativo. Come album dei Genesis, invece, “We Can’t Dance” è decisamente uno dei punti più bassi della loro carriera. Quello che dà più fastidio è la durata. Più di 70 minuti sono decisamente troppi per quel mucchio di ballad pop noiose e superflue nella parte centrale del disco, che starebbero bene su qualsiasi album solista di Collins e rovinano l’atmosfera dell’intero lavoro. Soprattutto, a ucciderlo letteralmente è la produzione sonnacchiosa, e questo è l’unico album della band in cui su certi pezzi sento una vera noia e mi viene perfino sonno. Rispetto a “Invisible Touch” a questo disco manca mordente, soprattutto per colpa della produzione, anche se nel complesso ha più pezzi interessanti e quindi, da questo punto di vista, è comunque un leggero passo avanti. Eppure, mentre lo ascolti, hai ancora spesso la sensazione di sentire un lavoro solista di Collins. “We Can’t Dance” è quindi un album che piacerà tantissimo a tutti i fan della sua carriera solista. Per il fan medio dei Genesis, invece, “We Can’t Dance” è un prodotto maledettamente noioso, che rappresenta per così dire il fondo creativo della band, perché con poche eccezioni qui il gruppo suona per la prima volta a tratti stanco e perfino svogliato. L’addio di Collins, non molto dopo il tour di questo album, era inevitabile. La sua carriera solista ha chiesto un prezzo troppo alto, e a pagarlo meno di tutti è stata proprio la band che più di ogni altra ha contribuito alla sua fama, al prezzo di perdere la propria credibilità. L’uscita di Collins ha poi giovato al gruppo, che con l’album successivo ha ripreso a respirare a pieni polmoni per un breve periodo, ma d’altra parte ha rappresentato il chiodo definitivo nella bara dei Genesis.

Formazione

Phil Collins – voce, batteria, percussioni
Mike Rutherford – chitarra, basso, cori
Tony Banks – tastiere, cori

Produzione

Genesis, Nick Davis

Tracklist

1. No Son Of Mine (6:38)
2. Jesus He Knows Me (4:16)
3. Driving The Last Spike (10:08)
4. I Can’t Dance (4:01)
5. Never A Time (3:50)
6. Dreaming While You Sleep (7:15)
7. Tell Me Why (4:58)
8. Living Forever (5:41)
9. Hold On My Heart (4:37)
10. Way Of The World (5:38)
11. Since I Lost You (4:09)
12. Fading Lights (10:16)

Durata dell’album: 71:26

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