Welcome Back My Friends…

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Emerson, Lake & Palmer
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 1974
Durata: 1:49:41
Voto: 5/5

Nel 1974 i campioni inglesi del progressive rock Emerson, Lake & Palmer erano all’apice della carriera, sia sul piano creativo sia su quello commerciale. Quando nacquero, in pochi si aspettavano che una delle prime band capaci di fondere con successo musica classica e rock avrebbe conquistato così in fretta il cuore delle masse, ma chi seguiva fin dall’inizio le carriere dei tre membri, già nelle loro formazioni precedenti, non rimase troppo sorpreso quando cominciarono a fare il tutto esaurito negli stadi come se niente fosse.

Le loro stravaganze sul palco, tra cui spiccano probabilmente Emerson che pianta coltelli tra i tasti delle tastiere, le esibizioni su un tappeto rosso, l’affitto di tre camion per trasportare separatamente l’attrezzatura di ciascun membro della band e le natiche nude mostrate a migliaia di fan in delirio in stadi stracolmi, sono entrate a far parte di molte leggende del rock e di una delle ipotesi preferite per spiegare perché il progressive rock, dopo la metà degli anni Settanta, abbia iniziato a perdere popolarità così in fretta. Gli ELP non hanno mai nascosto di crogiolarsi nella gloria e di godersi il fasto, e così sono diventati una delle poche band progressive, se non l’unica, a sfruttare a fondo ogni occasione il proprio status di star, riuscendo comunque a evitare gli scandali che di solito perseguitavano tutti i loro coetanei, quelli che suonavano un rock un po’ più semplice, di solito derivato dal blues.

Il doppio album dal vivo “Welcome Back My Friends…” con quel titolo chilometrico suona pomposo almeno quanto lo erano, a quei tempi, le esibizioni dei tre sacri re del progressive rock. Il titolo, tra l’altro, viene dal verso d’apertura della suite “Karn Evil 9: First Impression, Part 2”. La versione originale dell’album occupava ben tre dischi in vinile, con le copertine contrassegnate dalle iniziali dei tre membri, mentre l’edizione in CD ne conta due. Tutte le registrazioni provengono dal tour mondiale “Someone Get Me a Ladder”, che si svolse tra il 1973 e il 1974.

La scelta dei pezzi è da sogno sotto ogni punto di vista e mostra con chiarezza di quali armi pesanti disponessero gli ELP quando sedevano sul trono del progressive rock. Una scaletta che contiene allo stesso tempo le versioni integrali dei super epici “Tarkus” e “Karn Evil 9”, senza dubbio le due migliori creazioni della loro storia, è una vittoria a tavolino e offre la miglior vetrina di tutte le qualità musicali dei tre leggendari fuoriclasse. “Hoedown”, amatissimo adattamento di una composizione classica creata in origine dal compositore americano Aaron Copland, è un’apertura eccellente per l’album: lo spalanca con una nota positiva e affilata come una lama, con gli scatenati passaggi di Emerson su Hammond e Moog modulare, mentre in mezzo le marce di batteria di Palmer rullano feroci. Al riscaldamento ben riuscito segue la possente inno “Jerusalem”, che anche stavolta è una genuina incarnazione dell’epicità e della pomposità tipiche degli ELP, con l’ottimo canto di Lake sulla sveglia nazionale inglese, ideata nell’Ottocento dal leggendario poeta inglese William Blake, e con i maestosi veli sacrali dell’organo di Emerson.

Un nuovo contrasto arriva con la caotica “Toccata”, che Emerson ha adattato con la benedizione del suo autore originale, il celebre compositore argentino Alberto Ginastera, e che mostra il lato sperimentale e d’avanguardia del linguaggio degli ELP, quello che negli anni successivi avrebbero trascurato sempre di più. Il bravuroso sfogo di Emerson sul Moog modulare, con tutti quei suoni elettronici variopinti che tira fuori, ricorda un bambino piccolo che ha appena ricevuto in mano il suo giocattolo preferito e comincia a strapazzarlo con entusiasmo.

Con il passaggio improvviso alla quinta marcia, che scatta all’inizio della prima sezione del mega epico “Tarkus”, leggendaria suite su un armadillo-carroarmato guerriero in un mondo post-apocalittico, il diavolo si prende la scena. I confronti con la versione in studio sono inevitabili e, anche se quest’ultima resta superiore a quella dal vivo, qui si trova una marea di improvvisazioni entusiasmanti che arricchiscono ulteriormente lo sviluppo originale di questo indimenticabile epico di fantascienza. Vale soprattutto per le tre sezioni centrali, “Stones Of Years”, “Manticore” e “Battlefield”, dove hanno infilato parecchi inserti improvvisati occasionali che offrono molto più della semplice ammirazione per le doti tecniche dei tre leggendari protagonisti. Lo sfrenato orgasmare di Emerson sul Moog modulare e sugli Hammond è in realtà solo il preliminare di ciò che attende l’ascoltatore alla fine dell’album.

Per tutti quelli che, oltre agli ELP, sono grandi fan dei King Crimson e quindi molto probabilmente anche devoti seguaci di Greg Lake, c’è una piacevolissima sorpresa a metà della sezione “Battlefield”. All’epico assolo di Lake, che sta in cima alla sua carriera di chitarrista, segue infatti il leggendario verso di Sinfield “Confusion Will Be My Epitaph”, che ovviamente viene dal classico dei King Crimson “Epitaph”. È anche uno dei rari momenti in cui gli ELP, o meglio Lake, rendono omaggio ai King Crimson, perché, a parte gli inizi di carriera, quando non avevano ancora abbastanza materiale proprio, hanno sempre evitato il più possibile di suonare i classici delle loro band precedenti. Il cataclisma finale con “Aquatarkus”, che rielabora il motivo principale dell’intera suite con un ulteriore gradino di drammaticità, è la ciliegina d’oro sulla cima della piramide. Un’altra dimostrazione di come virtuosismo e sensibilità possano fondersi per creare arrangiamenti di una bellezza sbalorditiva arriva con “Take a Pebble”, opera psichedelico-folk rock di Lake, in cui infilano con astuzia le due ballate evergreen “Still You Turn Me On” e “Lucky Man”. Il talento vocale di Lake qui viveva il suo apice, quindi non stupisce che le due ballate le canti con un cuore e un’ispirazione fuori dal comune.

Anche il secondo disco continua con un vero e proprio godimento per ogni maniaco del progressive rock, anche se non lo apre un classico ELP tradizionale, ma il numero solista di Emerson. Il mago delle tastiere, ovviamente, non poteva smentire la propria natura, così “Piano Improvisations” è un collage di varie improvvisazioni pianistiche dal mondo della musica classica, guidate dalla “Fugue” nell’esecuzione originale del compositore austriaco Friedrich Gulda, mentre la variazione di “Little Rock Getaway”, classico creato in origine dal pianista jazz americano Joe Sullivan, è una piccola sorpresa, visto che Emerson non è mai stato proprio un fan sfegatato dei pianisti jazz. Le improvvisazioni al piano di Emerson sono comunque proposte come un lungo inserto prima della continuazione, ovvero della conclusione, di “Take a Pebble”, dove rivive di nuovo il lato romantico della band, quello che Lake ha sempre incarnato.

Dal romanticismo si passa di colpo alla goliardia con il divertente medley di due amatissime satire sociali, “Jeremy Bender” e “The Sheriff”. Le due burlesche da saloon, che portano l’ascoltatore nel selvaggio west, si fondono benissimo l’una nell’altra e regalano una distensione più che necessaria prima del secondo grande picco dell’album, altrettanto drammatico. Parliamo infatti del prossimo super epico, “Karn Evil 9”, l’unica composizione nella storia del leggendario trio che per qualità, quantità di buone idee e complessità può mettersi fianco a fianco con “Tarkus” come vetta della loro carriera da compositori. Questa versione è allungata di oltre cinque minuti rispetto ai trenta originali, il che significa che al suo interno si trova una serie di improvvisazioni inaspettate che rendono il tutto ancora più gustoso. Sarebbe difficile dire quale versione di questo profetico epico di fantascienza sul dominio dei computer sugli esseri umani sia la migliore, però bisogna dire che quella dal vivo è suonata con un fuoco incredibile e con il 110% dell’energia da parte di tutti e tre i membri. Triste ma vero: gli ELP non sono mai più riusciti a eseguire entrambi i super epici con una simile sicurezza e negli anni successivi hanno iniziato ad accorciarli sempre di più, o addirittura a toglierli dalla scaletta.

“Welcome Back My Friends…” è uno di quei classici album dal vivo che offrono il miglior colpo d’occhio possibile sul periodo più fertile di una band, in questo caso gli anni d’oro creativi di questo leggendario trio progressive rock. Il tour fu talmente faticoso che gli ELP impiegarono ben tre anni per rimettersi in forze e pubblicare un nuovo album in studio, o meglio, due nuovi album in studio con il titolo complessivo “Works”. Ormai la loro stella si era già parecchio offuscata, il che significa che non si sono mai più ripresi, né sul piano creativo né su quello commerciale, ed ecco perché “Welcome Back My Friends…” è la loro ultima uscita che merita ancora un posto nella collezione di ogni amante del rock progressivo e classico.

Formazione

Keith Emerson – tastiere, voce in “Karn Evil 9 – 1st Impression”
Greg Lake – voce, basso, chitarra elettrica e acustica
Carl Palmer – batteria, percussioni

Produzione

Greg Lake

Tracklist

CD1:
1. Hoedown (4:55)
2. Jerusalem (2:51)
3. Toccata (7:24)
4. Tarkus (16:42)
a) Eruption
b) Stones Of Years
c) Iconoclast
d) Mass
e) Manticore
f) Battlefield (Including “Epitaph”)
g) Aquatarkus
5. Take A Pebble (11:07) (Including “Still… You Turn Me On” {Lake} and “Lucky Man” {Lake}

CD2:
1. Piano Improvisations {Emerson} (11:53)
(Including “Fugue” {Friedrich Gulda} and “Little Rock Getaway” {Joe Sullivan})
2. Take A Pebble (Conclusion) {Lake} (3:33)
3. Jeremy Bender / The Sheriff (Medley) {Emerson / Lake} (5:06)
4. Karn Evil 9 (35:19)
a) 1st Impression (Includes Percussion Solo (Con Brio)
b) 2nd Impression
c) 3rd Impression

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