Welcome to the Show

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Barclay James Harvest
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 1990
Durata: 58:07
Voto: 3/5

Barclay James Harvest (abbreviati BJH) all’inizio degli anni Novanta erano uno dei gruppi di culto dell’età d’oro del prog rock sinfonico, ma in patria, sul suolo britannico, per lo più ‘dimenticati’, anche se a quel punto della carriera si erano ormai trasformati da un pezzo in una specie di pop/soft rock con qualche sporadico lampo art e folk rock. Probabilmente avrebbero presto cominciato a ‘vivacchiare’ ai margini della scena musicale, se non avessero goduto dell’enorme sostegno (ancora) dei fedeli fan tedeschi. Nella seconda metà dei Settanta e per tutti gli Ottanta in Germania erano riusciti a conquistarsi uno status da star, mentre un bel po’ di supporto arrivava anche da Svizzera e Francia,  ma a casa loro nel 1990 ormai se li ricordava a malapena qualcuno, e quei pochi li confondevano per lo più con i ben più noti ‘parenti stretti’ The Moody Blues.

»Welcome to the Show« fu uno degli ultimi album dei BJH usciti prima che, alla fine dei Novanta, la band si spaccasse in due fazioni (litigiose). La copertina porta la firma del celebre grafico Storm Thorgerson, apprezzatissimo soprattutto per il lavoro fatto per i leggendari Pink Floyd. Pare che l’abbreviazione BJH in copertina abbia scatenato parecchio malumore tra i fan, tanto che già nel disco successivo il nome della band tornò a comparire per esteso. Ai due autori e arrangiatori principali, cioè John Lees e Les Holyrod, in questa fase della carriera, in fatto di idee fresche, le energie stavano ormai calando di brutto, e così l’album nel complesso ha lasciato sensazioni piuttosto contrastanti. Alle tastiere ha dato una mano come musicista ospite Kevin McAlea, il cui contributo non è riuscito ad arricchire granché certi arrangiamenti di synth piuttosto scialbi del barbuto bassista Holyrod.

I singoli brani sono di qualità molto altalenante. Per lo più si dimenticano in fretta e sono nella media, con rari lampi di brillantezza che ti ricordano che razza di band fossero i BJH nel loro periodo creativo migliore (gli anni Settanta). »The Life You Lead« è un pop rocker di Holyrod, trascinato dal particolare falsetto del bassista, che fa un po’ pensare ad alcune cose meno chiacchierate del trio dei Bee Gees. »Lady Macbeth«, uno dei pochi momenti davvero ispirati, con un’impostazione piuttosto interessante e un bell’assolo di chitarra, ha un’atmosfera un po’ più cupa rispetto al resto del disco e lascia intendere che Lees fosse allora l’unico nella band a tenere ancora un minimo alle radici sperimentali del gruppo. »Cheap The Bullet« è un hard rocker solido ma presto dimenticato, in cui finalmente si scalda un po’ anche il batterista Mel Pritchard. La title track, con texture di synth migliori e a patto di essere uscita un anno o due prima, avrebbe potuto avere perfino un potenziale da hit, il che è un bel riconoscimento per il suo autore Holyrod.

»John Lennon’s Guitar« è una debole ballata al pianoforte basata su una storia vera: all’inizio dei Settanta John Lees ebbe per caso la possibilità di suonare in studio una delle chitarre del suo idolo John Lennon. Gli arrangiamenti sinfonici promettenti e l’impostazione interessante vengono rovinati da un testo troppo pomposo e da un ritornello da quattro soldi. »Halway to Freedom« è la ballata ‘lamentosa’ di Holyrod, dedicata a tutti i popoli che proprio in quegli anni stavano abbattendo la cortina di ferro nella speranza di una vita migliore sotto un capitalismo (pseudo)democratico. »African Nights«, in cui Holyrod rievoca i ricordi del tour sudafricano dei BJH di inizio anni Settanta, ha un arrangiamento di synth sulle basi sonore degli Ottanta e percussioni di stampo world music. »Psychedelic Child«, con Lees alla voce principale e ottimi riff di chitarra, è un hard rocker a sorpresa e uno dei pochi brani vivaci di »Welcome to the Show«. »Where Do We Go« è la tipica ballata di Holyrod, con ottimi arrangiamenti sinfonici e un canto sentito. »Origin Earth« è un altro pop rocker ottimista che non lascia un’impressione profonda. Va un po’ meglio con la melodrammatica »If Love Is King«, con splendide armonie chitarra-tastiere guidate da un magnifico assolo di chitarra finale, mentre il pezzo di chiusura firmato Holyrod, »Shadows On the Sky«, anch’esso dedicato all’Africa, con quel ritornello eccessivamente ripetitivo comincia presto ad annoiare.

»Welcome to the Show« era, per gli standard dei BJH, un album parecchio ‘sonnacchioso’: si sentiva una band di culto cronicamente a corto di idee d’arrangiamento fresche, che nel comporre i pezzi seguiva per lo più la ‘linea della minima resistenza’ pur di accontentare in qualche modo i fedelissimi fan tedeschi. Rispetto alla maggior parte dei loro dischi degli Ottanta, pieni di centri perfetti ma anche di cantonate clamorose, rappresentava sì un leggero passo avanti, ma era comunque ancora lontanissimo da ciò che avevano creato negli anni Settanta. I BJH dopo l’uscita del tastierista fondatore Stuart ‘Woolly’ Wolstenholme, alla fine dei Settanta, non si sono più davvero ripresi e hanno passato gran parte della loro produzione successiva come un trio pop/rock melodico nella media, con qualche sporadico lampo artrock.

Formazione

John Lees – voce, chitarra
Les Holyrod – voce, basso, tastiere
Mel Pritchard – batteria, percussioni

MUSICISTA OSPITE:
Kevin McAlea – tastiere 

Produzione

Andy MacPherson e Jon Astley

Tracklist

1. The Life You Lead (3:49)
2. Lady MacBeth (4:34)
3. Cheap The Bullet (4:30)
4. Welcome To The Show (4:15)
5. John Lennon’s Guitar (5:41)
6. Halfway To Freedom (4:37)
7. African Nights (5:26)
8. Psychedelic Child (3:41)
9. Where Do We Go (5:09)
10. Origin Earth (4:57)
11. If Love Is King (6:02)
12. Shadows On The Sky (5:26)

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