Wind & Wuthering

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1976
Voto: 4.5/5

“Wind & Wuthering” è l’ultimo vero disco classico della band, nel senso pieno del termine. L’atmosfera generale dell’album, come svela anche la copertina, è misteriosa, romantica in chiave autunnale, idilliaca e campagnola: mentre lo ascolti ti vengono in mente foglie che cadono, un camino che scoppietta e la placida campagna britannica innevata, mentre qualcuno racconta storie fantastiche serali e tu sorseggi un tè bollente. Il titolo dell’album viene dal romanzo “Wuthering Heights” di Emily Bronte, a cui sono ispirati anche gli ultimi tre brani del disco.

Con il disco precedente, “A Trick Of the Tail” (1976), la band aveva dimostrato di poter superare con successo la perdita causata dall’addio del carismatico cantante Peter Gabriel, mantenendo il suo suono classico, le composizioni complesse e gli arrangiamenti sinfonici. Con questo album ha confermato tutto e ha fatto vedere ai critici che si tratta di musicisti per cui nessun ostacolo è troppo alto. Sia nella musica sia nei testi si respira ancora una bella dose di misticismo e di storie surreali, quelle per cui la band era famosa nell’era Gabriel. Anche Collins, pur ricordando ancora parecchio Gabriel in certi punti, ha cominciato ad affermarsi sempre di più come cantante con una personalità tutta sua (un bell’esempio è la ballata “Your Own Special Way”) e a uscire dalla sua ombra. Purtroppo, d’altra parte, è l’ultimo loro disco in cui Tony Banks usa il mellotron e, cosa ancora più importante, l’ultimo del geniale virtuoso romantico della chitarra Steve Hackett, che poi ha lasciato la band per dedicarsi alla carriera solista. Dopo l’addio di Gabriel, le frustrazioni di Hackett nei confronti della band erano diventate sempre più grandi, perché voleva più libertà creativa e, dopo l’uscita del suo primo disco solista “Voyage Of the Acolyte” (1975), si era dedicato sempre di più alla propria carriera solista. Ciononostante, prima di andarsene, proprio con questo suo album “d’addio” ha creato alcune delle sue composizioni migliori.

L’opener, un epico e altamente sinfonico, “Eleventh Earl Of Mar”, rievoca quel romanticismo vittoriano così tipico della band che, un po’ nello stile di “The Musical Box” (Nursery Cryme, 1971), nel testo racconta la storia di un vecchio barone e di suo figlio (si tratta di un personaggio storico realmente esistito, John Erskine, l’undicesimo conte di Mar, capo giacobita del Settecento). I suoni maestosi delle tastiere, soprattutto il mellotron e l’organo di Banks, e i passaggi di batteria incredibilmente innovativi di Collins nella parte iniziale sono davvero grandiosi. L’intero brano ha transizioni fluidissime tra le varie armonie. Pezzo davvero splendido, che senza dubbio rientra tra i tanti classici della band.

“One For the Vine” è uno dei migliori epic della band in assoluto, che riflette alla perfezione l’idillio autunnale e il momento in cui la natura va in “letargo invernale”, con immagini della campagna inglese nelle notti d’autunno, anche se il testo parla di manipolazione politica e abuso di potere. Il brano è pieno di arrangiamenti meravigliosi, con la voce splendida di Collins in primo piano. Si apre con un’introduzione quieta e malinconica, impreziosita da un ritornello splendido e molto melodico, cantato da Collins su note altissime (per i suoi standard). Nella parte centrale arriva una sezione cataclismatica, dove regnano le percussioni varie di Collins e l’armonia tra le tastiere di Banks e i riff di chitarra di Hackett. È un esempio brillante di come la band sia riuscita a fondere con raffinatezza una grande complessità avvolgendola in colori molto melodici, con un classico ritornello da pelle d’oca.

L’unico momento più debole dell’album, soprattutto per i fan dei Genesis classici e del progressive rock in generale, è la ballata “Your Own Special Way”, scritta dal bassista Rutherford, che già lascia intuire cosa sarebbe successo in futuro, quando la band si sarebbe spostata gradualmente verso le acque dell’AOR e del pop. Nonostante abbia più in comune con il rock classico e il pop che con il progressive rock, è una composizione romantica assolutamente solida, che ha regalato loro il primo successo negli USA e un’ottima posizione nelle classifiche di tutto il mondo. Si regge su un ritornello molto melodico con la voce emozionata di Collins, su un ritmo semplice e sull’accompagnamento di Hackett alla chitarra acustica, che contiene anche uno dei suoi riff più riconoscibili dell’album. In molti sensi è senz’altro un brano di svolta per la band, a cui dopo l’uscita di questo disco hanno cominciato a venire sempre più spontanei pezzi dello stesso tipo.

Di tutt’altro genere è l’ottimo strumentale “Wot Gorilla?”, che nonostante il nome buffo è una delle creazioni più complesse e interessanti dell’album. A renderlo speciale sono soprattutto il mellotron di Banks, i passaggi jazzati di Collins alla batteria (nel miglior stile del suo progetto jazz fusion di allora, i Brand X) e, in particolare, la splendida composizione di Hackett alla chitarra.

“All In A Mouse’s Night” è una creazione epica piena di alti e bassi tra un passaggio strumentale e l’altro. Anche stavolta è il mellotron ad aprire il brano, stendendo un’ampia cortina orchestrale a cui presto si uniscono gli altri strumenti. Il testo è piuttosto bizzarro e surreale, ma in un modo un po’ diverso da quello del sarcastico Gabriel. Puoi immaginarti una nidiata di topi che di notte, quando il gatto non è in casa, fa baldoria nella propria stanza finché il gatto non torna e se li pappa. In particolare la narrazione di Collins sul topo gigantesco suona parecchio grottesca. Ma chi non è granché interessato al testo bizzarro resterà a bocca aperta davanti al passaggio strumentale pastorale e celtico nella seconda parte del brano, dove tutti gli elementi altamente sinfonici poggiano su una linea ritmica jazzata e dove si sentono tutte le qualità principali della band.

Uno dei momenti migliori del disco è “Blood On the Rooftops”, che rientra tra le composizioni classiche della band ed è, nella sua migliore tradizione, carica di grande drammaticità. La chitarra acustica melodica di Hackett apre la prima parte del brano. Presto si uniscono il sintetizzatore e il mellotron di Banks e la voce misteriosa di Collins. Un’altra splendida creazione della band, piena di pastorale celtica, con un ritornello maestoso ed epico.

Le altre tre tracce sono collegate tra loro e rappresentano in pratica una trilogia concettuale tratta dal già citato romanzo di Emily Bronte.

“Unquiet Slumbers for the Sleepers…” è un bellissimo strumentale breve costruito sul mellotron cataclismatico di Banks e sulle altre tastiere, oltre ai virtuosismi dalle dita velocissime di Hackett. La drammaticità è eccezionale e presto arriva il passaggio a…

“…In That Quiet Earth”, che trema di tanti ottimi passaggi jazzati di Collins alla batteria, di tastiere monumentali di Banks, stavolta quasi “alla Floyd”, e di un grande assolo di Hackett nella parte finale (l’ironia è che Hackett, proprio in questo suo ultimo album in studio con la band, ha mostrato alcune delle sue cose migliori). È di sicuro una delle creazioni più jazzate della band.

“Afterglow” è la miglior chiusura epica possibile per il disco, una vittoria totale che in qualche modo simboleggia anche la fine di un’epoca (l’imminente addio di Hackett, il graduale passaggio della band a pezzi più brevi e meno complessi) e il commiato dai Genesis “classici”. Le maestose cortine sinfoniche del mellotron, uno strumento meraviglioso che Banks dopo questo album non ha mai più usato, sono uno dei momenti più emozionanti in assoluto di un brano dei Genesis. Il pezzo è diventato la chiusura preferita della parte regolare dei concerti della band di allora ed è senza dubbio una delle migliori chiusure epiche del gruppo.

Dopo questo disco splendido e dopo l’addio di Hackett, la band ha perso un’altra grossa fetta di magia e di romanticismo e niente è stato più come prima, anche se ha continuato la sua missione e, pur in formazione “indebolita”, ha realizzato parecchi buoni dischi, che però avevano sempre meno legami con il progressive rock. Anche stavolta il disco sfiora la perfezione assoluta, con la possibile eccezione della ballata di Rutherford, un po’ sdolcinata ma commercialmente di grandissimo successo, “Your Own Special Way”, che era già un segnale del futuro musicale della band. Era difficile succedere a un capolavoro come “A Trick Of the Tail” (1976), ma lo stesso si potrebbe dire di ogni precedente album classico della band da “Trespass” (1970) in poi. Come la maggior parte dei grandi gruppi prog rock classici, quelli che hanno rimesso in piedi il genere, anche i Genesis alla fine degli anni ’70, con l’arrivo del punk e, poco dopo, della new wave, si sono spostati verso acque più commerciali, un po’ per garantirsi la sopravvivenza musicale e un po’ per il desiderio di un successo commerciale più grande. “Wind & Wuthering” è dunque il loro ultimo capolavoro progressivo e classico, quello con cui si è chiuso il loro periodo più creativo, quando la band, insieme agli altri giganti del suo genere, scopriva i confini della musica rock.

Formazione

Phil Collins – voce principale, batteria, percussioni
Steve Hackett – chitarra elettrica, chitarra classica nylon, chitarra a 12 corde, kalimba, autoharp
Mike Rutherford – basso a 4, 6, 8 corde, bass pedal, chitarra a 12 corde, chitarra elettrica
Tony Banks – piano, sintetizzatori ARP 2600 e Pro-Soloist, Roland String synth, organo Hammond, mellotron

Produzione

David Hentschel e Genesis

Tracklist

1. Eleventh Earl Of Mar (7:41)
2. One For The Vine (10:00)
3. Your Own Special Way (6:18)
4. Wot Gorilla? (3:19)
5. All In A Mouse’s Night (6:37)
6. Blood On The Rooftops (5:27)
7. Unquiet Slumbers For The Sleepers… (2:23)
8. …In That Quiet Earth (4:49)
9. Afterglow (4:12)

Durata dell’album: 50:46

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