Wishbone Ash
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Wishbone Ash
Etichetta: Decca Records
Uscita: 1970
Durata: 41:33
Voto: 4.5/5
A cavallo tra i Sessanta e i Settanta sono saltate fuori tre band splendide e totalmente diverse tra loro, che con il loro linguaggio musicale riunivano sotto lo stesso tetto tanto gli appassionati di progressive rock quanto i fanatici dell’hard rock. Le univa il fatto di essere adorate dai fan, soprattutto nell’Europa continentale, mentre i critici musicali britannici dell’epoca, profondamente frustrati, le disprezzavano dal profondo dell’anima: così, per gran parte della carriera, in patria sono state condannate a non poter contare su un successo commerciale più ampio. I fan di Uriah Heep e Atomic Rooster, più o meno nello stesso periodo, si sono imbattuti anche negli enigmatici Wishbone Ash, che il nome l’hanno preso dalla bacchetta del rabdomante (il bastone a forma di Y usato per cercare metalli preziosi), ed è stato amore a prima vista. L’ispirazione per il nome della band è arrivata dalla forma della chitarra Flying-V, da sempre lo strumento principale e il marchio di fabbrica del chitarrista e cantante Andy Powell, ancora oggi l’unico membro originale di questa leggendaria formazione art rock britannica.
Il quartetto di culto che ha registrato i loro dischi migliori era composto, oltre a Powell, dal cantante e bassista Martin Turner, dal secondo chitarrista Ted Turner e dal batterista Steve Upton. I Wishbone Ash si sono guadagnati lo status di culto soprattutto grazie alle armonie di chitarra a più voci (a tre parti), che hanno influenzato in modo decisivo band hard rock e metal arrivate dopo, come Thin Lizzy e Iron Maiden. Questa impronta stilistica l’hanno mostrata già nell’omonimo esordio, un mix straordinariamente interessante di hard blues rock, progressive rock, jazz e folk, che a ragione si può mettere tra i migliori debutti nella storia del rock. I ragazzi hanno avuto fortuna: un giorno, durante una jam di chitarre, a Powell si è unito il leggendario chitarrista dei Deep Purple Ritchie Blackmore, che durante un tour insieme nel 1970 gli ha permesso di firmare un contratto con la MCA, l’etichetta con cui sono rimasti ben undici anni.
Curioso che come singoli, probabilmente per via della compattezza, siano stati scelti “Blind Eye” e “Queen of Torture”, i due pezzi meno interessanti di questo ottimo esordio. L’opener “Blind Eye” non si può ancora considerare una dimostrazione del vero potenziale di questa leggendaria band, ma resta comunque un hard blues rock dinamico, con un ritmo saltellante, frasi di chitarra affilate e vivaci arrangiamenti al pianoforte “da saloon”. Il vero sound Wishbone Ash lo incontriamo per la prima volta sull’evergreen “Lady Whiskey”, dove le armonie di chitarra a tre parti, orchestrate da Powell e Ted Turner, trovano per la prima volta piena espressione, mentre a tenere insieme il tutto ci pensano i potenti passaggi di batteria di Upton. Dal punto di vista dell’atmosfera, rabbia ribelle e malinconia si mescolano di continuo, e attraverso quest’ultima passa la tipica delusione d’amore, grazie all’ottima voce di Martin Turner. L’assolo dinamico di Powell, che si fonde alla perfezione con la melodia centrale, dimostra chiaramente perché Ritchie Blackmore ha subito saputo riconoscere un talento grezzo, la prima volta che l’ha sentito suonare, e si è unito a lui durante la jam.
“Errors Of My Ways” è uno dei due vertici dell’album. Qui entra in scena l’elemento pastorale-epico del marchio di fabbrica musicale dei Wishbone Ash: tra armonie di chitarra a tre parti dalle tinte malinconiche, di solito associate all’hard rock, buttano dentro con sottigliezza anche un pizzico di folk. Proprio questa ricetta vincente ha sempre distinto i loro lavori migliori. Powell e Ted Turner allargano arrangiamenti magistralmente costruiti con complesse improvvisazioni di chitarra che, nonostante la complessità, si fondono bene con lo schema melodico di questo brano leggendario, ormai quasi un classico popolare tra i fan. “Queen of Torture”, dall’umore battagliero, è un hard rocker più breve con un ritmo da cavalcata e un gustoso intreccio di armonie di chitarra: una vera e propria scuola in miniatura per tutte le band hard rock e heavy metal classiche arrivate dopo. “Handy”, dalle tinte progressive rock e il pezzo più lungo del disco, si apre con un’improvvisazione intelligente al basso che ci porta dentro un pizzico di jazz, a cui segue il passaggio a una melodia impregnata di atmosfera malinconica, dove tornano a regnare le armonie a tre parti. Poi, con potenti assoli di chitarra, il pathos drammatico sale a gradini. La sorpresa più grande arriva nella parte finale, dal sapore blues, quando all’improvviso, per un solo verso, entra la voce.
Il vertice dell’album, sotto ogni punto di vista, è però il leggendario epic progressive rock “Phoenix”, ancora oggi uno dei risultati migliori e più amati nella storia della band, parte obbligata di ogni loro scaletta live. Qui il quartetto costruisce il dramma piano piano, in modo straordinariamente sottile, intrecciando armonie di chitarra “piangenti”. Col tempo, nel ritornello finale, si arriva a un punto di ebollizione epico. Dal testo non è difficile immaginare come l’uccello mitologico, antico simbolo di rinascita, di vita ma anche di distruzione, risorga dalle ceneri e, durante un volo selvaggio verso l’alto, si lasci dietro un campo di rovine. “Phoenix” ha un significato emotivo tutto particolare per tutti i fan dei Wishbone Ash che per caso abbiano mai letto la grande opera fumettistica Dark Phoenix Saga, uscita dieci anni dopo questo album e perfetta, per atmosfera, con la struttura e il messaggio di questo evergreen indimenticabile.
Si dice spesso che “ogni inizio è modesto”. Per l’omonimo esordio dei Wishbone Ash non è proprio così: ancora oggi, per contenuti, si piazza tra i migliori album dei leggendari art rocker britannici, che hanno raggiunto una maturità artistica straordinaria già molto presto. Alla fine, purtroppo, questo si è rivelato un’arma a doppio taglio: con il terzo album, l’indimenticabile capolavoro “Argus” (1972), avevano già toccato il picco creativo. Più in là semplicemente non si poteva andare, così tutto quello che è venuto dopo è rimasto all’ombra dei loro primi tre dischi.
Formazione
Andy Powell – chitarra, voce
Ted Turner – chitarra, voce
Martin Turner – basso, voce
Steve Upton – batteria
Produzione
Derek Lawrence
Tracklist
1. Blind Eye
2. Lady Whisky
3. Errors of My Ways
4. Queen of Torture
5. Handy
6. Phoenix