Yes
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Yes
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 1969
Durata: 38:59
Voto: 3/5
Gli Yes, una delle band prog rock più grandi, influenti e amate di tutti i tempi, hanno cominciato il loro lungo cammino, costellato di avventure imprevedibili, qualche mese prima dell’uscita del loro omonimo debutto, intitolato semplicemente “Yes”. La loro nascita è stata, più o meno, uno dei tanti incontri casuali che hanno portato alla nascita di una delle favole prog rock più longeve di sempre. Tutto parte da Chris Squire, bassista innovativo degli oscuri psichedelici Mabel Greer’s Toyshop (prima ancora era stato nei Synn), seduto in un localino a rimuginare a vuoto su dove andare con la sua musica. Lì incrocia il cantante Jon Anderson, un tipetto ispirato da ideali spirituali orientaleggianti, già allora riconoscibile per quella sua voce angelica e unica, intrisa di falsetto. Chiacchierando, i due scoprono di avere non solo gusti musicali simili (The Beatles, The Byrds, Vanilla Fudge, Simon & Garfunkel, ecc.) e una visione comune (una musica con cui costruire combinazioni sonore ancora inesplorate e spingersi oltre i confini del pop di allora, il tutto condito da una poesia dal taglio positivo), ma anche voci molto affini, che si completavano alla perfezione nelle armonie a più voci. Armonie che sarebbero diventate uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili di tutta la loro carriera.
Dopo i primi esperimenti insieme in studio, alla chitarra si è aggiunto Peter Banks, vecchio compare di Squire dai tempi dei Synn, all’epoca tra i chitarristi più innovativi: non si limitava alle solite forme ritmiche e blues del periodo e infilava nel suo modo di suonare un sacco di idee sonore diverse. Il merito del nome della band va proprio a lui, che si è ispirato durante una mostra di quadri di Yoko Ono, la chiacchierata, per non dire famigerata, moglie di John Lennon. Tramite un annuncio su Melody Maker hanno arruolato Bill Bruford, giovane batterista con una forte eredità jazz, che si sarebbe imposto in fretta come uno dei batteristi rock/jazz più rispettati di sempre e che, tecnicamente, era allora senza dubbio il musicista più notevole del gruppo. Per ultimo è arrivato Tony Kaye, tastierista con formazione classica ma con un orecchio anche per il ritmo e il blues. Il suo suono massiccio di organo Hammond è stato, nei primi anni, uno dei mattoni fondamentali di quelle cortine sonore melodiche, fluide e in continuo mutamento che fin dall’inizio distinguevano gli Yes dalle solite band psichedeliche dell’epoca. Gli Yes hanno mostrato anche uno straordinario talento per le cover, che riarrangiavano in modo totalmente personale tirandone fuori pezzi completamente nuovi. In generale, però, già allora puntavano a comporre brani del tutto originali, per lo più molto melodici ma dalla struttura complessa, con cui trasmettere le proprie visioni. A differenza di certi altri innovatori del prog, nella loro musica la melodia ha sempre avuto un posto importante.
“Yes” è stilisticamente lontanissimo dalle avventure ipercomplesse che sarebbero venute dopo, quando hanno inventato un suono sinfonico inconfondibile, noto anche come “lingua verde”. Qui si sentono forti influenze della psichedelia e del pop anni ’60, con qualche tocco di jazz e di musica classica ogni tanto. Tutti i pezzi dell’album sono come minimo solidi e piacevolissimi da ascoltare, non solo per gli amanti del prog ma per chiunque abbia orecchio per un buon rock melodico. L’opener “Beyond And Before” affondava le radici in una delle creazioni mai realizzate dei tempi di Squire coi Mabel Greer’s Toyshop. Questo brano, un mix efficace di psichedelia e rock melodico, si distingue per la linea di basso melodica e inconfondibile di Squire e per i riff di chitarra energici di Banks, in certi punti fatti passare attraverso un wah-wah. Subito dopo lasciano spazio alle armonie vocali melodiche a più voci, che creano un’atmosfera molto piacevole. Il verso principale ritorna più volte mentre il pezzo si sviluppa. Le tastiere di Kaye suonano ancora parecchio psichedeliche, ma si incastrano bene con le linee di chitarra, mentre Bruford fin dall’inizio sfodera un mix energico di dinamica jazz e botta rock. Il testo, frutto di Squire e di Clive Bailey, suo compagno ai tempi dei Toyshop, racconta i sentimenti interiori di una persona invece di narrare una storia, come facevano di solito la maggior parte dei loro contemporanei. Questo approccio lirico sarebbe diventato col tempo un altro dei loro marchi di fabbrica. Nel complesso è un’apertura convincentissima, che ha introdotto subito l’ascoltatore all’inizio di una carriera magnifica e ha presentato la loro natura esploratrice.
“I See You” è una cover riuscitissima degli americani The Byrds, folk rocker psichedelici, ed è una delle due cover del disco. Gli Yes l’hanno vestita con acque sonore completamente diverse, creando un brano del tutto nuovo. Nelle improvvisazioni delle singole sezioni strumentali si sentono chiaramente le loro influenze jazz, e questo si nota soprattutto nel modo in cui usano la batteria di Bruford e la chitarra di Banks. Nonostante le singole escursioni strumentali, restano sempre ancorati alla struttura melodica del pezzo e mantengono il ritornello principale dai colori psichedelici, insieme a un testo piuttosto ingenuo. Nella malinconica ballad romantico-quieta “Yesterday And Today” mostrano in modo ancora più netto lo straordinario feeling per un ottimo rock melodico con una punta di pop, imparato alla leggendaria scuola dei The Beatles. Gli arrangiamenti sinfonici al pianoforte di Kaye e la voce angelica di Jon portano in modo splendido la melodia centrale, romanticissima. Creazioni leggere e liricamente ricche come questa sarebbero diventate tipiche dello stile con cui Jon scriveva musica. Il saltellante “Looking Around” contiene parecchi elementi funk, una struttura semplice e un ritornello melodico a più voci. Il suono dell’Hammond di Kaye si fonde bene, nelle parti strumentali, con i passaggi di chitarra affilati di Banks. Il dinamico “Harold Land” è un pezzo decisamente più sperimentale. Dopo un’introduzione saltellante con un bel tappeto di Hammond e ottimi passaggi di batteria, arriva una sezione malinconica in cui Jon comincia a raccontare la storia del personaggio al centro del testo: un tizio che ha passato gli orrori della guerra e fa riaffiorare i suoi ricordi. Il nome si riferisce a una persona reale, un noto sassofonista jazz tra i musicisti preferiti di Bruford. Particolarmente interessante è la sezione centrale, che ricorda la musica di una banda militare in marcia. Nel finale ritorna il motivo dell’introduzione.
Poi arriva l’ottima cover, tirata fino all’osso, del classico dei The Beatles “Every Little Thing”, che senza dubbio rientra tra le migliori cover dei The Beatles. Qui si vede ancora una volta la maestria della band nel rielaborare completamente i singoli arrangiamenti, tirando fuori dalla cover un pezzo totalmente nuovo. I passaggi d’apertura infuocati di chitarra, batteria, basso e Hammond lasciano a poco a poco spazio a una splendida melodia romantica, dove entra la voce di Jon che comincia a raccontare agli ascoltatori una favola d’amore in tutta la sua ingenua grandezza. Un riff di chitarra possente è incastonato con gusto straordinario tra il lavoro dell’organo, mentre le linee di basso argute di Chris sono una delle vere delizie della struttura. Secondo il mio modesto parere, questa cover splendida regge tranquillamente il confronto con l’originale dei The Beatles. Probabilmente non è un caso che i due momenti migliori del disco si trovino proprio in chiusura: segno che la band, già allora, perfezionava le sue idee di pezzo in pezzo.
“Sweetness”, intrisa di romanticismo e struggimento, è una delle più belle canzoni d’amore, se non la più bella, di tutta la loro carriera, almeno per quanto riguarda l’espressione lirica di quell’amore “terreno” nella classica relazione lui/lei, e non dei “mantra” spirituali di alto livello tipici di Jon che sarebbero arrivati più avanti. Le meravigliose armonie a più voci creano un’atmosfera eccezionale. Per me è un pezzo quasi perfetto per tutti quelli che vogliono introdurre la propria lei alla loro musica nel modo più facile. Secondo me anche oggi ci sono poche ragazze che non ne resterebbero incantate. In chiusura c’è poi la delizia sinfonica “Survival”, che per me è il pezzo migliore dell’intero album e che ci dà già un assaggio di come sarebbe proseguita la loro carriera. I singoli arrangiamenti sono posati alla perfezione, mentre la sezione ritmica, come al solito, gira che è un orologio. Dopo un riff energico arriva un motivetto spiritoso, in stile jingle pubblicitario per scarpine da bambino, con il tipico basso melodico, la batteria sempre dinamica e percussioni di ogni tipo. Poi la natura del brano cambia del tutto e si butta in acque molto più malinconiche e quiete, dove si alternano splendidi passaggi di chitarra dai colori jazz e arrangiamenti sinfonici d’organo. La performance vocale di Jon offre un mix efficacissimo di patos romantico e impegno sociale, che emana dal suo testo. Il testo racconta l’eterno ciclo della vita e la lotta continua per la sopravvivenza in tutte le sue forme. Il ritornello è stracolmo di splendide armonie a più voci, che creano una magia eterea incredibile. Il tema d’apertura ritorna più volte nel corso del brano. Una chiusura magnifica, il pezzo del disco che più si avvicina alle creazioni prog rock sinfoniche molto più raffinate che sarebbero venute.
La riedizione dell’album del 2003 contiene anche qualche bonus track. La prima è la cover dei Buffalo Springfield “Everydays”, che qui, in tutta la sua grandezza psichedelica, compare nella versione single, mentre la versione definitiva è uscita sul loro album successivo, “Time And A Word” (1970). È un pezzo piuttosto sognante, dai colori psichedelici, con tante pause strumentali, per lo più a tempo medio e con le tipiche voci multiple nel ritornello. La melodia centrale è costruita sull’Hammond di Kaye e sulla voce angelica di Jon. La versione su “Time And A Word” mi piace di più per gli arrangiamenti sinfonici. Lo stesso vale per la versione iniziale di “Dear Father”, uscita in origine sul lato B del singolo “Sweet Dreams”, che ha arrangiamenti diversi e più ruvidi e una durata maggiore. La più interessante tra le bonus track è “Something’s Coming”, cover di un brano da “West Side Story” di Bernstein, dove gli Yes dimostrano con eleganza i loro esperimenti con i ritmi più disparati. Squire, con il suo basso, ci infila anche elementi del classico di Paul Simon “America”. Anche quella, qualche anno dopo, sarebbe finita nella lista delle loro cover. In più, tutti e tre questi pezzi si trovano qui anche nelle loro prime versioni, che offrono differenze minime negli arrangiamenti e nella durata. Sono roba obbligata soprattutto per i fan più appassionati della band.
“Yes” è a anni luce da ciò che sarebbe venuto dopo nella loro carriera, quando la band è cresciuta sonoramente di disco in disco, conquistando il trono del prog rock come una delle band più innovative di sempre, riuscendo col tempo anche a raggiungere una popolarità enorme. Secondo me, però, un confronto del genere non ha alcun senso: l’album va guardato nel contesto del tempo in cui è nato e del suo ruolo di “neonato”. Da questo punto di vista è un inizio più che solido di una carriera magnifica, senza il quale non sarebbe cresciuto quel giardino fertile e sempreverde in cui piantare i loro successivi capolavori di prog rock sinfonico. Nonostante al momento dell’uscita fossero piuttosto insoddisfatti del risultato finale e sostenessero di non essere riusciti a realizzare tutte le idee come le avevano immaginate (le loro ambizioni già allora non conoscevano confini), questo debutto è secondo me migliore di quanto Chris e Jon sarebbero oggi disposti ad ammettere. A differenza degli incredibili King Crimson, che con il loro esordio, uno dei rarissimi casi quasi unici nella storia del rock, hanno scosso in un attimo il mondo del progressive, gli Yes (come i Genesis e i Jethro Tull) sono cresciuti gradualmente fino allo status di giganti del prog, raggiunto “solo” con il loro celebre terzo album (di cui parleremo in un’altra recensione). Per gli Yes sarebbero arrivate cose molto più emozionanti e raffinate, ma questa è stata una pietra angolare bellissima, che ha presentato subito al mondo della musica una band di gran lunga riconoscibile e decisa, con una visione tutta sua per superare le forme classiche del rock.
Formazione
Jon Anderson – voce
Peter Banks – chitarra
Chris Squire – basso, cori
Tony Kaye – tastiere
Bill Bruford – batteria
Produzione
Paul Clay
Tracklist
1. Beyond and Before (4:50)
2. I See You (6:33)
3. Yesterday and Today (2:37)
4. Looking Around (3:49)
5. Harold Land (5:26)
6. Every Little Thing (5:24)
7. Sweetness (4:19)
8. Survival (6:01)
Bonus track della riedizione (2003):
9. Everydays (single version) (6:23)
10. Dear Father (early version #2) (5:51)
11. Something’s Coming (7:08)
12. Everydays (early version) (5:18)
13. Dear Father (early version #1) (5:31)
14. Something’s Coming (early version) (8:02)