Zmaj Ma Mlade! E c’è anche Boban Marković Orkestar!
Luogo: Rdeči Trg, Postojna, Slovenia
Data del concerto: 27.08.2007
Numero di spettatori: 0
Prezzo del biglietto: /
È arrivata l’attrazione! Almeno a giudicare da quanta gente si è ammassata a Rdeči Trg, dove va in scena l’ormai tradizionale festival annuale di Postojna, Zmaj Ma Mlade. E di martedì sera, pure! Un’attrazione davvero particolare, perfetta per il “mondo occidentale”, che smania per tutto ciò che ha un retrogusto un po’ più esotico.
Sembrava che un vento silenzioso si fosse avvolto nella notte, una notte che si piegava sotto il peso delle aspettative. Era il vento che teneva lontana la pioggia, quella che i meteorologi avevano annunciato con tanta fedeltà già il giorno prima, ed era il vento che accompagnava una dozzina di anime nomadi e il loro pastore, che si chiama Boban. Boban Marković. La dozzina di anime nomadi al seguito è la sua orchestra, o meglio, il suo orkestar. Sì, sono arrivati dal temperamentale sud-est nell’ovest riservato e compito, ma la musica, come il vento, non conosce confini. In linea di massima.
Parliamo dello stesso sud-est che una volta ci era così vicino e che si è dimostrato vicino ancora oggi, se non addirittura di più, ma che allo stesso tempo è incomprensibilmente lontano e rappresenta un mondo e una cultura che possiamo al massimo conoscere da ricordi sbiaditi, intrecciati con sogni mezzo dimenticati, eppure ancora ingenuamente e irresistibilmente attraenti. Una cultura che porta immancabilmente con sé anche lo shock culturale. Detto in altro modo, il senso sta proprio nello shock culturale, in quello scarto a cui ci abbandoniamo con un piacere infinito. Come no, visto che è una cultura che con la nostra ha poco in comune, a parte il nome, e che nei frequenti attacchi di “gioia” patriottica verrebbe chiamata in qualunque modo tranne che cultura… Ma quando non c’è motivo di allarmarsi, questa cultura può vivere nella sua luce migliore, perché ha davvero molto da mostrare e altrettanto da dare.
Comunque sia, Boban Marković Orkestar ha fatto quello che era lo scopo principale della serata. Musica e buonumore. E ce n’è stato abbastanza. Quasi. Sembrava che quell’ora e tre quarti fosse volata via troppo in fretta. Se a Guča si può trovare scritto in cirillico “slobodno trubite”, da queste parti raramente si lascia sforare il limite di tempo, ma come dicevano già gli antichi romani, meglio chiudere al culmine… Ecco, a proposito di culmini, durante l’esibizione più di una volta è sembrato che l’Orkestar (purtroppo) servisse un banchetto che rispetta del tutto (leggi – troppo) i sani standard europei, cioè senza grassi, cotto alla leggera e per giunta in una specie di olio meno dannoso. Di sicuro non esattamente secondo la ricetta che vorrebbero gli appassionati del genere, o magari anche tutti quelli che si aspettano qualcosa di più di quello che si può sentire su una qualche compilation Putumayo World Music o roba simile.
La critica va soprattutto a un concept un po’ troppo orientato al mercato, che in certi punti sfiora le grandi formazioni big band, quelle che a Hollywood userebbero volentieri per i film sul Balkan “selvaggio”. La musica, e con lei l’energia, era a tratti piuttosto tiepida, e se non avessi visto gli uomini e i ragazzi che la suonavano, per altro con estrema solidità, potevo immaginare che a suonarla fossero ragazzi e uomini del Kosovo, di Pristina, di Čačak oppure uomini e ragazzi di Amburgo, Helsinki, Tokyo o di Beverly Hills. Per fortuna, però, si è visto che questa non è la parte dominante dell’orchestra, solo una componente minoritaria un po’ fastidiosa, che alla fin fine li rende un po’ più attraenti (e accessibili) per le masse.
Eppure Boban Marković Orkestar si eleva ben al di sopra della moltitudine di turbo-intrattenitori di ogni sorta, e sarebbe davvero ingiusto bollarlo come turbo trubač solo perché è un po’ più sbrigativo sui bordi.
L’Orkestar è composto da dieci trombettisti, con Boban in primo piano, che però spinge sempre di più il proprio posto sullo sfondo e da un po’ lascia il centro della scena al figlio Marko, tanto che, come ha annunciato lui stesso, si tratta di “Marko Marković Orkestar!”; oltre alle trombe in formazione ci sono anche tre percussionisti, senza i quali non si va da nessuna parte in una fanfara che si rispetti. Anche per quanto riguarda l’età media dei musicisti, la maggior parte è più vicina agli anni di Marko che a quelli di Boban, ma è così che si mantiene la vitalità e si trasmette la carica culturale alle generazioni successive.
L’Orkestar si è lasciato andare soprattutto a brani strumentali lunghi e piuttosto dinamici, e in alcuni momenti Boban ha preso in mano anche il microfono e ha cantato qualcosa, soprattutto nella parte finale dell’esibizione, quando ha fatto felice il pubblico ormai bello caldo con le quasi-popolari di Goran Bregović, “Mesečina” e “Djurdjev Dan”, durante la quale, in modo molto simbolico, sono cadute dal cielo quelle gocce tanto annunciate. E perché questo omaggio a Bregović fosse ancora più completo, non poteva mancare “Kalašnjikov”, il brano che attraverso il film Underground ha portato l’intera cultura dei trombettisti dai margini fino al cielo aperto, anche se piuttosto ingiustamente passando del tutto accanto al vero (ma non incoronato!) re della musica rom, Šaban Bajramović.
Comunque sia, il chiaro di luna e le trombe sono una combinazione micidiale, e anche quando queste ultime erano ormai del tutto ammutolite e le gocce di pioggia avevano coperto il terreno surriscaldato, non sono riuscite a lavare via (quasi) quelle sensazioni estatiche. E dietro quelle nuvole scure, cariche di pioggia, si nascondeva una luna piena birichina, e il vento nomade, colorato dai suoni dell’orchestra a fiati, ha continuato a soffiare nella notte.