Somewhere to Elsewhere
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Kansas
Etichetta: Magna Carta
Uscita: 2000
Durata: 68:09
Voto: 4/5
Il sogno di tanti veterani del rock è riunirsi, prima di chiudere la carriera, almeno un’ultima volta nella formazione originale o comunque la più amata, ovviamente a patto che tutti i membri della line-up originale o classica siano ancora vivi e in salute. I campioni americani del progressive rock Kansas nel 2000 hanno vissuto la reunion della formazione classica, quella che tra il 1970 e il 1980 (fino all’album »Audio-Visions« (1980)) aveva registrato i più grandi classici della storia di questa leggendaria band. Il frutto di questa reunion abbastanza inattesa è stato il loro quattordicesimo album in studio, »Somewhere to Elsewhere«, che come c’era da aspettarsi non era all’altezza dei loro capolavori degli anni Settanta del secolo scorso, ma ha comunque sorpreso in positivo parecchia gente che all’epoca era convinta che il cantante/tastierista occasionale Steve Walsh, il chitarrista/tastierista Kerry Livgren, il chitarrista con un occhio solo Rich Williams, il violinista Robby Steinhardt, il batterista Phil Ehart e i due bassisti, Dave Hope e Billy Greer (quest’ultimo si era guadagnato il diritto di unirsi ai membri originali), non sarebbero più riusciti a catturare nemmeno un briciolo della magia dei loro anni d’oro.
Questi ‘fedelissimi’ avevano probabilmente già dimenticato le doti di compositore di Livgren. Kerry, infatti, ha scritto e prodotto di suo pugno tutto il materiale di »Somewhere to Elsewhere«, ha suonato tutte le tastiere e si è perfino messo alla prova come voce solista in una traccia nascosta, satirica e lunga meno di due minuti, »Geodesic Dome«, piazzata proprio in fondo all’album. Questo ha permesso a Walsh di concentrarsi solo sul canto, con l’aiuto di Steinhardt, che ha messo la voce solista su tre pezzi, mentre Greer ha preso il microfono principale in una composizione. La copertina dell’album non era certo all’altezza degli alti standard degli anni Settanta, ma se non altro un pizzico di nostalgia la risvegliava.
Il pregio più grande di »Somewhere to Elsewhere« è che i pezzi ti si piantano in testa con una facilità incredibile e l’album intero scivola via che è un attimo, come se ti avessero ‘soffiato’ via il tempo. Non ci sono momenti noiosi, anche se nessun brano a parte »Myriad« e l’iniziale »Icarus II«, seguito del classico »Icarus – Borne on Wings of Steel«, spicca davvero dalla ‘media aurea’. »Icarus II« contiene un motivo centrale praticamente identico a quello del suo predecessore, tratto dall’album »Masque« (1975). Già durante questo pezzo è chiaro che tutti i marchi di fabbrica dei Kansas sono tornati con tutta la loro forza: fantastici arrangiamenti sinfonici con un occhio di riguardo per sofisticati passaggi d’archi, armonie vocali eccezionali, quelle che sapeva evocare solo l’incarnazione classica della band, e riff di chitarra incisivi da hard rock di prima categoria. »When the World Was Young« è una creatura che sa di nostalgia, con un ritornello da risveglio dei sensi, e stavolta è più vicina all’hard rock che al prog, cosa che vale peraltro per qualche altro pezzo del disco.
In »Grand Fun Alley« il testimone della voce solista passa a Steinhardt, mentre nella delizia sinfonica »The Coming Dawn (Thanatopsis)«, che a tratti ricorda parecchio certi risultati degli anni d’oro, torna a brillare Walsh, che in questa fase della carriera aveva già la voce un po’ incrinata, ma cantava comunque con una grinta eccezionale e un’energia incredibile. Il già citato »Myriad«, che a tratti, col suo ritornello pomposo, gli arrangiamenti sinfonici imponenti e i complessi passaggi di chitarra, suona come se fosse stato creato a metà anni Settanta, è uno dei vertici dell’album, il momento in cui la magia classica dei Kansas si accende alla massima intensità. Un inserto breve e atipico, ‘alla Yes’, con armonie vocali ben studiate, risulta forse un po’ buffo, ma si incastra comunque bene nella struttura leggermente speziata di jazz di questo splendido pezzo. In »Look at the Time« la voce solista tocca a Greer, uno dei maggiori responsabili del fatto che i Kansas siano ancora attivi oggi.
Seguono due brani in cui Steinhardt riprende in mano la voce solista: »Disappearing Skin Tight Blues« e »Distant Vision«. Il primo ha un ritornello interessante, ‘alla Beatles’, che sorprendentemente si sposa bene con un riff bluesy, mentre »Distant Vision« ha splendide sezioni strumentali e a tratti si avvicina moltissimo all’evergreen indimenticabile di »Leftoverture« (1976), »Cheyenne Anthem«. »Byzantium« nell’intro e nel finale suona come un’aria da chiesa, ma per la maggior parte del tempo a dominare è un prog rock sinfonico pomposo con elementi hard rock. »Not Man Big« è una chiusura un filo troppo poco ambiziosa per una band prog leggendaria come i Kansas, visto che si tratta di un hard rock nella media con venature funk, che starebbe meglio addosso a dei Deep Purple e come tale è il pezzo meno interessante del disco.
»Somewhere to Elsewhere«, nel complesso un risultato più che dignitoso e vicino agli standard degli anni Settanta, è stato a lungo considerato l’ultimo album in studio dei Kansas, finché non si è saputo che la versione più recente della band, in cui degli originali sono rimasti solo Wiiliams ed Ehart, sta registrando un disco intitolato »The Prelude Implicit«, in uscita a settembre 2016. Nel frattempo i fan sperano devotamente che sia migliore del progetto parallelo dei Kansas, Native Window, e dell’omonimo album del 2009, e che si avvicini almeno un po’ al livello di »Somewhere to Elsewhere«. Livgren e Hope, due cristiani fervidi, hanno (di nuovo) lasciato gli altri compagni di viaggio poco dopo l’uscita di »Somewhere to Elsewhere«, anche se Kerry ha continuato ancora per un po’ a collaborare con i Kansas come ospite dal vivo. Poi si è dedicato alla sua ‘proto-band’ dei Kansas, i Proto-Kaw, finché non l’ha messo al tappeto una malattia subdola per cui non può più suonare chitarra e tastiere, e così la sua attività musicale si è ridotta molto. Steinhardt è rimasto nei Kansas fino al 2006, quando è stato sostituito di nuovo, stavolta da David Ragsdale.
Formazione
Steve Walsh – voce solista, cori
Kerry Livgren – chitarra, tastiere, voce solista (11)
Robby Steinhardt – violino, viola, cori, voce solista (3, 7 e 8)
Rich Williams – chitarra
Dave Hope – basso (2, 6)
Billy Greer – basso, cori, voce solista (6)
Phil Ehart – batteria
Produzione
Kerry Livgren
Tracklist
1. Icarus II (7:17)
2. When the World Was Young (5:50)
3. Grand Fun Alley (4:38)
4. The Coming Dawn (Thanatopsis) (5:44)
5. Myriad (8:55)
6. Look at the Time (5:37)
7. Disappearing Skin Tight Blues” – 7:02
8. Distant Vision” – 8:48
9. Byzantium (4:15)
10. Not Man Big (8:49)
11. Geodesic Dome” (Hidden track) (1:24)