I Kansas risvegliano nel cuore della Baviera la magia d’atmosfera dei loro giorni migliori (2014)
Luogo: Holzkirchen (Rosenheim) / Germania
Data: sabato, 02.08.2014
Vedere in Europa un concerto in solitaria delle leggende del progressive rock americano Kansas è diventato piuttosto raro negli ultimi anni, quindi ogni occasione per vederli e viverli dal vivo va colta al volo, soprattutto se il concerto è gratis e in un posto relativamente facile da raggiungere. È proprio quello che è successo con la serata dei Kansas a Holzkirchen, cittadina bavarese vicino a Monaco di Baviera, dove i maestri americani del prog, con grande gioia di tanti fan tedeschi e di una manciata di sloveni, hanno suonato in pieno centro, nella piazza principale, e fin dal primo secondo di questa ora e mezza abbondante di show hanno confermato di essere tutt’altro che ‘ferrivecchi’, anche se l’anno scorso hanno già festeggiato i quarant’anni di carriera.
Questa era la penultima data europea per la band cult di Topeka, Kansas, con la formazione attuale, visto che dopo 41 anni il cantante e tastierista originale Steve Walsh ha deciso di appendere il microfono al chiodo, e il concerto di Holzkirchen ha assunto un valore simbolico ed emotivo ancora più grande. Ronnie Platt, già annunciato come suo successore, avrà un compito davvero durissimo: dovrà sostituire uno dei cantanti più stimati nella storia del prog rock/arena rock, che ai tempi d’oro è stato un modello anche per parecchi cantanti AOR. La voce di Steve ha iniziato a zoppicare già negli anni Novanta e nell’ultimo decennio non è più stata semplicemente quella ‘vera’: suona invecchiata e fa una fatica notevole a raggiungere le linee vocali più alte, ma il carisma inconfondibile è rimasto.
Nelle parti cantate aggiuntive lo ha aiutato in modo convincente il bassista e corista Billy Greer, che nel ‘tempo libero’ fa parte anche dei Seventh Key. Greer ha cantato le parti di vari pezzi che in origine spettavano all’ex membro, il violinista Robbie Steinhardt. Le doti di Walsh alle tastiere, invece, sono rimaste intatte, e lo stesso vale per le capacità strumentali degli altri membri dei Kansas, che quella sera, tra un classico amatissimo e l’altro, si sono completati alla perfezione: ed è ancora più triste pensare che dopo l’addio (il secondo) di Walsh niente sarà più come prima.
La scaletta della serata era fatta soprattutto di classici del periodo tra il 1973 e il 1980, quando la formazione storica dei Kansas, alla fine degli anni Settanta, si è fatta largo tra le band rock americane di maggior successo su entrambe le sponde dell’Atlantico. Quei tempi sono ormai lontani, ma i Kansas godono ancora di un rispetto enorme da parte di chiunque ami la buona musica e a ragione sono considerati la band progressive rock americana più importante, quella che ha influenzato nomi come Dream Theater, Spock’s Beard, Stryper, Yngwie Malmsteen ed Enchant, per citare solo alcuni degli artisti in cui ancora oggi si sente forte l’influenza dei Kansas. Dei loro quattro più grandi successi, cioè »Carry On Wayward Son«, »Dust In The Wind«, »Point of Know Return« e »All I Wanted«, quella sera ne abbiamo sentiti tre, scelte del tutto logiche e prevedibili.
I Kansas hanno aperto lo show con un medley epico formato da »Mysteries and Mayhem« e »Lamplight Symphony«. Nella seconda si sono concentrati sulle sezioni strumentali e, tra una variazione e l’altra, hanno dimostrato di essere ancora maestri dei loro strumenti. Il violinista e, all’occorrenza, secondo chitarrista David Ragsdale, che nel 1991 ha preso il posto del membro originale Robbie Steinhardt, era una furia di luce durante le sue escursioni virtuosistiche con le corde. Durante »Miracles Out of Nowhere« e »Fight Fire With Fire« ha affiancato alla chitarra elettrica il chitarrista guercio Rich Williams, che da quando il membro fondatore Kerry Livgren ha salutato è da un pezzo il chitarrista principale dei Kansas. Williams, piuttosto statico e serioso, ha alternato con sottigliezza chitarra elettrica e acustica e ha dimostrato che dopo l’addio di Livgren, e più tardi di Steve Morse (Deep Purple), è cresciuto fino a diventare un solista di prim’ordine. Quella sera c’erano tutti gli album dei Kansas degli anni Settanta tranne »Monolith« (1979), ma, come c’era da aspettarsi, a farla da padroni sono stati soprattutto i loro due più grandi capolavori, »Leftoverture« (1976) e »Point of Know Return« (1977).
Così ci siamo goduti presto l’evergreen di »Leftoverture« »The Wall«, e poi anche il primo dei loro grandi successi. Walsh ha sofferto parecchio nel cantare la maggior parte delle strofe, ma insieme a Greer è riuscito in qualche modo a portare a casa il ritornello trionfale di »Point of Know Return«. Va detto che il carismatico cantante e tastierista ha mantenuto la vecchia, vivace coreografia da palco, quando esce da dietro le tastiere e prende in mano il microfono, anche se in faccia sembrava visibilmente stanco. Anche il pubblico tedesco, tradizionalmente riservato, è stato rumoroso al punto giusto per tutta la serata e ha dato alla band un ottimo supporto. L’esecuzione dell’indimenticabile epopea ecologista »Song For America«, dall’album omonimo, è stata un altro dei momenti più emozionanti della serata. Il batterista Phil Ehart, che insieme a Walsh e Williams è l’unico membro fondatore rimasto, dietro al suo drum kit picchia ancora a più non posso e si lancia in mosse che di solito si attribuirebbero a un ragazzino con voglia di dimostrare qualcosa.
»Hold On«, il pezzo più famoso dell’album »Audio-Visions« (1980), che ha portato in primo piano il lato arena rock dell’eredità dei Kansas, è venuta fuori molto bene, anche se durante il ritornello Walsh ha nascosto i suoi problemi vocali solo a fatica. Durante l’evergreen »Dust in the Wind« l’atmosfera del concerto è diventata contemplativa. Qui Williams alla chitarra acustica non ha dato il meglio di sé, ma i suoi compagni hanno ampiamente rimediato. Uno dei pochi nei della serata, che con la performance della band non c’entra niente, è stata l’uscita di Greer, che ha detto che chi vuole magliette, CD e altri ‘souvenir’ dei Kansas può semplicemente andare sul loro sito: è suonata un po’ tirchia e autoreferenziale. Il pubblico tedesco, invece, Greer l’ha fatto impazzire quando gli ha fatto una bella carezza all’anima, dicendo che ‘gli augura di cuore che la Germania sia diventata campione del mondo di calcio, anche se in una delle partite precedenti ha battuto la nazionale degli USA’.
»Cheyenne Anthem«, uno dei più bei tributi a una tribù di nativi nordamericani, con le strofe iniziali cantate da Greer, ci ha steso con la sua natura epica, mentre durante la potente »Belexes« i membri della band hanno dato libero sfogo al loro virtuosismo. Le armonie vocali tra Walsh e Greer sono venute fuori ‘come si deve’. »Icarus – Borne On Wings of Steel« è uno di quei classici dei Kansas che non possono mancare in nessun loro concerto. Anche quella sera è stata ottima, anche se dal punto di vista vocale è uno dei pezzi più difficili del repertorio dei Kansas e la voce di Walsh a tratti ‘storceva’ parecchio. Anche »Miracles Out of Nowhere« e »Portrait (He Knew)«, con cui si è chiusa la parte regolare del concerto, erano scelte prevedibili, mentre l’esecuzione del pezzo hard rock »Down the Road«, che mette in guardia sulle conseguenze dell’abuso di droghe, è stata una sorpresa non da poco, visto che è uno dei loro brani meno noti.
La più grande sorpresa dell’intero concerto è arrivata proprio nel bis, quando i Kansas hanno piazzato a sorpresa la bomba AOR »Fight Fire With Fire«: praticamente nessuno si aspettava che finisse nella ristretta selezione degli evergreen da concerto, e per di più apparteneva a un’epoca completamente diversa. Questo successo potente e melodico è uscito in origine sull’album »Drastic Measures (1983), il che significa che allora non lo cantava affatto Walsh, ma il suo (temporaneo) sostituto John Elefante. Quest’ultimo ha dichiarato di recente che ‘dopo la preghiera della sera, la mattina dopo Dio semplicemente non gli ha dato il via libera per tornare nei Kansas’, dopo che i membri della band gli avevano chiesto se volesse rientrare e sostituire ancora una volta il suo modello vocale (Elefante ha detto più volte che Walsh era il suo principale riferimento come cantante).
Di solito Steve evita di cantare i pezzi dell’era Elefante, per cui non ha grande simpatia, non tanto per la musica in sé o per i problemi vocali quanto per la natura eccessivamente religiosa dei testi di allora, per la quale tra l’altro aveva lasciato per la prima volta i campioni americani del prog rock. L’unica eccezione dal vivo, oltre a »Play The Game Tonight«, che canta volentieri, è dunque »Fight Fire With Fire«.
Il pubblico è definitivamente impazzito quando, in chiusura di concerto, i Kansas hanno suonato il loro più grande successo, »Carry On Wayward Son«, che conoscono anche tantissimi che non sanno nemmeno che, oltre allo stato federale nel centro degli USA, esiste anche una leggendaria band con lo stesso nome. La reazione più entusiasta, però, l’ha ricevuta Walsh, che prima del trionfo finale si è infilato la maglia della ‘Elf’ con il numero 19. Quel numero appartiene a Mario Goetze, autore del gol della vittoria nella finale contro l’Argentina, e il pubblico tedesco non è più riuscito a trattenere l’euforia. Purtroppo poi l’addio della band è arrivato troppo in fretta, ma l’importante è che abbiamo sentito il grosso dei loro classici e visto un concerto eccezionale di una band cult che sui palchi europei è piuttosto difficile da vedere.
Il concerto dei Kansas a Holzkirchen è stato un’esperienza eccezionale per tutti i fan dei titani del progressive rock americano e per chi ama alcuni degli evergreen più amati della storia del rock. Dal punto di vista strumentale è stato un concerto quasi impeccabile, con un impianto audio eccellente, mentre a Walsh e Ragsdale va il merito maggiore se la band sul palco non è sembrata troppo statica e se il pubblico, col passare del tempo, si è sciolto per bene. Certo, avremmo voluto sentire ancora più classici e pezzi di epoche diverse della loro variegata carriera, e anche Walsh nella sua forma vocale ‘vera’, ma sono fantasie un po’ irrealistiche, visto che per un concerto a ingresso gratuito la band ha dato il suo massimo.
autore: Peter Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Setlist:
1. Mysteries and Mayhem / Lamplight Symphony (Instrumental excerpts)
2. The Wall
3. Point of Know Return
4. Song for America
5. Hold On
6. Dust in the Wind
7. Cheyenne Anthem
8. Belexes
9. Icarus – Borne on Wings of Steel
10. Miracles Out of Nowhere
11. Down the Road
12. Portrait (He Knew)
—bis—
13. Fight Fire with Fire
14. Carry On Wayward Son






















































