35 anni di “World Slavery” e di “Live After Death” degli Iron Maiden

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35 anni fa gli Iron Maiden pubblicavano il live «Live After Death», a metà ottobre di quel lontano anno.  La storia che c’è dietro è un’impresa al livello dei fatti biblici del buon vecchio Mosè dalla barba grigia. La storia della mummia Eddie che sputa fuoco, dei sarcofagi faraonici, dello scricchiolio del ponte di una nave e di 189 concerti suonati (su 194 annunciati). Tutto questo gli Iron Maiden l’hanno fatto in appena undici mesi. Un calendario di date pazzesco e una marcia mondiale da maratona, stipati tra l’agosto 1984 e il luglio 1985. Una storia che ha piazzato definitivamente gli Iron Maiden tra le band più grandi del pianeta. Un trionfo che ha incoronato il gruppo sul trono del metal mondiale. La storia del tour dei tour, il più grosso che il mondo avesse visto fino ad allora e, alla fine, anche una vera via crucis che ha spremuto la band fino all’osso.  Questa epopea storica degli Iron Maiden in giro per il mondo è documentata benissimo nella ristampa in doppio DVD del 2008, cioè nel film «The History of Iron Maiden – Part 2: Live After Death» (recensione di RockLine).

Nel 1984 gli Iron Maiden si erano già conquistati una posizione solidissima. Li conosceva tutto il mondo. Merito di un lancio da catapulta con gli album «Number of the Beast» (1982, recensione di RockLine) e «Piece Of Mind» (1983, recensione di RockLine). Dopo due cambi inevitabili – il primo fu addirittura fondamentale, quando si unì Bruce Dickinson – la band era entrata così nel suo periodo creativo più fertile. Con l’arrivo di Nicko McBrain nel 1983 come batterista stabile, gli Iron Maiden erano pronti a conquistare il mondo. Con il tour mondiale della «schiavitù», o meglio il «World Slavery tour». Il nome del tour viene dal titolo dell’album «Powerslave» (1984, recensione di RockLine), considerato oggi uno dei gioielli della corona di tutta la loro discografia.

Iron Maiden – ottobre 1984 (parte britannica del tour) / autore: Paul Natkin (WireImage)

Dietro c’era l’etichetta EMI Records, che negli Iron Maiden aveva visto molto presto una miniera d’oro e per questo metteva mano al portafoglio più a fondo di quanto avrebbe fatto con qualsiasi altra band heavy metal o hard rock dell’epoca. Nella rosa ristretta delle band su cui investire c’erano anche i Def Leppard, ma alla EMI Records alla fine la bilancia ha pesato a favore degli Iron Maiden. Loro sono partiti per questo nuovo pellegrinaggio mondiale con una quantità di roba che, per l’epoca, agli occhi di un profano era semplicemente inimmaginabile. Una struttura da palco gigantesca e mai vista fino a quel giorno, con tutti gli elementi e i dettagli di un parco divertimenti, che in seguito ha ispirato non poco anche altri artisti e ha dato una spinta allo sviluppo di simili attrazioni sceniche. In questo senso il palco di «World Slavery» è considerato una delle mosse più dirompenti e audaci dell’era del rock and roll. Le scenografie si rifacevano alla copertina dell’album di allora, «Powerslave», quindi al tema dell’antico Egitto.

Alan Chester, il tizio scelto come capo designer di questa scenografia, ne è di fatto l’autore, e si è trovato davanti a una sfida del tutto nuova. Una mummia Eddie alta quasi dieci metri, con un torso gigantesco da cui spuntavano le braccia, azionata da un meccanismo a ruote, poi un mucchio di sarcofagi, l’Eddie sfinge,…. Il tutto sostenuto da enormi montacarichi sullo sfondo e coperto da giganteschi teli e tendaggi. Perfino il palco, che gran parte del pubblico di questo tour degli Iron Maiden non ha nemmeno avuto modo di notare durante i concerti, era disseminato di una marea di piccoli dettagli, tra geroglifici e un sacco di altri simboli dell’antico Egitto. Il suo l’ha fatto anche l’integrazione degli effetti pirotecnici. Scoppiettii di scintille e lanciafiamme sfrecciavano da ogni parte, e a prendersi la botta più grossa era ovviamente Eddie. Poi un sacco di cortine di fumo, tra le quali nella memoria riaffiora sempre quell’inquadratura mistica con i ragazzi fermi, nella calma da brividi dell’epica Rime of the Ancient Mariner, immersi fino alle ginocchia in una nebbia fitta. In effetti era tutto orchestrato con una maestria incredibile. Ogni secondo. Ogni briciola di tempo sul palco durante il concerto era sfruttata al massimo, e la simbiosi tra lo spettacolare gioco di luci, le scenografie e il repertorio stesso non poteva essere ottimizzata meglio. «In ogni momento dovevi stare davvero attento a dove ti trovavi sul palco», dice Bruce Dickinson, che ricorda anche i peli del naso bruciacchiati. Su Eddie, invece, Bruce sottolinea che in quel periodo si era trasformato in un «capolavoro mondiale del kitsch da palcoscenico».

Gli Iron Maiden hanno aperto il tour il 9. 8. 1984 in Polonia. Come base per verificare se il tutto funzionava e come funzionava hanno scelto la tedesca Francoforte sul Meno. Da lì hanno lanciato un ‘blitzkrieg’ sui paesi del Patto di Varsavia. Prima però sono passati anche da Colonia, a ritirare i visti. Dietro la spedizione c’è pure l’aneddoto per cui la band aveva quasi dimenticato in Germania la squadra di giornalisti e fotografi, che sarebbe rimasta bloccata a Francoforte perché Warren Poppe, allora tour manager del gruppo, a furia di telefonate si era scordato di buttarli giù dal letto in tempo. Rod Smallwood a quei tempi non lesinava in temperamento esplosivo e urlava e smaniava contro Poppe. Lo sfortunato sospirava ad alta voce, con la faccia aspra, più volte tra sé e sé: “Rod mi ammazza!”. Ma ne è uscito da eroe. Ha tirato fuori dalla tasca la carta di credito e ha noleggiato un piccolo aereo che ha trasportato la squadra di giornalisti nel posto giusto al momento giusto.

Immagino che abbiate già visto tutti il documentario «Behind the Iron Curtain», parte del doppio DVD «The History of Iron Maiden – Part 2: Live After Death». Vale comunque la pena fermarsi un attimo anche su questa parte iniziale del tour. Con questo tour gli Iron Maiden hanno suonato per la prima volta nei paesi del blocco orientale, cioè in Polonia, Ungheria e nell’allora Cecoslovacchia. Anche se i titoli di testa del documentario includono pure la Jugoslavia, che faceva parte dei paesi non allineati, la parte principale del film racconta quello che è successo in Polonia e Ungheria. All’atterraggio a Varsavia la band ha ovviamente preso un colpo di shock culturale che non si sarebbe aspettata nemmeno nei sogni più folli. È entrata nel mondo di un altro secolo, in un altro tempo. Al “Nightliner” facevano improvvisamente compagnia veicoli con motore a due tempi. Una “pittoresca” brigata di Wartburg, Trabant, Zaporožec e poi anche mezzi un po’ più “seri”, cioè Lada, Škoda, Volga e Moskvič. E quel grigio di cemento sconfinato e monotono, come pure la gente con vestiti di una santa semplicità. I fan della band si sono arrangiati a modo loro e sono arrivati ai concerti con magliette degli Iron Maiden fatte in casa con un po’ di improvvisazione e fantasia. E infine, cosa che non c’è bisogno di tacere, con panorami pieni delle donne più belle del mondo. Comunque sia, questa parte del tour è andata in modo fenomenale, e una sera la band si è ritrovata perfino a un banchetto di nozze, dove ha suonato davanti agli sposi e agli invitati che ballavano, e ha sfruttato un giorno libero per una partita amichevole tra la propria squadra e quella dei giornalisti polacchi, vinta sette a uno. Mancavano ancora 30 giorni all’uscita dell’album «Powerslave», anche se in Polonia nessuno se ne preoccupava più di tanto, visto che lì vigeva una censura totale sugli album (a parte gli artisti locali e la musica classica). Alla caduta del muro di Berlino mancavano ancora cinque anni.

La band, ovviamente, suonava in sale diverse. Di dimensioni diverse. Nicko McBrain ricorda un episodio: «Ci portavamo dietro Eddie in tutto il suo splendore luccicante, che ogni sera durante il concerto spuntava alle mie spalle. Una sera mi ha centrato con le sue braccia che sventolavano, i piatti volavano dappertutto e io urlavo: ‘Alzatelo di più’. Mi hanno risposto: ‘Non si può. Non c’è spazio!’»

Eddie però era anche un’arma a doppio taglio. Una sera, infatti, uno dei suoi pezzi è sparito. Non la testa, non le braccia, ma la parte più grossa. Il torso, ovviamente. La “stranezza” di questo furto ha costretto la band a tirare fuori una buona dose di creatività. Nicko McBrain racconta: «Siamo corsi in un negozio a comprare asciugamani da bagno, li abbiamo avvolti uno sull’altro e ci abbiamo fatto un torso di ripiego, che ha salvato le serate finché non ne hanno spedito uno vero, coperto di schiuma. Ogni sera, guardando Eddie da bordo palco, quegli asciugamani cadevano e noi commentavamo sempre: ‘Guarda là. C’è Ed. Sta tornando proprio adesso dalla doccia.’»

Una band occidentale sul territorio dei paesi del blocco orientale. Cinque anni prima del crollo del muro di Berlino. Perfino Rod Smallwood ha riconosciuto l’importanza di quei concerti in Polonia, accompagnando il tutto con la frase: «Erano vibrazioni fenomenali. Era semplicemente incredibile. Sapevamo di fare qualcosa di importante, e quel qualcosa ci dava la sensazione di aver fatto tremare il muro!»

A sinistra e al centro: i biglietti dei concerti degli Iron Maiden (Belgrado, Lubiana). A destra: il manifesto con cui era tappezzata Lubiana nell’estate 1984

Già. Gli Iron Maiden dall’Europa dell’Est sono “sconfinati” anche nella defunta Jugoslavia. Il 18. 4. 1984 hanno suonato per la seconda volta a Belgrado (la prima era stata a settembre 1981), e il giorno dopo nella Hala Tivoli di Lubiana. Stando ai racconti, la Tivoli era strapiena. In quelle due serate ad aprire per gli Iron Maiden avrebbero dovuto esserci i The Warriors, heavy metaller serbi. A Belgrado ce l’hanno fatta, a Lubiana no, perché uno dei camion degli Iron Maiden con parte del “backline” era rimasto bloccato vicino a Slavonski Brod. Così il montaggio del palco ha accumulato ritardo e gli Iron Maiden sono saliti sul palco addirittura senza soundcheck. Doveva seguire il concerto a Pordenone, in Italia, annunciato per il 21. 8. 1984. Solo che proprio quello è stato uno dei cinque concerti cancellati in tutto il tour. Nelle altre date della prima tranche europea ad aprire per gli Iron Maiden sono stati i tedeschi Accept sul vecchio continente e i Waysted sulle isole britanniche. Dopo tre mesi di giro per l’Europa, la band è riuscita a ritagliarsi qualche giorno di riposo, poi si è subito trasferita in Nord America, dove la aspettava un calendario di concerti ancora più fitto. Per la parte americana del tour gli Iron Maiden hanno ritoccato un po’ il repertorio e dalla scaletta sono sparite: lo strumentale «Losfer Words (Big ‘Orra)», «22 Acacia Avenue» e l’assolo di chitarra che veniva infilato prima di «The Number of the Beast».

Un programma così fitto e intenso ha presto iniziato a presentare il conto. «Era spietato», ricorda Bruce Dickinson parlando di quel calendario: «Uno dopo l’altro, uno dopo l’altro, uno dopo l’altro…». Mentre il passaparola sulle incredibili esibizioni live cresceva in modo esponenziale, la band si ritrovava sotto ulteriore pressione, perché doveva giustificare ancora di più i suoi show proverbialmente spettacolari. Adrian Smith dice: «Il gruppo all’improvviso era diventato davvero molto, molto grande, e questo faceva paura», e ammette: «La responsabilità di salire sul palco ogni sera davanti alla folla e suonare per lei per mesi e mesi, spremendo fuori il meglio di te, era diventata un peso in più per tutti noi.»

Dopo la prima parte del tour americano la band si è concessa qualche giorno di riposo, poi è salita sul palco per l’unico concerto sudamericano, in mezzo al festival Rock In Rio, dove però non era l’headliner. Quel ruolo toccava ai Queen, e dopo gli Iron Maiden sul palco sono saliti anche i Whitesnake. Gli Iron Maiden hanno suonato davanti a circa 350.000 persone, e quella registrazione è memorabile anche perché ha immortalato da vicinissimo un Dickinson insanguinato: durante le sue “acrobazie” sul palco il cantante si era spaccato la fronte, ma ha tirato avanti con eroica ostinazione. D’altronde la scarica di adrenalina fa miracoli.

Le conseguenze di tutto lo stress del tour le ha sentite più forte, ovviamente, Bruce Dickinson. Quando la band è ripartita per la seconda parte del tour nordamericano, a gennaio 1985, aveva in calendario ben sette concerti alla Radio City Music Hall di New York (ad aprire le serate c’erano i Queensryche). Bruce Dickinson ricorda: «Radio City Music Hall… lì dovevamo fare sette concerti, e dopo il terzo o il quarto ho detto a Rod: ‘Mi sento davvero male, mi sono ammalato.’ E lui: ‘Quanto stai male?’, e io: ‘Molto’, e lui: «Beh, stasera ce la farai ancora. Domani comunque abbiamo il giorno libero.’»

Il cantante ha cercato di raccogliere tutte le forze per superare l’esaurimento, ma non c’è riuscito: «Sono salito sul palco, mi girava tutto e non riuscivo a muovermi. Mi sono seduto e sono rimasto seduto per quasi tutto il concerto. Sulla pedana della batteria.» Era la quinta serata di fila degli Iron Maiden alla Radio City Music Hall (senza un giorno di pausa), e le quattro successive (due a New York e le seguenti a Glenn Falls e Bethlehem) gli Iron Maiden le hanno cancellate. Così Dickinson ha avuto sei giorni a disposizione per ricaricare le batterie e riprendersi. Rigenerarsi.

McBrain aggiunge: «So che tutto questo ha colpito Bruce in modo pesante. Più di chiunque altro nella band. A causa degli sforzi estremi richiesti dal tour, Dickinson durante quel periodo ha persino cominciato a pensare seriamente di «mollare la barca».

I concerti non erano finiti. I giorni si sciolsero in mesi. Dickinson racconta la vita on the road: «Tutta la realtà comincia a sfuggirti. Leggi certe storie e pensi: ‘Questo ha mandato il suo aereo privato a prendergli un ‘curry’. Che pezzo di idiota.’ Ma quando ti ritrovi dentro questo slittamento della realtà, immerso fino al collo nella scena rock and roll, ti prende una logica bizzarra, e ti ritrovi a pensare: ‘Voglio il ‘curry’. Se non lo ottengo, impazzisco. Non importa quanto costa. Trovami quel ‘curry’.’ Alla fine del tour mancava ancora mezzo anno. Poi a casa ti rendi conto: ‘Ma possibile che abbia buttato così tanti soldi per un ‘curry’? Con quella cifra mi sarei potuto comprare una macchina nuova.’» 

Dopo la tappa in Giappone e Australia la band è tornata negli USA, dove il tour si è intensificato ancora di più. Dave Murray dice: «Non so se abbiamo davvero capito in cosa ci eravamo infilati e fin dove ci eravamo spinti. Il tour aveva cominciato a lasciare graffi e abrasioni sui nostri scudi. Piano piano stavamo iniziando a perderci.» L’ultima data del «World Slavery» tour gli Iron Maiden l’hanno suonata il 5. 7. 1985 a Irvine, in California. A quel punto erano tutti al limite. Erano completamente spremuti ed esausti, e Harris aggiunge: «Dopo quel concerto è arrivato il momento in cui, per la prima volta nel tour, abbiamo avuto la possibilità di dire: ‘Ok. Prendiamoci un po’ di pausa, altrimenti finiamo tutti in manicomio’.» Bruce Dickinson ha poi ammesso nella sua autobiografia «What This Button Do?» di essere stato, dopo il tour di «Powerslave», molto vicino a lasciare gli Iron Maiden.  

È seguito un anno senza concerti. La successiva epopea live, «Somewhere on Tour», è partita a settembre 1986. È cominciata proprio in Jugoslavia, e con la terza data, il 12. 9. 1986, gli Iron Maiden sono tornati alla Hala Tivoli di Lubiana.

Il 14. 10. 1985 è uscito il doppio album in vinile «Live After Death». Raccoglie la registrazione di quattro concerti consecutivi della band alla Long Beach Arena di Los Angeles. Il materiale arriva da due serate a Los Angeles, mentre il resto dell’album è riempito con pezzi registrati dalla band in alcune serate di fila all’Hammersmith Odeon di Londra. Non solo è un live a cui si sono ispirate le altre band heavy metal quando hanno deciso di pubblicare album simili, ma mostra gli Iron Maiden al culmine della loro potenza dal vivo, senza domande inutili e senza alcun dubbio. Contavano i fatti, senza sterili pensieri di scetticismo e con un solo ordine: «Fai, e fai il meglio che puoi in questo momento.» Riesce a farlo solo il meglio del meglio, e a metà anni Ottanta gli Iron Maiden nel metal lo erano davvero.

Suonavano una versione di metal moderna per l’epoca, che univa la migliore combinazione di impatto, musicalità e trovate creative nel dare movimento a pezzi e atmosfera. Nel frattempo, in modo indiretto, hanno reso popolari spandex e high-top, cosa che presto si è attaccata ai Metallica e agli altri seguaci, che però cercavano un’espressività ancora più intransigente.

Nicko McBrain, in uno dei concerti a metà del tour americano, ha deciso di sfruttare quel lungo passaggio strumentale dentro l’epopea Rime of the Ancient Mariner per una trovata speciale. Dopo essere sceso dal palco, come faceva ogni sera, contro i soliti rituali ha deciso che stavolta preferiva rinfrescarsi in una piscina lì vicino. Ci si è infilato vestito com’era. Poco dopo si è sentito urlare di tornare subito sul palco. È schizzato via a più non posso, direttamente dalla piscina. Il batterista gocciolava. Così si è seduto alla batteria. Era tutto improvvisamente pieno di pozzanghere. Dovunque guardasse. Faticava ad afferrare i piatti scivolosi, a tenere il ritmo e a restare sullo sgabello, mentre il tecnico da dietro gli passava gli asciugamani.

A Quebec, durante un concerto, un fan diciottenne della band è morto cadendo da un’altezza di quasi 30 metri da una passerella installata nell’area stampa. Gli Iron Maiden l’hanno saputo solo a concerto finito.

Nella parte americana del tour ad aprire le serate sono stati per lo più i Twisted Sister. Compresi tutti e quattro i concerti alla Long Beach Arena da cui arriva il live. In misura minore hanno fatto da gruppo spalla nella tappa americana anche: W.A.S.P., Mötley Crüe, i già citati Accept e Queensryche.

Oltre alla scaletta standard della prima edizione di questo documento live, cioè il doppio vinile, il primo disco e la prima facciata del secondo sono interamente registrazioni della Long Beach Arena, e la band non ha incluso «Sanctuary», con cui chiudeva i concerti in tutto il «World Slavery» tour. Sull’altra facciata del secondo vinile ci sono invece i pezzi che gli Iron Maiden suonavano sempre in questo tour, ma solo nella prima tranche europea,  tra agosto e novembre 1984.

Le versioni di »Wrathchild«, »22 Acacia Avenue«, »Children of the Damned«, »Phantom of the Opera« e »Die With You Boots On« arrivano da quattro concerti consecutivi della band all’Hammersmith Odeon di Londra, suonati nell’ottobre del 1984. Lì il gruppo ha eseguito anche »Murders in a Rue Morgue« e »Losfer Words (Big ‘Orra)«. La versione di »Sanctuary« suonata alla Long Beach Arena è uscita come lato B del 7 pollici del singolo live “Running Free” (pubblicato nell’agosto del 1985), mentre la versione in 12 pollici dello stesso singolo live in vinile, oltre alla stessa versione live di “Sanctuary”, conteneva sul lato B anche »Murders in a Rue Morgue« dall’Hammersmith di Londra. Il secondo singolo estratto dall’album »Live After Death«, cioè »Run to the Hills« (uscito a dicembre 1985), nella sua versione da 7 pollici aveva sul lato B l’esecuzione di »Phantom of the Opera« dalla sala londinese Hammersmith Odeon.  La versione in vinile da 12 pollici di questo singolo, oltre a Phantom of the Opera, conteneva anche l’esecuzione live dello strumentale »Losfer Words (Big ‘Orra)« – anch’essa dall’Hammersmith Odeon di Londra.

Copertina del singolo (maxi) da 12 pollici “Running Free”
Copertina del singolo da 12 pollici “Run to the Hills”

»Live After Death« è poi uscito in diverse varianti. La VHS originale documenta l’intero concerto della Long Beach Arena, compresa la »Sanctuary« conclusiva (nel 2008 è uscita nella ristampa in doppio DVD). La prima edizione in CD di »Live After Death« era singola (senza le registrazioni londinesi). Al posto della versione originale – cioè quella allungata di »Running Free« – nella prima edizione in CD dell’album “Live After Death” c’è la versione editata di due minuti e mezzo, pubblicata come singolo. Nel 1995 l’album è stato ristampato in tiratura limitata: il primo CD è rimasto identico, mentre sul secondo CD aggiuntivo c’erano tutti i brani usciti come lati B dei due singoli live tratti dall’album, cioè »Sanctuary«, »Losfer Words (Big ‘Orra)« e »Murders in a Rue Morgue« (quelli, insomma, che l’edizione originale in doppio vinile non contiene). Ecco, la nuova ristampa in CD del 1998 mette fine alla seccatura degli esperimenti con la durata e porta l’album su due dischi che finalmente riproducono in modo corretto la versione originale in doppio vinile.   

»Live After Death« una settimana dopo l’uscita è arrivato al quinto posto della classifica britannica degli album più venduti e al diciannovesimo di quella americana. L’uscita di questo live senza sbavature, considerato uno dei migliori, o quantomeno dei più importanti, nella storia dell’heavy metal, ha regalato alla band un sacco di tempo per ricaricare le batterie in santa pace, rigenerarsi e mettersi a registrare il nuovo album in studio, che nel 1986 sarebbe diventato »Somewhere in Time« (recensione di RockLine).

Autore: Aleš Podbrežnik


3 commenti
  1. Matija dice

    Posebna plošča vsekakor. Če me spomin ne vara, gre za enega redkih, morda celo edini rock album, ki je v Jugoslaviji izšel na isti dan, kot v svetu. Običajno so albumi v Jugoslaviji izšli z vsaj nekaj mesečno zamudo, včasih celo večletno, če sploh.

    No, Jugoton je bil vsekakor korak pred drugimi in je poleg kakovostnejše same plošče solidno poskrbel tudi za ovitke, in nas običajno ni prikrajšal za notranje ovitke in barvne fotografije, kot so to imeli navado početi drugi založniki. Live After Death je bil precej na nivoju, manjkala je samo knjižica s podatki o turneji, ki je bila sicer priložena v originalnih izdajah.

  2. Poba dice

    Hej Matija. Mam original Jugotonov. Dela kot šus. Še vedno. En prvih vinilov, ki sem si jih kupil, potem ko se prišparal dovolj denarja za gramofon, zvočnike in ojačevačlnik, sicer sem ga kupil šele poleti 1987. Hitachi-jevi zvočniki so še kar isti, stari preko 40 let. To je krasen podatek – da je plata izšla na dan uradnega izida tudi pri Jugotonu. 😀
    Spominjam se moje navdušenosti nad Iron Maiden. Vse komade sem skinu potem kasneje, v devetdesetih tako da sem dal ta album za ozadje, vse prehode, rife, celo kako lažjo solažo (taping pri Children of the Damned npr.) – s tem albumom sem postal obseden z Maiden.

  3. Matija dice

    Upam, da ne širim fake news, tole sem takrat prebral v naših medijih, srbskih seveda, v slovenskih revijah o težkem rocku tako ali tako že takrat ni nihče pisal. Tako, da je zgodba lahko tudi wannabe novica, ampak verjamem, da je res – prvič zato, ker sem tudi sam bil presenečen, da sem zagledal plato na policah (Pyromanio, 1984 ali Love At First Sting so dejansko izdali skoraj eno leto po uradnem izidu), pa tudi zato, ker je najbrž šlo za globalno voden marketniški pristop – kar bi kar sovpadalo s celotno podobo turneje, o kateri pišeš zgoraj).

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