A Distant Thunder
Artista: Helstar
Etichetta: Metal Blade Records
Uscita: 1988
Durata: 43:17
Voto: 4.5/5
Con il terzo album della carriera gli Helstar hanno salito un bel gradino in fatto di carisma musicale, almeno per quanto riguarda l’evoluzione della loro predica metallica. In quel periodo al cantante James Rivera è venuta voglia di studio e la band si è trasferita a Los Angeles. Ma per non più di un anno. Non so bene come se la sia cavata James in studio, ma per gli Helstar in quell’anno sono successe un paio di cose importanti per la carriera.
Nonostante il chitarrista Larry Baragan avesse già messo insieme riff e pezzi a sufficienza per il nuovo album, il trasloco ha scosso la stabilità degli Helstar e la formazione è passata per un bel po’ di cambiamenti. Della line-up di “Remnants Of War” per “A Distant Thunder” sono rimasti solo James Rivera, Larry Baragan e il bassista Jerry Abarca. Convinti di trovare senza problemi una marea di musicisti a Los Angeles pronti a offrirsi spontaneamente per unirsi a loro, ci hanno quasi lasciato i denti. Il batterista Frank Ferreira, poi, è risultato essere di San Antonio, che non è nemmeno così lontana da Houston, la città d’origine degli Helstar, anche se i ragazzi l’hanno conosciuto proprio a Los Angeles. Dopo audizioni a non finire, alla chitarra si è unito alla fine il “ragazzo di Houston” Andre Corbin, già dopo il ritorno degli Helstar a Houston.
Nonostante tutto questo azzardo, nell’anno di “gita fuori porta” gli Helstar hanno portato a casa un contratto a lungo termine con la Metal Blade Records, che ha permesso una distribuzione più ampia del loro nuovo disco e di conseguenza di cosa? Della musica, ovvio. La Metal Blade Records aveva un accordo anche con l’etichetta tedesca SPV Records per la distribuzione dei suoi artisti in Europa, e così la musica degli Helstar è arrivata, alla fine dei conti, anche dalle nostre parti. L’altra cosa importante è che, passando dalla Combat Records alla Metal Blade Records, gli Helstar hanno guadagnato un sesto membro, capace di portare il loro suono a un livello ancora più alto. Parliamo del celebre produttore americano Bill Metoyer.
Gli Helstar, che venivano dalla scuola metal classica, hanno approfondito ancora di più la loro espressione thrash/speed affilata. Sull’album troviamo pezzi più vicini alle radici dei primi due dischi, come la classicissima Scorcher, il cui ritornello, nella melodia portante, richiama la parte iniziale di Evil Reign, mentre il riff della strofa anticipa l’eredità degli Helstar che confluirà nei successivi Destiny’s End. Il palm muting sulle corde alte e il pennato serrato sui riff (il famoso palm muted riffing) hanno guadagnato ancora più peso e libertà espressiva, e i nuovi Helstar sono risultati così ancora più veloci, ancora più affilati e taglienti, scioccanti e devastanti. Esattamente quello che volevano.
E prima abbiamo parlato di classicismo. Se ascolti la epica Winds Of War, e soprattutto la sua parte centrale (strumentale), guidata da un intenso botta e risposta di assoli di chitarra tra Baragan e Corbin, non è difficile capire che sia Baragan sia Rivera sono cresciuti e si sono formati a suon di Iron Maiden. She’s A Woman, He’s A Man lo conferma con un bel colpo d’occhio. Si tratta di una cover dei rocker tedeschi Scorpions. Ma tagliata rigorosamente lungo le linee dell’incisione artistica metal tipica degli Helstar. E chi l’avrebbe mai detto che gli Helstar avrebbero mai fatto l’occhiolino all’eredità degli Scorpions. Succederà 22 anni dopo, su “Glory Of Chaos”, ma questa è un’altra storia. Come rendere gli Scorpions vampireschi in salsa metal? Chiedetelo agli Helstar. La cover è un piccolo capolavoro, che non rovina l’album nemmeno per un attimo, e chi per caso non conosce il pezzo degli Scorpions può facilmente scambiarlo per un brano originale della band.
“A Distant Thunder” si apre da dio! Per il 1988 ha una produzione eccezionale. Con un pezzo che oggi i fan della band considerano un classico degli Helstar e una presenza fissa in ogni scaletta dal vivo. The King Is Dead trascina l’album in un vortice spietato. A incarnarlo è un’ottima miscela di “shredding” velenoso, un pizzico di melodia, un pizzico di tensione da semitono e, ovunque, una velocità implacabile da furia arruffata! Più o meno così descriviamo la messa degli Helstar. Non dimenticatelo. Siamo (solo) nel 1988. Quando il metal sbocciava ancora a tutto spiano. Qui c’è una convivenza perfetta di tutti gli ingredienti, una comunicazione vivace della sezione ritmica, dove non va perso nemmeno il più piccolo suono di un basso fortemente melodico, dal timbro lacerante e ben in evidenza. La modernizzazione e la richiesta di essere sempre più distruttivi e di rendere più irritante l’elemento shock hanno naturalmente continuato a spalancare le porte al doppio pedale della cassa, che all’epoca aveva davvero la funzione di dare movimento al pezzo (oggi troppe band, a caccia dell'”estremo” shock, asfaltano letteralmente il brano con un uso monotono della doppia cassa) e centrava pienamente lo scopo. Il riffing è indemoniato e questa “cattiveria” viene rafforzata da armonie a tre voci combinate con il già citato “palm-muting” (Bitter End). La prima parte dell’album è più affilata, mentre lo strumentale The Whore Of Babylon segna il passaggio a una seconda parte, impostata in modo più classico, con più elementi epici e ancora più soluzioni melodiche “corrette”. Ma sono i pezzi della prima parte a consolidare il principio dell’espressione degli Helstar in questo periodo. The King Is Dead, Tyrannicide, Abandon Ship, Scorcher sono i momenti che ancora oggi accendono tutti gli amanti del thrash (!) metal e che con la loro audacia e ispirazione hanno spinto parecchi musicisti della generazione più giovane ad approfondire e sviluppare, con il proprio contributo, la tradizione del thrash metal.
Tutto questo non avrebbe un vero senso senza lo straordinario cantante James Rivera. Il suo canto esplosivo, pulito e autorevole, con detonazioni finali eccezionali a prescindere dalla tonalità scelta da Rivera. È il fascino speciale della musica degli Helstar, e il “sinistro” Rivera su “A Distant Thunder” si presenta ancora più maturo e con soluzioni ancora più intelligenti nello sviluppo delle melodie delle strofe, che mettono in risalto tutta la potenza e il carisma della sua voce. James Rivera ammazza soprattutto con gli sfoghi occasionali di pura razza “Halford-esca”, con cui getta altro olio sul fuoco della dinamica delle atmosfere dell’album.
Su “A Distant Thunder” gli Helstar hanno portato il loro suono a un livello più alto di devastazione, sfruttando ancora meglio lo spettro disponibile dell’immagine sonora, e al tempo stesso hanno approfondito e allargato la loro gamma espressiva. I pezzi poggiano su un riff di chitarra portante ben riconoscibile, ma offrono anche una marea di passaggi dalla struttura complessa, che non frammentano nemmeno per un attimo la compattezza dell’album. “A Distant Thunder” è il momento evolutivo della band in cui gli Helstar, con la loro curiosità, hanno varcato di slancio la soglia dell’avventurismo. Quell’avventurismo lo hanno allargato ancora un pochino con “Nosferatu” (1989), ma questa è un’altra storia.
Formazione
James Rivera – voce
Larry Barragan – chitarra
Andre’ Corbin – chitarra
Jerry Abarca – basso, tastiere
Frank Ferreira – batteria
Produzione
Bill Metoyer
Tracklist
1. The King is Dead
2. Bitter End
3. Abandon Ship
4. Tyrannicide
5. Scorcher
6. Genius of Insanity
7. The Whore of Babylon
8. Winds of War
9. He’s a Woman, She’s a Man