A Trieste Roger Daltrey fa risorgere Tommy (2012)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Trieste / Politeama Rossetti / Italia
Data del concerto: 18.03.2012
Spettatori: 1600
Sono poche le band che possono vantare fan fedeli come quelli dei leggendari innovatori del rock classico The Who e, anche se dei quattro membri originali oggi sono ancora vivi solo il chitarrista/genio concettuale Pete Townshend e il cantante Roger Daltrey, l’interesse per la loro magnifica eredità sembra addirittura più grande che mai. Sul pullman con cui siamo partiti per la festa a base di concerto in pieno centro a Trieste c’era, oltre alla solita, sempre benvenuta compagnia di enciclopedie musicali ambulanti e vecchi rockettari, anche il più grande fan sloveno degli The Who, che nella sua collezione ha più di seicento uscite tra studio, live e raccolte: insomma, eravamo in ottima compagnia di veri amanti della buona musica.
Di quanto sia forte l’impronta dell’eredità musicale degli The Who anche sulle generazioni più giovani di ascoltatori, dopo tutti questi decenni, ci siamo potuti convincere in modo splendido domenica sera, quando a Trieste è arrivato con la sua band il signor Daltrey, ancora oggi l’immagine perfetta di una bravura vocale straordinaria e di un carisma da palcoscenico fuori dal comune. Roger era a Trieste nel pieno di un tour solista dal sapore solenne, perché ci portava dal vivo l’intero capolavoro concettuale degli The Who »Tommy«, che quest’anno compie esattamente quarantatré anni.
Per l’occasione si è circondato di compagni di viaggio con una tecnica strumentale da fare invidia. La band d’accompagnamento, che Daltrey ha battezzato Plan B, era capitanata dal chitarrista e direttore musicale Frank Simes, tra l’altro anche il coreografo principale della leggendaria opera rock. Con lui c’erano l’ottimo chitarrista ritmico e cantante Simon Townshend, il fratello minore di Pete, che grazie al caratteristico berretto lo ricordava anche nell’aspetto fisico, il tastierista Loren Gold, il bassista Jon Button e il batterista Scott Devours. A Trieste Roger non avrebbe potuto scegliere location migliore della magnifica sala teatrale-operettistica del Polietama Rossetti, che sembra fatta apposta per gli spettacoli pomposi, tra i quali rientra senza dubbio anche »Tommy«, nel 1975 portato sullo schermo pure sotto forma di film musical. L’esibizione era divisa in due parti. La parte ‘regolare’ è stata dedicata all’esecuzione dell’intera opera rock, dopodiché Roger ha piazzato nei bis ancora qualche classico degli The Who e un paio di pezzi della sua carriera solista, mentre un brano è toccato al chitarrista Simon Townshend, che si è fatto valere anche come cantante solista di qualità.
Tutti i pezzi della serata, quindi non solo l’intero »Tommy«, sono stati accompagnati da proiezioni grafiche pittoresche e originali, che si sposavano alla perfezione con i testi vividi di questo concept di culto sul ragazzo ‘sordo, muto e cieco’ che dalla sua guarigione ‘miracolosa’ costruisce un culto di massa, mentre in mezzo dominava di continuo la tradizionale iconografia degli The Who. L’introduzione strumentale »Overture«, segnata dal riff di chitarra bello grosso di Townshend, ha avvolto la sala fin dall’inizio in una nuvola di euforia indescrivibile, tanto che per un attimo è sembrato davvero di avere davanti gli The Who e non solo Roger in versione solista. Ha fatto la sua parte anche un impianto audio eccezionale, che garantiva un’atmosfera al massimo dell’intensità. In »It’s a Boy«, dove ‘accade’ la nascita di Tommy, Simon Townshend ha sostituito alla grande le parti vocali originali di Pete, mentre il signor Daltrey gli teneva compagnia ai tamburelli e finalmente, per la prima volta, ha preso la parola con il tuonante verso finale »a son«.
L’esecuzione della sarcastica »1921« è stata segnata da un ottimo gioco vocale tra Roger e i coristi sullo sfondo. Roger, nonostante le sue 68 primavere, ha ancora una voce conservatissima e ha mantenuto anche una buona dose di vitalità giovanile, con cui ai tempi d’oro entusiasmava come uno dei comandanti da palco più carismatici. Tra i suoi marchi di fabbrica c’è ancora l’immancabile numero da cabaret di far roteare il cavo che collega il microfono, con cui frustava l’aria come un vero cowboy della classe operaia inglese. Allo stesso tempo, ancora oggi non gli manca il tipico umorismo britannico: tra l’altro ha scherzato sul dolore al collo, conseguenza di una notte passata male in un letto d’albergo scomodo.
Tra il classico psichedelico »Amazing Journey« e lo strumentale »Sparks«, noi del pubblico ci siamo convinti definitivamente delle capacità tecniche invidiabili della band di Roger, che univa un’ottima tecnica a un eccezionale senso della sfumatura. E ci hanno entusiasmato anche nei momenti più incisivi, quando bisognava portare l’atmosfera in sala oltre il punto di ebollizione. Durante »Eyesight of the Blind (the Hawker)« Roger ci ha conquistati con una drammaticità teatrale, mentre a fargli compagnia c’era un susseguirsi pulsante di frasi di chitarra. La sarcastico-comica »Christmas«, accompagnata dalle proiezioni con un divertente racconto delle birichinate natalizie ‘poco devote’ di Tommy, ci ha risucchiati definitivamente nel cuore dello spettacolo musicale. Nel motivo »Tommy Can You Hear Me?«, che più tardi ritorna, Roger ha mostrato con chiarezza il suo camaleontismo vocale, passando di continuo, con facilità e convinzione, dall’aggressività alla delicatezza.
Su »Cousin Kevin«, melodrammatica, dove l’atmosfera e il concept scivolano piano piano in una direzione ancora più bizzarra, Roger e compagnia hanno colto alla perfezione il momento in cui Tommy viene maltrattato durante i giochi d’infanzia dal cugino disadattato. Sulla fusione psichedelico-hard rock di »The Acid Queen« la band è andata avanti con un’interpretazione fedele all’originale, mentre il signor Daltrey si dedicava con passione a una teatralità vocale entusiasmante. Più di uno, tra il pubblico, ha riconosciuto uno dei vertici dell’opera rock nello strumentale di dieci minuti »The Underture«, dove i musicisti hanno regalato una jam indimenticabile. Il batterista Devours aveva il compito difficilissimo di sostituire il compianto Keith Moon, ma se l’è cavata alla grande e ci ha entusiasmati soprattutto ogni volta che calava il colpo sul gong. Anche Jon Button, che al basso sostituiva John Entwistle, ha dimostrato di essere un tipo a posto, e lo stesso vale per il modo in cui suona il basso.
»Fiddle About, dal colore pedofilo, segnata dall’arrivo dello zio Ernie, ha attirato l’attenzione soprattutto con il suo motivo centrale bizzarro ma spiritoso. Il boato più grande del pubblico, come c’era da aspettarsi, l’ha scatenato il grande evergreen »Pinball Wizard«, accompagnato sullo sfondo da una proiezione grafica spiritosa di un flipper. Come si conviene, a far impazzire di più sono stati il ritornello trionfale e il riff di chitarra pittoresco e ben ingrossato. Con la vittoria di Tommy a flipper la prima parte dell’opera rock ha raggiunto il suo climax. Nel frattempo al chitarrista Simes si è rotta una corda sulla sua Fender Stratocaster, ma non si è fatto distrarre fino alla fine del pezzo, quando ha cambiato chitarra. A dare più grattacapi alla band sono stati i cavi aggrovigliati, che i tecnici di palco hanno dovuto raddrizzare più volte durante l’esibizione.
Su »Go to the Mirror!«, dove ritorna il motivo »see me, feel me, touch me, heal me««, la combriccola di Roger ci ha entusiasmati soprattutto con una scorpacciata di riff hard rock bello pieni. Poi, con una serie di brani più brevi, tra cui »Tommy Can You Hear Me?«, il blues »Smash the Mirror« e la acustico-psichedelica »Sensation«, hanno portato in porto in modo convincente la transizione concettuale della guarigione improvvisa di Tommy e della fondazione del suo culto religioso. Il folk rock »Sally Simpson« è stato accompagnato da una proiezione comica, con cui ci siamo divertiti sulle avventure caricaturali di un’adolescente ossessionata dal neo-predicatore Tommy. Sulla psichedelica »I’m Free« hanno avuto di nuovo spazio le armonie vocali pittoresche e i delicati arrangiamenti di pianoforte. In »Welcome« la pomposità è andata a braccetto con arrangiamenti folk, in mezzo ai quali Roger ha suonato l’armonica. Dopo l’intermezzo comico »Tommy’s Holiday Camp« è arrivato il momento della festa e del gran finale della parte regolare dello show con l’indimenticabile evergreen »We’re Not Gonna Take It«, che in sostanza è una specie di spaccato dell’intero concept, e l’odissea di Tommy si è chiusa in modo trionfale.
Nella seconda parte, quella dei bis, di uno show di tre ore, è arrivata la volta di tanti altri classici degli The Who. Con »I Can See For Miles«, »The Kids Are All Right« e una versione blues di »My Generation« Roger ci ha riportati ai primi anni della sua carriera con gli The Who, quando a metà degli anni Sessanta hanno iniziato a scrivere la storia del rock. Le anime romantiche, quella sera, sono state di sicuro conquistate soprattutto dall’evergreen »Behind Blue Eyes«, una delle più belle ballate rock di tutti i tempi. Con »The Way It Is« si è messo in luce come solista anche il chitarrista Simon Townshend: era un suo pezzo personale, con cui ha incantato proprio tutti quelli presenti in sala. Abbiamo avuto occasione di ascoltare anche il classico »Who Are You«, che viene dall’omonimo album della fine degli anni Settanta e le cover »Gimme A Stone« (orig. Levon Helm) e »Young Man Blues« (orig. Mose Allison). »Days of Light« è stato quella sera uno dei due brani solisti firmati da Roger.
Per tanti del pubblico il culmine della serata è stato l’indimenticabile »Baba O’Riley«, una delle migliori composizioni rock di tutti i tempi e, per molti, anche il miglior pezzo degli The Who in assoluto. L’effetto pulsante dell’intro è stato ovviamente suonato al sintetizzatore, mentre il patos vocale di Roger, che guidava il riff di chitarra bello pieno, ha raggiunto qui la decima potenza ambientale. Con la ballata solista »Without Your Love« Roger ha chiuso il primo bis del concerto. Per il gran finale ha scelto invece il classico di »The Who by Numbers« (1975) »Blue Red And Grey«, parte integrante di quello che, a detta di Roger, è un album degli The Who trascurato, ma il suo preferito. L’ha suonata all’ukulele e ci è riuscito fino al momento in cui ha dimenticato il testo del verso successivo. Nel frattempo lo accompagnava al basso Jon Button. Dopo tentativi falliti, quasi comici, di andare avanti, ha deciso di rifare il pezzo da capo e stavolta è filato tutto liscio. Così è finita la nostra splendida serata con il leggendario cantante, che quella sera, insieme alla sua ottima band, ci ha portati in cima al Parnaso del rock classico.
Roger Daltrey ha dimostrato che, dopo tutti questi decenni, resta ancora uno dei veri mestieranti del settore e una delle poche autorità ancora indomabili dell’età d’oro del rock, uno che sa come servire del buon rock a un pubblico sempre affamato. Sarebbe bello vederlo di nuovo unire le forze, in un futuro vicino, con il vecchio amico Pete, magari per un tour in cui suonare di nuovo per intero il capolavoro »Quadrophenia«, l’altra celebre opera rock degli The Who.
Scaletta
- Overture/It’s A Boy
- 1921
- Amazing Journey
- Sparks
- Eyesight To The Blind
- Christmas
- Cousin Kevin
- The Acid Queen
- Do You Think It’s Alright?
- Fiddle About
- Pinball Wizard
- There’s A Doctor
- Go To The Mirror
- Tommy Can You Hear Me?
- Smash The Mirror
- Sensation
- I’m Free
- Miracle Cure
- Sally Simpson
- Welcome
- Tommy’s Holiday Camp
- We’re Not Gonna Take It
- I Can See For Miles
- The Kids Are Alright
- Behind Blue Eyes
- The Way It Is
- Days Of Light
- Gimme A Stone
- Who Are You
- My Generation
- Young Man Blues
- Baba O’Riley
- Without Your Love
- Blue Red And Grey
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