Act One

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Beggars Opera
Etichetta: Vertigo Records
Uscita: year
Durata: 42:04
Voto: 4.5/5

I Beggars Opera, progrocker sinfonici scozzesi, sono stati una di quelle band a cui, dopo i primi risultati, in tanti avevano pronosticato una carriera lunga e di successo, perché all’inizio le cose si mettevano davvero bene. Purtroppo, dopo l’inizio degli anni Settanta, una serie di eventi ha preso una piega diversa da quella attesa, e oggi a malapena qualcuno sa che siano esistiti, a meno che non sia un grande appassionato della scena progressive rock britannica. I Beggars Opera classici dei primi anni Settanta erano una band dal talento straordinario e tecnicamente rifinita fino all’ultimo dettaglio, con doti di arrangiamento e improvvisazione semplicemente affascinanti.

Forse erano addirittura i musicisti più dotati tra tutte le rock band scozzesi paragonabili di quell’epoca, quindi non stupisce che la delusione sia stata enorme quando, dopo tre splendidi album in studio, hanno perso l’ispirazione artistica di un tempo e si sono infilati in una direzione piuttosto strana, dal sapore commerciale, riducendosi a una pallida ombra dell’antica grandezza. Il loro primo singolo, »Sarabande«, ha ricevuto un’accoglienza calorosa in vari paesi dell’Europa continentale, ancora prima che nel 1970 uscisse il loro esordio in studio, »Act One«, che è stato addirittura uno dei migliori debutti di una band sinfo-progrock, e questo dice parecchio sulla qualità di questo gruppo scozzese di culto.

Nei loro primi lavori i Beggars Opera ricordavano qua e là musicisti connazionali molto più noti, a partire da Jethro Tull, The Nice, Deep Purple e Uriah Heep, ma allo stesso tempo avevano un suono abbastanza originale da conquistarsi in fretta un bel po’ di seguaci fedelissimi, che si godevano il loro mix esplosivo e spesso pomposo di rock e sinfonica, in mezzo al quale non mancavano improvvisazioni selvagge ma attentamente controllate, attraversate di continuo da una brillantezza tecnica abbagliante. Il suono tradizionale dei Beggars Opera, fondato proprio su »Act One«, poggiava sulle possenti variazioni di chitarra del fondatore e capo non ufficiale della band Ricky Gardiner e sui complessi arrangiamenti orchestrali del tastierista Alan Park, vero maestro del suonare l’organo Hammond in modo energico e dinamico, capace di dare ai singoli brani un’atmosfera cupa.

Il cantante originale dei Beggars Opera, Martin Griffiths, sfoggiava una voce riconoscibile e carismatica, con un timbro un po’ imparentato con quello del leggendario David Byron (Uriah Heep), e nei primi lavori la band ha saputo sfruttarlo bene. Le sfumature ritmiche, spesso condite di jazz, del bassista Marshall Erskine e del batterista Raymond Wilson hanno reso ancora più complessa la natura della maggior parte delle composizioni di »Act One«, tutte un miscuglio a modo loro di eclettismo, imprevedibilità e melodicità quasi giocosa. Un bell’esempio di spirito improvvisativo e senso del pomp è già il brano d’apertura »Poet And Peasant«, che si apre con un’intro psichedelica, seguita da variazioni d’organo da virtuoso e stampede di batteria incandescenti, mentre nel mezzo di un tempo accelerato regnano i manierismi vocali quasi maniacali di Griffiths. Le armonie di chitarra drammatiche della parte finale, dieci anni dopo, con minime modifiche sarebbero diventate uno standard nella scena NWOBHM e nell’heavy metal classico.

»Passcaglia« è segnato da arrangiamenti d’organo classicheggianti e da scarti ritmici dall’impostazione aggressiva, in mezzo ai quali entusiasma in particolare l’approccio vocale malinconico di Martin, stavolta in netto contrasto con le sue follie canore del brano precedente. Gardiner ad ogni occasione mette in mostra le sue straordinarie doti tecniche alla chitarra e fa capire perché nel 1976 sia stato invitato da David Bowie in persona a collaborare all’album »Low«. Le improvvisazioni d’organo di Park sono un vero pascolo per le orecchie e, con la loro natura cupa ma al tempo stesso scatenata, richiamano il modo di suonare l’organo di un diavoletto particolarmente dispettoso che, nel frattempo, cavalca un razzo. »Memory« si apre con un’introduzione strumentale complessa e pomposa, dove infuria una battaglia furiosa tra organo e chitarra elettrica, mentre Griffiths si fa valere con il suo particolare mix vocale di emotività e teatralità, attraverso cui trasmette un testo tenebroso su un amore sfortunato.

Seguono due composizioni lunghe quasi dodici minuti ciascuna. La prima è l’affascinante strumentale improvvisato »Raymond’s Road«, dove a Park e al batterista Wilson letteralmente va in tilt il cervello per la quantità di improvvisazioni folli, d’organo e ritmiche, e che contiene anche una variazione interessantissima di un classico di Mozart, ‘Eine kleine Nachtmusik’. Quest’ultima suona così cupa che sembra che Mozart sia sceso dal cielo all’inferno e l’abbia suonata, con speciali accelerazioni ritmiche, per un coro di diavoli bello vigile. Anche a Gardiner, durante le improvvisazioni di chitarra da capogiro della prima parte di questo brano, più volte ‘salta il film’. Per il resto, per tutta la lunga jam strumentale l’intera band, con un tempo ‘supersonico’, suona come se avesse sotto i piedi delle casse di dinamite accese e avesse fretta di saltare via il prima possibile. Nella parte finale, in mezzo alle improvvisazioni folli, inseriscono con abilità una divertente variazione di un classico di Rossini, il ‘Guglielmo Tell’, e di ‘Nella grotta del re della montagna’ di Grieg, con cui la folle danza degli strumenti raggiunge il suo apice.

Per il finale epico, però, i Beggars Opera servono il culmine ambientale dell’album sotto forma di »Light Cavalry«, dove ancora una volta dimostrano un livello invidiabile di virtù tecniche e velocità ritmica, per cui ancora oggi possono leccarsi i baffi tutti quelli per cui i Dream Theater sono la band preferita. La parte introduttiva strumentale, pomposa, con armonie d’organo dal sapore sacrale, ricorda le follie del brano precedente, finché al terzo minuto non entra la voce melodrammatica di Griffiths, che in mezzo a furiose sfuriate ritmiche, dove la batteria torna a prendere doppie accelerazioni, assicura una giusta infusione di sottigliezza. Le variazioni d’organo pompose raggiungono il culmine in uno sfogo epico, mentre composizioni geniali come »Light Cavalry« fanno nascere all’istante un senso di rimpianto, perché a una band così straordinaria, con una promozione inadeguata, le stelle della musica non sono state favorevoli abbastanza da farla iscrivere tra i più grandi.

»Act One«, un esordio affascinante, resta ancora oggi una delle opere chiave del progressive rock scozzese e il primo di tre ottimi album dei Beggars Opera con Martin Griffiths alla voce solista. Purtroppo, dopo la sua uscita, la qualità della musica dei Beggars Opera è calata drasticamente, perché Ricky Gardiner ha preso parecchie decisioni discutibili riguardo al destino di questa band di culto. Dopo una lunga pausa all’inizio degli anni Ottanta, dal 1996 in poi i Beggars Opera sono tutta un’altra storia: si tratta di un trio di famiglia formato da Gardiner, sua moglie, la tastierista Virginia Scott, e il loro figlio Tom alla batteria. Questa versione della band ha ormai ben poco in comune con i Beggars Opera classici, anche se porta lo stesso nome.

Formazione

Martin Griffiths – voce
Ricky Gardiner – chitarra solista
Alan Park – organo 
Marshall Erksine – basso
Raymond Wilson – batteria

Produzione

Phil Coulter e Bill Martin

Tracklist

1. Poet and Pesant (7:10)
2. Passacaglia (7:04)
3. Memory (3:57) 
4. Raymond’s Road (11:49)
5. Light Cavalry (11:57)

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