Astra
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Asia
Etichetta: Geffen Records
Uscita: 1985
Durata: 44:47
Voto: 3/5
“Astra” è il terzo album della superband AOR Asia e al tempo stesso il loro ultimo tentativo di riconquistare le vette della vecchia gloria, toccate dal mitico esordio del 1982. L’assalto alla vetta delle classifiche radiofoniche è fallito miseramente: gli Asia, ormai, erano solo una pallida ombra di quella band leggendaria formata da pesi massimi del prog rock, che riempiva gli stadi come niente e sfornava un hit dopo l’altro. “Astra” è un ritratto fin troppo chiaro di una band che un tempo volava alto e ora è in pieno declino artistico, con rarissimi richiami a ciò di cui era stata capace nella sua incarnazione originale, .
La parabola creativa discendente è cominciata soprattutto dopo l’addio del grande maestro della chitarra Steve Howe, che se n’è andato per i rapporti pessimi con il cantante e bassista John Wetton. Dopo la sua uscita, il termine superband era giustificato solo in parte. Howe è stato infatti sostituito dal poco noto Mandy Meyer, ex chitarrista degli svizzeri hard rock Krokus. Meyer, hard rocker che nella band non è durato più di un anno, si è portato dietro uno stile di chitarra completamente diverso da quello del jazzista Howe, il che calzava a pennello con la visione compositiva di Wetton di allora. La struttura più hard rock e compatta dei singoli pezzi, però, al suo “migliore amico” Howe non andava giù nemmeno un po’, tanto che, nonostante le pressioni dell’etichetta Geffen, ha rifiutato qualsiasi possibile collaborazione al disco.
Grazie a Meyer, gli Asia non erano mai suonati così incisivi, in linea con i piani di Wetton di conquistare anche un po’ di pubblico hair metal. Ma ha fatto i conti senza l’oste: “Astra” è stato accolto da una risposta tiepidissima e ha contribuito in buona parte allo scioglimento (temporaneo) della band nel 1990. La maggior parte dei pezzi del disco l’hanno scritta Wetton e il tastierista Geoff Downes, gettando così le basi di una lunga e fortunata collaborazione compositiva. Vista la reputazione di entrambi e di Palmer come autori e strumentisti, avrebbero potuto cavarsela molto meglio del risultato finale, piuttosto mediocre per i loro standard, ma senza ispirazione e motivazione a sufficienza era difficile tirare fuori qualcosa di meglio. Una delle rare e gradite novità in positivo è che i testi di “Astra” si nutrono molto meno di storielle d’amore di ogni genere.
“Astra” ha comunque qualche momento brillante, che ricorda come il collettivo Asia fosse ancora capace di fare del melodic rock di qualità, anche se con un retrogusto più hard rock che prog. La prima metà del disco è nettamente migliore del resto, dove a tratti sembra che gli sia improvvisamente finita la benzina. Tra i pochi pezzi del disco che ancora oggi meritano l’attenzione dei buongustai della musica e il titolo di classico degli Asia spicca l’opener, catalizzatore di energia, “Go”. All’introduzione di Downes, una natura morta sonora all’organo, segue un passaggio drammatico verso una sezione in crescendo dominata da decise parti di chitarra. In primo piano c’è un ritornello bombastico che, con la sua immediatezza melodica, ti si pianta all’istante nei recettori uditivi dei gourmet dell’AOR. L’interazione tra le linee levigate dei sintetizzatori e i riff pesanti è giocata alla grande sul motivo principale, mentre la dinamica ritmica è tenuta in piedi da possenti passaggi di batteria. Al momento dell’uscita “Go”, come la maggior parte degli hit degli Asia, è stato accompagnato da un video pittoresco con una bomba sexy in un ambiente futuristico nel ruolo da protagonista. Somiglia alla figura della splendida copertina, curata ancora una volta dal leggendario Roger Dean.
Anche la power ballad “Voice Of America”, con il suo ritornello da sveglia, nonostante un testo disperatamente ingenuo, per non dire irragionevolmente scemo, che esalta il potere del mezzo “democratico”, ha quei riconoscibili fattori epico-bombastici degli Asia e quei raffinati ornamenti strumentali per cui nel corso degli anni si sono guadagnati la maggior parte dei fan. Si potrebbe dire che questo pezzo solido, ma un filo patetico, sia diventato anche lo standard delle successive ballad soliste di Wetton. “Hard On Me” è un altro stimolatore del battito cardiaco AOR relativamente interessante, in cui la melodia stuzzicante è affidata a un ritornello estremamente cantabile, unito all’interazione ben costruita tra frasi di chitarra hard rock e linee bombastiche di sintetizzatore. Il romantico “Wishing” è una ballad di Wetton quasi stereotipata, dove il cavaliere dal cuore infranto naviga tra semplici frasi di chitarra e malinconici inserti di tastiera.
Molto più interessante è l’epica “Rock and Roll Dream”, uno dei rari momenti in cui, per un breve istante, si illuminano le radici prog rock del leggendario trio. È forse anche il pezzo migliore del disco, con il culmine che arriva con un’uscita bombastica nel ritornello epico. Questo ottimo pezzo è abbastanza dinamico da meritarsi tutte le simpatie degli amanti della formazione originale, ma ha anche abbastanza finezza AOR da rendere, nonostante i suoi quasi sette minuti, una discreta sorpresa il fatto che non abbia avuto più risonanza sulle onde radio di allora. In mezzo c’è anche spazio per un ottimo assolo di Meyer, mentre alcuni motivi di tastiera di Downes, con in testa gli arrangiamenti orchestrali epici, sono tra i migliori della sua carriera. Lo stesso vale per il canto di Wetton, in cui ha messo tutto il suo carisma e la sua autorità emotiva.
“Countdown to Zero”, pezzo da guerra fredda, è un esempio piuttosto mediocre di intreccio tra passaggi di chitarra hard rock e linee di sintetizzatore new wave. Il mix marcato di sintetico, impatto rock pesante e campioni elettronici ricorda un po’ alcuni dei lavori successivi dei progster tedeschi Eloy. Su “Love Now Till Eternity” si potrebbe dire che sia una ballad di troppo, perché per qualità non si distingue in nulla dalle due che la precedono. L’eccezione è il ritornello a più voci con il testo sdolcinato e il motivo “natalizio” delle tastiere. “Too Late” si regge soprattutto su bombastiche linee di tastiera e massicce entrate di batteria, mentre il ritornello è piuttosto anonimo. Lo sperimentare a metà brano con le armonie vocali è appena degno di nota e non contribuisce in alcun modo a migliorare l’atmosfera di questo pezzo del tutto mediocre.
La power ballad “Suspicion”, con i suoi numerosi motivi orchestrali e la drammaticità vocale in crescendo, promette molto, ma alla fine non realizza il suo potenziale, perché le manca un ritornello d’effetto con cui potersi ancorare tra gli standard degli Asia. Il pezzo conclusivo “After the War” regala una piccola, piacevole sorpresa, perché conquista con la dinamica ritmica marcata e i passaggi inattesi tra i vari motivi. L’atmosfera epica è sostenuta dalle marce di batteria infuocate di Palmer, da passaggi di chitarra pesanti e da armonie sottili, mentre sullo sfondo si sentono effetti di temporale. Allo stesso tempo, questo pezzo è una bella prova del fatto che in Wetton e Downes covava ancora, anche allora, una scintilla di sperimentalismo prog rock.
“Astra” è lo specchio fedele dello stato artistico ed emotivo dei membri di una band un tempo celebre, che a quel punto aveva già superato la data di scadenza. Oggi l’album nel suo insieme non suona affatto così sbagliato come sembrava all’uscita, quando ha provocato una grande delusione tra i tanti fan, ma parecchie cose si sarebbero potute fare molto meglio, con il giusto fervore creativo. Gli anni successivi sono stati per gli Asia un periodo di instabilità e continui cambi di formazione, perciò nessuno si è stupito quando nel 1990 hanno deciso per una pausa (temporanea), se non forse per il fatto che sotto il comando di Wetton fossero riusciti a durare così a lungo. Dopo che se n’è andato anche Wetton, in molti hanno pronosticato loro una fine triste, ma con l’arrivo del cantante e bassista John Payne e con Downes che ha preso il testimone come leader della band, si sono miracolosamente ripresi ed sono entrati in una nuova primavera creativa. Wetton è tornato nella band solo nel 2006, quando è stata ricostituita la classica e più amata formazione degli Asia.
Formazione
John Wetton – voce e basso
Geoff Downes – tastiere, cori
Carl Palmer – batteria
Mandy Meyer – chitarra
Produzione
Mike Stone
Tracklist
1. Go
2. Voice of America
3. Hard On Me
4. Wishing
5. Rock and Roll Dream
6. Countdown to Zero
7. Love Now Till Eternity
8. Too Late
9. Suspicion
10. After the War