Bang Your Head!!! 2009 – lo show di “warm up”

ALEŠ PODBREŽNIK
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Location: Volksbank Messehalle / Balingen / Germania
Data: giovedì, 25.06.2006


È passato un altro anno ed è arrivato il momento del nuovo Bang Your Head festival, che si tiene ogni anno nella cittadina tedesca di Balingen, nella regione del Baden-Württemberg, piuttosto vicino a Stoccarda. Come da tradizione, anche quest’anno gli organizzatori hanno pensato a uno show di “warm-up” che, a differenza dell’anno scorso, quando il concerto di riscaldamento si era tenuto nella vicina Hechingen con Frobidden, Breaker e Firewind, ha trovato casa nella nuovissima Voklsbank Messehalle, praticamente dentro l’area stessa del festival.

Snake Ride Rodeo (20.00-20.50):

Scocca l’ora: le otto. Di sera, tanto per essere chiari. La gente sotto il palco si contava sulle dita di una mano, ma i Snake Ride Rodeo sono dovuti salire lo stesso. È una band nata cinque anni fa, ma composta da musicisti tedeschi di lunga esperienza. Voi fan dei Running Wild conoscete di sicuro alla perfezione la parola Preacher. L’ex Running Wild oggi suona la chitarra negli Snake Ride Rodeo. La band gioca la carta dell’attacco, con una frittata velenosa e vivacissima di riff di chitarra che sa più di rock n’ roll rumoroso e sbronzo che di qualunque cosa si possa chiamare metal. Con gli Snake Ride Rodeo tutto sulle chitarre stride e sfrigola mentre i ragazzi portano avanti il loro materiale. Il rombo sporco è sorretto da una voce più bassa, ruvida, gutturale e tagliente. Immaginatevi il Mat Sinner (Sinner, Primal Fear) con il naso chiuso per il raffreddore. Il suono e l’energia a tratti portano l’ascoltatore dalle parti dei Black Label Society. Brani come Ashes, Ultimate Fear o Bleed hanno presentato la band al pubblico, tra le altre cose. Il quartetto purtroppo ha trovato una risposta tiepida in una sala già di per sé piuttosto vuota, che in condizioni normali ospita comodamente 5000 persone. Visto che la band punta soprattutto sull’energia di un senso rock genuino, generata dalla forza del riff, il suono molto distorto, in cui i bassi mangiavano la qualità del quadro sonoro, non era nemmeno così fastidioso. Quello che dava fastidio era la sensazione che la band abbia dato solo quanto bastava per via della routine, per mantenere una correttezza di facciata. Per fare di più, la sala avrebbe dovuto essere decisamente più piena.

Evile (21.00 – 21.50):

I britannici “thrasher old school revival” Evile sono saliti sul palco come secondi. Si tratta di thrash metal ottimamente preparato, votato a un galoppo ritmico solido che ha fatto esplodere i presenti, mentre i ragazzi della formazione Matt Drake (chitarra, voce), Ol Drake (chitarra), Mike Alexander (basso) e Ben Carter (batteria) lanciavano manciate di dinamite in pezzi furiosi come Bathe In Blood. Il tutto è roba nuova, ma porta con sé qualche traccia dei vecchi Slayer (quelli del periodo iniziale), con l’immancabile inserimento di assoli di chitarra accurati (anche a più sezioni), sparati a una velocità velenosa, scritti con l’accento sul semitono, come richiesto anche dal riffing stesso di questi promettenti thrash revivalisti. La voce non è fastidiosa, è “piacevolmente ruggente” e dosa il giusto peso di un carattere tempestoso!

Il look, ovvero la mise di scena della band, ricorda moltissimo quella degli anni Ottanta, quando i Metallica portavano pantaloni neri attillati e alte scarpe sportive “Puma”. Finché i ragazzi sforneranno pezzi così ottimi, convincenti in tutto e carichi di aggressività e rabbia come Thrashers, We Who Are About To Die o Armoured Assault, per il futuro del thrash metal europeo non c’è davvero da preoccuparsi. Un’esibizione ottima, compatta, perfettamente affiatata, che però a tratti ha un po’ sofferto per via degli assoli poco distinguibili. Gli Evile sono saliti sul palco a tutta forza, con sicurezza, e hanno condito la loro visita con una dose abbondante di entusiasmo e di energia ribelle e indomita, sparata da un implacabile e aggressivo rotolare di riff thrash metal. Una buona novità che sa di vecchio, e di qualità! La band, che a settembre 2009 pubblicherà il suo secondo album in studio intitolato “Infected Nations”, ha convinto in pieno con l’esibizione, e a salutarla calorosamente sotto il palco c’erano già un migliaio di curiosoni!

Jon Oliva’s Pain (22.05 – 23.15):

I Jon Oliva’s Pain sono riusciti a riempire finalmente la sala. La band, che l’anno scorso ha pubblicato il suo terzo album in studio “Global Warning”, a quanto pare si è stufata di suonare il proprio repertorio e ne ha conservato solo il brano Walk Upon The Water. Tutto il resto del materiale era dedicato all’esecuzione dei soli e unici Savatage.

Di fronte a questo sono sorte delle domande. Perché diavolo Jon Oliva non rimette in piedi i Savatage? La ricerca di una risposta adeguata è diventata ancora più penosa quando il pubblico si è letteralmente strappato la voce sui classici dei Savatage Chance, Edge Of Thorns, Tonight He Grins Again, Gutter Ballet, Sirens, Believe, Jesus Saves e sul brano finale Hall Of The Mountain King. Questa domanda è stata alimentata soprattutto dall’aspetto trasandato dei Jon Oliva’s Pain, di cui il principale responsabile era il chitarrista Matt Laporte. Il tizio non aveva nemmeno un suono sul palco preparato a dovere, figuriamoci eseguire con impegno il repertorio dei Savatage. Perché sia andata così, non lo so. Era ubriaco, oppure forse la sensazione che i ragazzi non vedano l’ora di finire il tour e che Jon li sciolga non inganna? Parlo di una sensazione, non lasciatevi fuorviare!

Di Chris Caffery si è sentita davvero tanto la mancanza. Laporte non solo non sembrava coinvolto, ma si è concesso anche qualche grosso errore durante gli assoli, così come nelle linee guida di chitarra e negli abbellimenti. In generale i velenosi “tremolo bending” erano scandalosamente carenti, anzi non c’erano proprio, e mancava pure la vera carica nei riff stessi. Completamente svuotato, privo di vissuto e condito con una dose generosa di pressappochismo: così si può dire di Laporte.

A salvare tutto ci ha pensato il grande Jon Oliva, che ha cantato in modo eccellente e con il suo enorme carisma ha dirottato il pubblico su di sé, tanto che questo si è forse lasciato sfuggire e ha perso di vista il “sfinito” Laporte e il suo imbroglio sul palco. Per Oliva è un gioco da ragazzi. Se ne stava seduto proprio davanti, suonava le tastiere e cantava. Nel frattempo ha divertito il pubblico per tutto il tempo con smorfie esilaranti, linguacce, eccetera…

Nonostante questa nota, il concerto dei Jon Oliva’s Pain, che si sono esibiti nella formazione Jon Oliva (voce, tastiere), Matt Laporte (chitarra), Tom McDyne (chitarra), Kevin Rothney (basso), John Zahner (tastiere) e Christopher Kinder (batteria), è volato via in un lampo. Si è chiuso in un attimo. Soprattutto grazie al pubblico, che si è fuso con i classici dei Savatage in un tutt’uno e li ha cantati a squarciagola insieme a Jon. Specie i ritornelli, tanto che nella sala si respirava una certa magia. Una sensazione unica, che sul palco riconosciamo solo quando è con noi l’inimitabile “Mountain King”. Quindi, dopo quello che abbiamo vissuto, si può dire solo una cosa. È ora della reunion dei Savatage.

Kreator (23.30 – 01.00):

Un’ora e mezza per le leggende del cosiddetto thrash metal teutonico è un po’ poco per tutti quelli affamati dell’energia unica di questa formazione metal europea, oggi molto rispettata e, non ultimo, grande, soprattutto per la sua tenace perseveranza! A metà gennaio di quest’anno la band ha pubblicato il suo nuovo album in studio “Hordes Of Chaos” e, in modo appropriato, si è buttata a capofitto nel repertorio, aprendo l’esibizione proprio con la title track del nuovo disco. Perfezionismo tedesco, grande esperienza e vantaggio del campo di casa hanno dato vita a un quadro sonoro fantastico, che per tutta l’esibizione dei Kreator ha generato un suono eccellente. A definirlo erano elementi distintamente udibili. Lo si sentiva soprattutto nella lama velenosamente affilata del riffing di entrambe le chitarre. Tutto era ottimamente bilanciato nel suono e in particolare questo massiccio muro sonoro così costruito ha portato la sala sulle ali spalancate della predica ultra thrash della band. Miland “Mille” Petrozza, il grande capo dei Kreator, nella sua performance non sorprende più. Anzi, sarebbe perfino sbagliato se succedesse. Mille ama usare le sue frasi preferite nei discorsi prima dei pezzi, che i metallari che vanno ai concerti dei Kreator conoscono ormai a memoria. Anche nel nuovo millennio i Kreator sono frequentatori assidui dei palchi, anzi, sembra che passino la maggior parte della vita sul palco, e non nascosti in qualche buco a forgiare nuovo materiale.

Nella predica dei Kreator tutto ruota attorno alla propria esistenza, alla salvezza di se stessi, alla conservazione di se stessi, nella peste della perdizione conformista di massa. La band insiste, non molla ed è affilata di conseguenza. Senza denti scheggiati, in ottima forma di tiro, che difficilmente manca il bersaglio. I mosh pit intensi, di un pubblico estremamente sottomesso e fedelmente “belante”, si sono susseguiti uno dopo l’altro. Una folla di buoni 3500 spettatori ha tenuto duro con fedeltà “tedesca” e ha spronato la band per tutta l’esibizione, fino all’ultimo respiro, e il flusso di energia tra la band e il pubblico era grandioso, concreto, con emozioni molto intense!

I Kreator hanno fatto crescere la loro esibizione di minuto in minuto, e questa ha vissuto la sua massima fioritura, ovvero il suo apice, nella parte finale, quando, come ci aspettavamo, abbiamo ricevuto due bombe dal debutto della band “Endless Pain”! Nella prima, Flag Of Hate, Mille ha sventolato al pubblico una speciale bandiera “Kreator”, e subito dopo i Kreator si sono riversati un’ultima volta con tutta la loro rabbia su Balingen, falciando il pubblico con la conclusiva Tormentor. L’esibizione è stata arricchita, oltre che dalle novità, soprattutto dall’evergreen Coma Of Souls, e poi da Pleasure To Kill, Betrayer, Terrible Certainty ed Extreme Agression. Il modo in cui i Kreator le sparano con una grinta così feroce ancora oggi dimostra quanto lo spirito della band sia incrollabile e quanto la sua fede, ancora oggi, sia piena e votata a una sola e unica visione! La visione del leader Mille Petrozza, che ha offerto un canto eccellente, dal tipico accento tagliente, con un carisma implacabile e dittatoriale, con una voce dal rendimento di forza straordinario che, come la ciliegina sulla coppa di frutta, ha fatto sì che i Kreator, grazie all’ottima chimica di lavoro di una squadra perfettamente rodata, evocassero un’esibizione fantastica!

La vigilia del festival Bang Your Head 2009 ci ha scaldato per bene ossa e membra. Carichi di energia metal primordiale e genuina, dopo il concerto siamo andati a rifocillarci con un kebab, e i festeggiamenti, pieni di attesa per il primo giorno di festival, sono continuati fino a notte fonda.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik

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