The Wall
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1979
Durata: 81:09
Voto: 5/5
I leggendari giganti del progressive rock Pink Floyd, con la monumentale opera progressive rock “The Wall”, doppio concept album sull’auto-isolamento, hanno toccato il loro apice in fatto di album, spostando per sempre i confini della musica popolare e sperimentale moderna. “The Wall” è stato sotto ogni aspetto il progetto più ambizioso della loro storia e uno degli ultimi album progressive rock di cui si può ancora dire che fosse davvero progressive, nel senso di innovazione musicale con un’influenza a lungo raggio sulle generazioni future di musicisti. A plasmarne l’immagine musicale e concettuale hanno contribuito diversi fattori.
A capo supremo dell’intero progetto “The Wall” c’era il geniale ma lunatico bassista, cantante e autore dei testi Roger Waters, che con gli altri membri della band coltivava ormai maniere dittatoriali così sfacciate che a farne le spese sulla propria pelle è stato soprattutto il tastierista Richard Wright. Nonostante il contributo importante dato a questo album, i giorni di Wright nella band erano contati per volontà di Waters: se n’è andato subito dopo l’uscita del disco. Il motivo principale della richiesta di Waters pare fosse che, prima delle registrazioni, Wright si fosse concesso una vacanza un filo troppo lunga rispetto al necessario. Nel tour di “The Wall” ha partecipato solo come musicista a gettone.
Ancora peggiori erano i rapporti di Waters con il chitarrista e cantante David Gilmour, con cui in studio, pare, non si parlavano nemmeno più. Con un clima del genere non sorprende che “The Wall” sia stato l’ultimo album con la formazione classica dei Pink Floyd. Oltre ai rapporti ormai a pezzi tra i membri della band e a un atteggiamento cinico verso l’industria musicale che durava da anni, sul concept di Waters sull’auto-alienazione ha pesato parecchio uno spiacevole incidente durante il tour di “The Animals”, quando a un concerto a Montreal un “fan” ha tentato di arrampicarsi sul palco. Roger ha reagito sputando in faccia all’intruso senza pensarci due volte. Quell’esperienza drammatica ha rafforzato sempre di più la sua convinzione che tra la band e il pubblico esista un muro invisibile e alienante, il che è diventato poi un’ottima scusa per imponenti spettacoli dal vivo con un muro di scena artificiale.
Le vicende traumatiche di Waters in studio e dal vivo, mescolate alle sue vedute socialiste, ai ricordi d’infanzia del padre caduto in guerra e alla delusione per l’industria musicale, sono state decisive perché l’immagine concettuale e musicale di questo album fosse piena di sfumature cupe, che senza compromessi irradiano lo stato spirituale ed emotivo impoverito dell’individuo dentro la società occidentale ultra-capitalista. Il tema centrale dell’album è l’auto-isolamento, rappresentato dalla costruzione di un muro metaforico nella testa del protagonista.
Il ciclo di brani racconta in modo vivido episodi della vita di un musicista popolare di nome Pink (la sua personalità è stata plasmata in parte sulle vicissitudini personali di Waters e sul suo stato emotivo di allora, oltre che sulle tragiche vicende del membro fondatore, il “diamante pazzo” Syd Barrett). Pink perde il padre in guerra (il padre di Waters fu ucciso durante la Seconda guerra mondiale) e cresce tra le braccia di una madre possessiva, che gli impedisce di sviluppare rapporti genuini con i suoi coetanei. A scuola accumula faticosamente nozioni e impara la disciplina sotto la bacchetta di insegnanti tirannici e perversi. Tutti questi traumi della personalità fanno sì che nella sua testa si aggiunga mattone dopo mattone, fino a costruire a poco a poco il muro dell’auto-isolamento dietro cui vorrebbe nascondersi dalla società.
Una volta cresciuto diventa un rocker famoso, ma la sua vita è dominata da droghe, storie d’amore fallite, manager corrotti e improvvisi scoppi di violenza incontrollata. Dopo la fine del matrimonio subisce un crollo emotivo definitivo e si costruisce nella testa un muro immaginario contro la società, con cui si chiude completamente in se stesso. Le allucinazioni fanno crescere in lui tendenze dittatoriali. All’improvviso comincia a immaginarsi come un dittatore neonazista, che vede il suo pubblico come un gregge di pecore obbedienti, tra le quali punisce a piacimento gli elementi “inferiori”. A un suo cenno, questi vengono trascinati fuori dalla sala. Col tempo, però, il suo subconscio si ribella a questo delirio dittatoriale allucinatorio.
Scosso da quell’esperienza traumatica, comincia a disgustarsi di sé e si prepara nella testa un’auto-condanna. Questo processo rappresenta il culmine dell’intero concept, quando nella sua mente si trova faccia a faccia con i personaggi più vicini della sua vita. Il suo giudice interiore riesce a portarlo, alla fine, ad abbattere il muro e a smettere di isolarsi dai suoi amici e dalle persone più care, quelle che con le sue azioni ha ferito di più. Ognuno, ovviamente, può farsi la propria idea se alla fine Pink abbia trovato la felicità in una vita senza muro immaginario o se sia finito per sempre in una cella imbottita. Senza dubbio è uno dei concept migliori in assoluto: oltre allo spaccato psicologico di un individuo alienato, offre uno specchio senza compromessi dei rapporti dentro la nostra società competitiva e spesso alienata. In ogni brano si nascondono ancora tanti (sotto)messaggi diversi.
Come per la maggior parte dei capolavori dei Pink Floyd, la forza principale di “The Wall” sta in una straordinaria varietà ambientale, grazie alla quale non è difficile immaginarsi le singole scene del concept di Waters. Né prima né dopo, in tutta la loro carriera, i Pink Floyd hanno suonato così teatrali e incisivi come nella maggior parte delle composizioni di “The Wall”. Per atmosfera l’album è in generale ancora più cupo e coi piedi per terra del predecessore “Animals” (1977), con rarissimi momenti di luce. Alcuni dei motivi più d’impatto sono accompagnati da un’energia ribelle, quasi punk, il che segna un enorme distacco dai loro anni space rock del passato, per non parlare degli esordi psichedelico-avanguardistici. Nonostante l’approccio diverso, più diretto e molto meno sperimentale, i Pink Floyd hanno mantenuto le loro consuete qualità strumentali, dove come sempre vanno messi in risalto i malinconici raffinati slide di Gilmour e i suoi assoli sottili, che ancora oggi fanno venire i brividi lungo tutto il corpo.
Oltre al consueto tappeto di organo, piano e clavinet di Wright è stata usata una quantità di sintetizzatori, che in vari punti ha contribuito a un suono marcatamente orchestrale. Di Waters si può dire che qui, con il canto teatrale e un eccezionale senso del dramma, tocca il suo apice come cantante, perché “recita” in modo estremamente convincente i ruoli di Pink e dei personaggi della sua vita. Per colpa di Waters, Gilmour è stato sì sensibilmente ridimensionato come cantante (e anche come compositore), ma proprio per questo tutti e tre i brani che contengono il suo contributo vocale e compositivo rientrano tra i momenti migliori dell’album (Young Lust, Run Like Hell e soprattutto Comfortably Numb).
L’opera rock semi-autobiografica di Waters si apre con “In The Flesh?”, dove nel finale si sente il rombo dei bombardieri tedeschi, a simboleggiare la morte violenta del padre di Pink durante un bombardamento. Questo brano dinamico si apre con una melodia tranquilla che si ritrova più avanti nella conclusiva “Outside The Wall” (e così il cerchio si chiude). Con il vocalismo cinico di Waters, passaggi di chitarra drammatici e l’organo, il pezzo cresce verso un finale drammatico con il ruggito dei bombardieri. “The Thin Ice” in apertura ha una dolce melodia di piano e il canto sereno di Gilmour, che ricorda una ninna nanna. Nel momento in cui entra la voce di Waters il brano assume sfumature cinico-sarcastiche, poi un assolo di chitarra d’impatto provoca un finale improvviso, quasi brutale. Questo pezzo rappresenta l’innocenza (perduta) dell’infanzia di Pink e il tempo prima che si rendesse conto di cosa fosse successo a suo padre.
“Another Brick In The Wall, Part. 1” è il primo dei tre motivi collegati tra loro che costruiscono uno dei temi musicali più riconoscibili della storia del rock. Tutti e tre hanno un’atmosfera ribelle, sono legati da una struttura lirica affine e da un ritornello, mentre ciascuno suona più arrabbiato e potente del precedente. La prima parte è la più pacata delle tre, con un assolo di chitarra sottile, una linea di basso ripetuta e il canto relativamente dolce di Gilmour, con qualche sfogo di rabbia occasionale quando il protagonista comincia a rendersi conto della morte del padre e a costruire il muro. Il teatrale intermezzo “The Happiest Days Of Our Lives” annuncia la più famosa, anche se tutt’altro che la migliore creazione della loro storia. Il suono inquietante di un elicottero interrompe gli strepiti del preside, che ricordano le urla del comandante di un campo di concentramento. Alla linea di basso pulsante si aggiunge col tempo la voce cinica di Roger, che racconta l’esperienza traumatica del protagonista con insegnanti tirannici.
Dopo l’urlo drammatico c’è il passaggio al probabilmente più celebre inno ribelle della storia del rock, “Another Brick In The Wall, Part. 2”, il brano che è entrato nella storia come il loro più grande successo. Questo pezzo famigerato, che rappresenta il sogno di Pink che i bambini si ribellino all’insegnante tiranno, si vanta di un suono di batteria massiccio, di una linea di basso pulsante e di inserti di chitarra unici. A dare alla ribellione la sua drammaticità contribuisce in modo decisivo un coro di bambini, che rinforza il canto di Gilmour e intona la seconda strofa e il ritornello principale. Il finale è condito a dovere dall’assolo di chitarra piangente di Dave, accompagnato sullo sfondo dal rombo dell’organo. All’uscita era una creazione eccellente e innovativa, ma il fatto di averla sentita alla radio fino alla nausea è il motivo per cui oggi tanti fan della band la ritengono sopravvalutata rispetto ai loro capolavori compositivi meno esposti.
Dopo tutta questa drammaticità ribelle arriva “Mother”, con la sua melodia acustica tranquilla e la teatralità vocale, anche se proseguendo, con l’aggiunta di altri strumenti, assume dimensioni un po’ più complesse. Qui siamo in un passaggio importante della vita di Pink, quando si confronta con la madre fin troppo possessiva, che lo vuole tenere a ogni costo nel suo “grembo” anche dopo che è cresciuto, e che coltiva in lui la paura di trovarsi per caso una donna e di cominciare una vita indipendente. Il cuore di questo ottimo brano sta nel contrasto tra la voce di Waters, che nel ruolo di Pink si scioglie di cinismo, e il canto dolce di Gilmour, che interpreta alla grande la madre possessiva.
“Goodbye Blue Sky” è un altro brano fatto di tanti contrasti ambientali. All’introduzione serena segue un cambiamento drammatico verso un’atmosfera molto più sinistra, sostenuta dall’ottimo canto di Gilmour e da una melodia delicata di chitarra acustica. A questo punto Pink piange la sua infanzia distrutta e la vita con la madre possessiva, poi l’infanzia finisce di colpo; diventa una rockstar e si sposa, ma i suoi traumi personali sono tutt’altro che finiti. “Empty Spaces” contiene suoni sinistri di tastiere e chitarra, e anche annunci febbrili di altoparlante, che preannunciano la partenza di Pink per il tour. A questo punto Pink è una rockstar sposata, ma con la moglie ha problemi continui a causa della sua distanza sempre maggiore. Nel testo Rogers si chiede all’improvviso cosa usare per rendere il muro ancora più solido. La risposta sta nelle groupie del rock, che però non gli portano alcuna soddisfazione.
Segue l’eccellente “Young Lust”, una delle composizioni più d’impatto della loro storia, imbottita di numerose frasi di chitarra hard rock, linee di basso funk e spesse stratificazioni di Hammond. I raffinati affondi di chitarra di Gilmour e un approccio vocale insolitamente ruvido fanno sì che sia uno dei pezzi più in evidenza e di qualità dell’album. Dopo l’esperienza con le groupie, Pink scopre per telefono che la moglie lo tradisce. Questo lo porta definitivamente al crollo nervoso. “One Of My Turns” riflette molto bene il crollo, perché contiene un dialogo fallito tra Pink e una groupie sbalordita, poi sempre più spaventata, che ha invitato nel suo appartamento. Waters interpreta molto bene il crollo emotivo di Pink e l’improvviso scoppio di violenza, quando col tempo alza la voce, dove si mescolano rabbia verso la moglie e autocommiserazione. Questo stato prosegue nell’ultra-triste “Don’t Leave Me Now”, dove Pink annega nella depressione su una fragile melodia di piano. All’introduzione tranquilla segue il passaggio a una sezione più temperamentale con una slide struggente. Segue la terza e più breve parte di “Another Brick In The Wall”, che grazie al canto infuriato di Roger è la più aggressiva delle tre, perché a questo punto il Pink furibondo prende la decisione di non avere più bisogno di nessuno intorno a sé nella vita. La prima parte si chiude con l’addio di “Goodbye Cruel World”, dove Pink, su una melodia tranquilla, comunica che il muro è finito e con esso il suo auto-isolamento dal mondo esterno.
La seconda parte dell’album si apre con “Hey You”, una delle composizioni più sconvolgenti del disco, dove colpiscono la melodia gelida di chitarra acustica e il canto svuotato di emozioni. L’atmosfera raggiunge l’apice con un ottimo assolo di chitarra suonato sopra il riff centrale, poi si sbocca in una sezione acustica drammatica. Questo brano rappresenta il momento in cui a Pink improvvisamente dispiace di aver tagliato ogni contatto con il mondo esterno e desidera disperatamente poterli riallacciare. Le sue chiamate vengono alla fine intercettate dai “vermi”, un gruppo di estremisti militanti, ed è qui che comincia la graduale trasformazione di Pink in dittatore neonazista. In “Is There Anybody Out There?” continua a tentare, ancora senza successo, di stabilire contatti, cosa che rappresentano le chiamate disperate e un assolo malinconico di chitarra acustica.
“Nobody Home” ha una melodia di piano delicata e il canto cinico di Roger, che descrive in modo vivido la vita solitaria di Pink dentro il muro mentale. Accanto a lui non c’è nessuno con cui comunicare. È circondato solo dai suoi beni materiali. “Vera” è uno dei vertici di cinismo di Roger, perché è un brano ispirato a Vera Lynn, la cantante britannica dei tempi della Seconda guerra mondiale. Lei cantava la popolare “We’ll Meet Again”, in cui prometteva ai familiari il ritrovarsi a guerra finita, cosa che Roger (cioè Pink), a causa della morte del padre, non ha mai vissuto. Al canto lamentoso di Waters si accompagnano arrangiamenti orchestrali struggenti. “Bring The Boys Back Home” è costruita su suoni pomposi e militaristi che danno l’impressione di una marcia militare, con cui Roger ha voluto sottolineare l’assurdità della guerra e dire che né la guerra né la carriera dovrebbero mai alienare le famiglie.
A questo punto è tutto pronto per il grande culmine dell’album, la fenomenale “Comfortably Numb”, dove Gilmour con due assoli struggenti prepara delle vere e proprie rivelazioni chitarristiche che ti fanno correre i brividi sul corpo come niente. Secondo me è una seria candidata alla miglior creazione della storia della band e a uno dei risultati più grandiosi della storia del rock. Questo capolavoro indimenticabile era pensato in origine per il primo album solista di Dave, ma per fortuna, dopo averci riflettuto a mente fredda, ha deciso diversamente. L’inizio misterioso, in cui si svolge un dialogo tra Pink e il suo dottore, è accompagnato da strati malinconici di sintetizzatori. Il ruolo di Pink nei ritornelli lo canta alla grande Gilmour, mentre il dottore lo “recita” l’immancabile cinico Waters.
Il dottore cerca, su richiesta del manager, di rendere Pink in grado di fare il concerto a colpi di sedativi, e il tutto è accompagnato dalle grida di dolore del protagonista e, di conseguenza, dai deliri della sua mente. A un certo punto arriva il passaggio a una sezione ambientalmente più luminosa, quasi in ascesa, dove ammalia il canto di Gilmour, emotivamente vissuto in modo straordinario, sostenuto da possenti tendaggi orchestrali e da una piacevole melodia di chitarra acustica. Nel momento in cui entra il primo degli assoli incredibilmente raffinati di Dave, l’atmosfera malinconica, in cui comunque si nasconde un granello di speranza, sale di un altro gradino. Il secondo assolo di Dave è ancora più sconvolgente del primo e raggiunge dimensioni ambientali letteralmente da lasciare a bocca aperta. Secondo me in nessun’altra composizione della loro storia Gilmour ha dimostrato in modo così chiaro perché sia allo stesso tempo tra i migliori chitarristi di tutti i tempi e tra i cantanti più sentiti e di cuore del rock. Waters avrà pure messo il concept e creato la maggior parte delle opere, ma in compenso Gilmour ha creato la miglior composizione dell’album.
“The Show Must Go On” rappresenta la lacerazione interiore di Pink su cosa fare dopo aver eretto il muro: continuare a isolarsi o costringersi ad andare al concerto. Alla fine prevale la seconda, il che porta alle allucinazioni. Questa composizione solenne, grazie alle armonie vocali a più voci e ai delicati arrangiamenti di piano, ha un forte marchio alla Queen, il che è in qualche modo ironico, visto che nel 1991 proprio i Queen hanno registrato un brano con lo stesso titolo. In “In The Flesh” si riprende il tema originale dell’inizio dell’album, dove regnano esplosivi scoppi di organo. Segue il passaggio a una sezione più calma, annunciata da voci corali. Al canto cinico segue il finale con le grida “hammer, hammer”. I martelli sono il simbolo del partito neonazista immaginario di Pink. In questa parte del concept, a causa dell’allucinazione provocata dalla droga, Pink comincia a vivere sé stesso nel ruolo di dittatore neonazista, che con i suoi seguaci può fare quello che gli pare.
Segue un altro capolavoro compositivo di Gilmour, “Run Like Hell”, dove entusiasmano in particolare i suoi raffinati passaggi di chitarra, posati su una linea di basso pulsante, mentre Wright contribuisce con l’unico assolo di tastiera dell’intero album. Qui Pink, nel ruolo immaginario di dittatore, si figura il proprio concerto come un raid razzista contro minoranze minacciate, cosa accompagnata in modo vivido da vari suoni di altoparlanti dei suoi sudditi intolleranti e delle loro vittime. In “Waiting For The Worms” la sua trasformazione in capo razzista è completa, e lo accompagnano discorsi istigatori, quasi incomprensibili, al megafono, il cantare in coro della plebaglia e un ritmo marciante e militante. Il tutto è seguito da un’espressione lirica cinica. Bisogna ammettere che Waters offre una vera ottima imitazione di Oswald Mosley, il leader fascista britannico d’anteguerra. L’atmosfera del brano diventa secondo dopo secondo più cupa, finché si trasforma in un sinistro scandire dei “vermi”, cioè del partito di estrema destra di Pink.
Dopo la totale cacofonia di suoni provocata dalla rabbia sempre crescente del leader fascista, arriva all’improvviso la fine drammatica dei deliri razzisti di Pink, che il passaggio improvviso a “Stop” rappresenta, dove capisce dove è andato a finire e comincia a disgustarsi di sé. Così tutto è pronto per il grande finale, estremamente inquietante e sconvolgente, “The Trial”, in cui Pink si prepara nella testa il proprio processo, affrontando tutte le persone a causa delle quali ha costruito il muro. Questo climax drammatico è un interessante unicum della loro carriera, perché contiene elementi da musical con inserti orchestrali e intermezzi di canti corali. È interessante sapere che alcuni arrangiamenti orchestrali di questo brano hanno influenzato in modo importante la musica nei film del regista di culto Tim Burton. La star centrale del pezzo è senza dubbio Waters, che con il suo canto teatrale, a tratti quasi grottesco, recita alla grande il ruolo del giudice presuntuoso e dei personaggi del passato di Pink, come il preside, la madre e l’ex moglie. L’auto-condanna di Pink si chiude con gli ultimi drammatici appelli ad abbattere il muro.
In “Outside The Wall”, la conclusiva, il muro di Pink finalmente crolla, con cui finisce la sua agonia e arriva l’occasione per la catarsi. Così, in modo un po’ ironico, con la stessa piacevole melodia che si poteva sentire all’inizio dell’album, si chiude questo monumentale ciclo concettuale, mentre il destino futuro di Pink resta aperto all’interpretazione di ciascuno. Il messaggio morale del concept potrebbe suonare così: con i muri interni o esterni (di entrambi ce ne sono ancora troppi nel mondo anche dopo la caduta del Muro di Berlino) i problemi non si risolvono, ma solo collaborando e unendosi.
“The Wall” è uno di quegli album monumentali che hanno scritto il proprio nome a lettere d’oro nella storia del rock e hanno contribuito a rendere eterna la leggenda dei Pink Floyd. Il concept di Waters sull’auto-alienazione è oggi più attuale che mai. Dei tanti pregi di questo album straordinario si è detto parecchio nel corso di tutta la recensione, quindi non ha senso continuare a sprecare parole per cercare di elogiare abbastanza uno dei più grandi traguardi dell’arte musicale moderna. Questo capolavoro senza tempo ha però preteso il suo pedaggio nello scioglimento della formazione classica dei Pink Floyd, che, con grande dispiacere della maggior parte dei fan, dopo la prematura scomparsa di Wright non si riunirà mai più. Per tutti gli amanti di questa opera musicale e concettuale è d’obbligo la visione dell’omonimo film del 1982 diretto da Alan Parker e con Bob Geldof nel ruolo principale, anche se sono convinto che la maggior parte di quelli che si considerano fan della band l’abbia già visto da un pezzo.
Formazione
Roger Waters – voce, basso, co-produzione, sintetizzatore, chitarra elettrica e acustica, progetto della copertina
David Gilmour – chitarra, voce, basso,
co-produzione, sequencer, sintetizzatore, clavinet, percussioni
Richard Wright – piano, organo, sintetizzatore, clavinet, pedali del basso
Nick Mason – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Joe Chemay – cori
Ron di Blasi – chitarra classica su “Is There Anybody Out There?”
Bob Ezrin – tastiere
Stan Farber – cori
Fourth form music class, Islington Green School, Londra — voci del coro
James Guthrie – percussioni, sintetizzatore su “Empty Spaces” (insieme a David Gilmour), sequencer, batteria su “The Happiest Days of Our Lives” (insieme a Nick Mason)
Jim Haas – cori
Bobbye Hall – percussioni
Bruce Johnston – cori
Jon Joyce – cori
Freddie Mandel – organo Hammond su “In the Flesh?” e “In the Flesh”
Frank Marrocco – concertina
Bleu Ocean – rullante marziale su “Bring the Boys Back Home”
Jeff Porcaro – batteria su “Mother”, rullante marziale su “Bring the Boys Back Home”
Lee Ritenour – chitarra ritmica su “One of My Turns” e chitarra acustica su “Comfortably Numb”
Toni Tennille – cori
Trevor Veitch – mandolino
Larry Williams – clarinetto su “Outside the Wall”
Produzione
Bob Ezrin, David Gilmour, James Guthrie e Roger Waters
Tracklist
CD 1: 38:58
1. In the flesh? (3:17)
2. The thin ice (2:28)
3. Another brick in the wall Part one (3:41)
4. The happiest days of our lives (1:20)
5. Another brick in the wall Part two (3:56)
6. Mother (5:32)
7. Goodbye blue sky (2:48)
8. Empty spaces (5:36)
9. Young lust (2:03)
10. One of my turns (1:33)
11. Don’t leave me now (4:22)
12. Another brick in the wall Part three (1:17)
13. Goodbye cruel world (1:05)
CD 2: 40:43
1. Hey you (4:39)
2. Is there anybody out there! (2:40)
3. Nobody home (3:25)
4. Vera (1:38)
5. Bring the boys back home (0:50)
6. Comfortably numb (6:49)
7. The show must go on (1:36)
8. In the flesh (4:16)
9. Run like hell (4:22)
10. Waiting for the worms (3:56)
11. Stop (0:34)
12. The trial (5:16)
13. Outside the wall (1:42)