Bang Your Head 2014 – warm up show!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data del concerto: 10.07.2014
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 40,00€
Un altro anno è passato e la nuova edizione del festival Bang Your Head!!! è ormai alle porte. La diciannovesima, tra l’altro. Come da tradizione, nessun anno di festival può partire senza la giornata di riscaldamento, che si tiene il giorno prima dell’apertura ufficiale, in realtà proprio nella stessa location del festival, solo al chiuso, nel palazzetto.
Anche quest’anno l’organizzatore ha invitato per lo show »warm up« cinque band. Due svedesi e tre tedesche. Se le due svedesi sono dedite all’hard rock e al rock ”n’ roll, le altre tre formazioni tedesche sono scolpite in puro power metal. La combinazione è questa: Dynamite, Bullet, Stormwarrior, Victory e, nel gran finale della giornata di riscaldamento, come headliner i Grave Digger, che hanno presentato in anteprima il loro nuovo album in studio »Return of the Reaper«.
Dynamite sono dei revivalisti del rock ‘n’ roll un po’ sgangherati, che amano calzare le scarpacce riffistiche di AC/DC e Rose Tattooo, con un retrogusto da desperado, ma con il cuore e la testa puramente rock ‘n’ roll. Di questo tipo di revivalismo oggi sul pianeta ce n’è un sacco e i Dynamite non portano nessuna rivoluzione musicale. Però il loro concerto ha regalato la classica sensazione di quando scopri una nuova band svedese affamata di farsi valere. L’esibizione è stata suonata con tanto cuore, con una presenza scenica dinamica e potente, un grande affiatamento e uno sfruttamento audace del palco enorme, che alla band è stato lasciato per 40 minuti per sfoderare il suo arsenale musicale. Nonostante il palazzetto si stesse ancora riempiendo, chi ha seguito la band sotto il palco ha regalato ai ragazzi, a fine set, un applauso fragoroso.
Bullet sono una formazione che era esplosa per la prima volta al festival Bang Your Head nel 2010 – reportage di RockLine QUI. A febbraio di quest’anno la band ha girato il vecchio continente aprendo i concerti dei power metaller tedeschi Primal Fear, impressionando già allora alla grande con uno show curato fin nei minimi dettagli. Due anni fa il gruppo ha accolto nei ranghi un nuovo chitarrista, tale Alexander Lyrbo, e ha già in tasca il nuovo album in studio, intitolato »Storm of the Blades«, in uscita all’inizio di settembre di quest’anno. Considerato che i Bullet sono in ascesa e che una frotta di fan carichi si era letteralmente schiacciata contro le transenne, ficcandosi nelle prime file prima dell’esibizione e urlando a squarciagola il nome della band, è quasi una sorpresa che nel programma i Bullet siano saliti sul palco prima degli Stormwarrior. Gli attacchi di riff di chitarra classicamente affilati, ereditati dagli AC/DC e conditi con una bella dose di adrenalina e velocità, suonavano non solo rapaci, ma anche straordinariamente intraprendenti e sicuri di sé. Negli ultimi anni la band si è fatta parecchi chilometri di live e si vede, perché il quintetto sfoggia una forma scenica eccellente. Dalle urla velenosamente incazzate e puntate verso gli acuti del cantante Hell Hofer, ai duelli di chitarra raffinati dei due chitarristi, fino a una sezione ritmica solida come una roccia. I Bullet sono una band che sul palco semplicemente non può e non sa fingere.
Stomwarrior sono i tipici eredi della scuola teutonica dell’heavy metal, quella che è fiorita in Germania soprattutto con band come Helloween e Running Wild e che ha dato in pratica gli spunti elementari per il genere che oggi conosciamo come power metal europeo. »Thunder And Steel« è il sesto album in studio degli Stormwarrior, uscito quest’anno, e la band lo ha presentato con veemenza al pubblico di Balingen. Il leader Lars Ramcke ha accolto nel trio anche un quarto membro, il chitarrista Alex Guth, mentre la sezione ritmica è affidata all’esperto bassista danese Yenz Leonhardt e al batterista Jörg Uken, che insieme a Leonhardt si occupava anche dei cori. Gli Stormwarrior erano stati ospiti anche del festival Metal Mania Open Air a Komen, a fine agosto 2008 (reportage di RockLine QUI), quindi sono vecchie conoscenze. In poco meno di un’ora la band ha proposto una serie di pezzi da tutti e sei gli album, offrendo la tipica esperienza power metal da manuale, in cui un qualsiasi spadaccino da fiaba pieno di coraggio viene circondato ogni volta da croci e guai di ogni genere, ma alla fine tutti i draghi sono addomesticati o decapitati, e anche le anime sono ripulite dal demonio. Insomma, una missione pagana nordica incrociata con l’elementarità della melodia power. Questo è il dossier musicale della band, da cui gli amburghesi, nati nel 1998, non si discostano di un millimetro. Durante il set il palazzetto si è un po’ svuotato e non era difficile arrivare in seconda fila in qualsiasi momento. La band è un po’ handicappata dal fatto che Lars deve suonare la chitarra, fare gli assoli e pure cantare la voce principale. Ciononostante, non si può certo contestare la solida concentrazione dell’esibizione, che ha dato al pubblico il meglio che poteva.
Quella sera la maggior parte dei presenti aspettava con febbre l’esibizione dei grandi veterani del metal teutonico, i Victory. Oggi la band è composta dai chitarristi Herman Frank e Christos Mamalitsidis, dal bassista Peter Pichl, dal batterista Michael Wolpers e dal cantante Jioti Parcharidis. Di tutti questi, in realtà, tutto si regge su un solo nome. Herman Frank. Il chitarrista degli Accept l’anno scorso ha deciso di rimettere in piedi la formazione. Un tentativo di rilancio c’era già stato nel 2008, quando la band aveva registrato l’album »Don’t Talk Science«, che sarebbe dovuto uscire nel 2009, ma che alla fine abbiamo avuto solo nel 2011. Comunque la si giri, grazie alla tenacia di Frank l’anno scorso la band ha vissuto un’altra rivoluzione completa della line-up, con il risultato che ora può tornare a esibirsi dal vivo. Oggi, Frank compreso, nella squadra non ci sono membri originali. Frank è arrivato nella band per il secondo album »Don’t Get Mad.. Get Even« nel 1986. Tra gli altri membri il nome più altisonante è Peter Pichl, che a suo tempo ha suonato il basso per i Running Wild e per i veterani britannici del rock progressivo Nektar. La band comunque è a pieno regime e promette un nuovo album in studio. I Vicrory hanno costruito la scaletta, ovviamente, con il materiale dei loro giorni classici. La band è partita a razzo con la mazzata Take the Pace dall’album »Temples of Gold« (1990), con cui ha anche chiuso il concerto, quando nel finale è tuonata l’edonista Rock the Neighbours, che ha mandato in orbita tutto il palazzetto. Il ritmo fulmineo è stato mantenuto per tutto il concerto con il classico Are You Ready dall’album »Don’t Get Mad… Get Even« (1986), a cui poco prima della fine si è aggiunta l’ottima Checks in the Mail. Poi i pezzi dall’album »Culture Killed the Nature« (1989), Don’t Tell No Lies, On the Loose, Power Strikes the Earth, mentre l’album ancora attuale »Don’t talk Science« (2011) era rappresentato da Burn Down the City e Restless. A metà set a Herman Frank è saltata la terza corda, così è corso a chiedere aiuto al suo tecnico di chitarra, che gli ha messo temporaneamente tra le mani una Gibson Les Paul nera, con cui il veterano ha salvato un bel pezzo dell’esibizione. È bellissimo rendersi conto che nel 2014 posso ancora godermi dal vivo questi pezzi. E proprio in questi brani con i Victory Herman Frank dimostra che chitarrista eccellente è, un maestro negli assoli, visto che negli Accept, sia in studio sia sul palco, la figura centrale la prende sempre e comunque Wolf Hoffmann, mentre Frank viene spesso spinto all’ombra del puro accompagnamento riffistico. La band suona alla grande. Durante l’esibizione dei Victory si è potuta respirare una bella fetta dell’elementarità dei movimenti scenici ereditata dagli Accept, anche se i Victory sono considerati una band che punta un po’ di più sul bombastico e sul pomposo di una melodia contagiosa, come gli Accept hanno sviluppato di rado nella loro carriera. Di sicuro i Victory erano la band più attesa del programma. Hanno organizzato una festa fantastica, che si rifletteva su tante teste scatenate tra il pubblico.
Grave Digger hanno pubblicato, guarda caso proprio nei giorni dell’esibizione a Balingen, il nuovo album in studio intitolato »Return of the Ripper« – recensione di RockLine QUI. La band ha così presentato in anteprima la scaletta che farà bella mostra di sé anche sui palchi del tour europeo di novembre. Si tratta di un album che supera l’ottimo predecessore »Clash of the Gods«, per non parlare del meno interessante e debole di idee »Clans Will Rise Again«. Vuol dire che Axel Ritt si è finalmente integrato a pieno sangue nella squadra. La band è salita sul palco con l’allestimento scenico al completo, con il massimo di luci, pirotecnica e scenografie, rappresentate da bare umane erette in verticale con i celebri teschi da becchino, dietro le quali era piazzato il tastierista della band H.P. Katzenburg, come sempre truccato da morte. La band ha attaccato con due pezzi completamente nuovi, poi ha buttato benzina sul fuoco con l’esecuzione di »Tunes of War«, il classico, l’assalto spietato Killing Time. I Grave DIgger sul palco trasmettevano un umore eccellente. Il più loquace, ovviamente, era solo il frontman Chris Boltendahl, che a un certo punto, in una pausa, si è dato del cretino da solo, perché voleva proseguire il concerto con un pezzo che non era quello in scaletta al punto successivo, dicendo che è evidentemente più che ora di procurarsi un paio di occhiali. Il vecchio lupo brizzolato e dalla criniera folta ha ruggito come sa ruggire solo lui. È chiaro che non è la sua voce naturale, perciò nella sua esecuzione, come al solito, si è infilata qualche »stecca« che all’orecchio non fa poi così male, dove la linea vocale si è staccata dalla posizione ideale, mentre Boltendahl lascia le parti più impegnative dei pezzi, come i ritornelli di Knight of the Cross e The Rondtable, direttamente al pubblico.
Con la sua abilità Axel Ritt ha riempito alla grande lo spazio con una sola chitarra. Coprire un intero spazio con una sola chitarra non è un compito facile. In questo ha sostituito in modo più che dignitoso l’ottimo predecessore Manni Schmidt. Axel suona gli assoli a modo suo. Così alcune parti, soprattutto dei pezzi più vecchi, hanno acquisito una qualità completamente nuova. La band è così rodata che era difficile scovare un errore; a stregare, ancora una volta, è stata soprattutto la straordinaria precisione della sezione ritmica composta dall’esperto Jens Becker e dal mago della batteria Stefan Arnold, celebre per i suoi capolavori di rullate a scatti sul doppio pedale della cassa. La scaletta, pesantemente carica dei nuovi pezzi dell’album »Return of the Reaper«, è stata ogni tanto rallegrata dai Grave Digger con l’esecuzione di classici come »The Ripper« (1993) con la marcetta Wedding Day, e l’ultimativo inno The Dark of the Sun da »Tunes Of War« (1996), che funziona alla grande dal vivo ed è stato uno dei picchi atmosferici del concerto, visto che insieme a Boltendahl ruggiva tutto il palazzetto, 2000 teste infuocate..
Visto che nel bis la band ha servito, come chicca della scaletta, solo l’antico classico anni Ottanta, la ballad Yesterday, e poi ha »fregato« chi chiedeva ancora qualche sorpresa suonando la più recente Highland Forever, seguita da una chiusura prevedibile con Heavy Metal Breakdown, la sensazione generale era comunque quella giusta. Cioè, i Grave Digger si sono presentati in gran forma e il tour promette bene, soprattutto grazie alle scenografie spettacolari, condite da pirotecnica e una valanga di nebbia, ma ciononostante la band dovrà aggiungere al repertorio almeno altri tre vecchi classici per saziare le pretese di ogni fan della loro vita e delle loro opere.
La giornata di riscaldamento è quindi andata in archivio. Il nitrire heavy metal e hard rock di matrice svedese-tedesca ha in generale servito alle dure zucche metalliche, assetate di disconnessione, la giusta shrapnel di ebbrezza distorta, preparandole al primo giorno del festival. Ma ne parliamo presto. Nella prossima storia di concerti da Balingen.
Scaletta
BULLET:
1. Midnight Oil
2. Rush Hour
3. Turn It Up Loud
4. Dusk Til Dawn
5. Rolling Home
6. Pay the Price
7. Stay Wild
8. Bang Your Head
9. Bite the Bullet
STORMWARRIOR:
1. Iron Gods
2. Thunder & Steele
3. Metal Legacy
4. Sacred Blade
5. Ragnarök
6. Steelcrusader
7. Heavy Metal Fire
8. Heading Northe
9. Odinn’s Warriors
VICTORY:
1. Take the Pace
2. Are You Ready
3. Burn Down the City
4. Power Strikes the Earth
5. Temples of Gold
6. On the Loose
7. Don’t Tell No Lies
8. Backseat Rider
9. Restless
10. Check’s in the Mail
11. Rock the Neighbours
GRAVE DIGGER:
1. Return of the Reaper
2. Hell Funeral
3. Knights of the Cross
4. Grave Desecrator
5. Ballad of a Hangman
6. Wedding Day
7. Tattooed Rider
8. Hammer of the Scots
9. The Dark of the Sun
10. Seasons of the Witch
11. Excalibur
12. The Round Table
13. Rebellion (The Clans Are Marching)
—bis—
14. Yesterday
15. Highland Farewell
16. Heavy Metal Breakdown
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