Bang Your Head!!! 2016 – la seconda giornata

ALEŠ PODBREŽNIK
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Location: Balingen / Messegelände / Germania
Data: 15.07.2016


Ed ecco arrivata la seconda giornata della ventunesima edizione del mitico Bang Your Head!! a Balingen, in Germania. La notte è stata fresca e la mattina già bella fredda, perché di notte si è scaricato un acquazzone bestiale, che ha rovesciato litri e litri d’acqua fino alle prime ore del mattino. Poi ha smesso di piovere. Per fortuna. Un altro cartellone straordinario di band di altissimo livello, ognuna con un carattere artistico unico, tutte iscritte alle sfere del metal e dell’hard rock, con il baricentro del programma spostato, e per il nostro bene, sul thrash metal.

Che cosa può tirare fuori un trio in musica, lo hanno mostrato in modo più che eloquente in apertura di giornata i metallari americani Night Demon, saliti sul palco alle 11:30. Il palco principale si è arroventato in un attimo sotto riff di chitarra pesantissimi, mentre il trio indomabile formato da Jarvis Leatherby (basso, voce), Brent Woodward (chitarra) e Dusty Squiers (batteria) macinava i suoi pezzi. La band è rodatissima grazie alla valanga di concerti che si è lasciata alle spalle. Tanta potenza e un uso del palco infuocato. Jarvis e Brent hanno corso avanti e indietro senza sosta. E come sapete, il palco del Bang Your Head è enorme, ma per un trio così affilato e potente era giusto giusto. Dei revivalisti che con tutto il loro cuore hanno regalato un’apertura eccezionale a una nuova giornata di festival.

I Freedom Call sono i noti simpaticoni del power metal. Power metal tedesco dalla testa ai piedi. Una storia tutta tedesca. Chi l’avrebbe mai detto che una band con un approccio così da cliché sarebbe sopravvissuta sulla scena per tanti anni. Ma il quintetto la pensa in tutt’altro modo e, tra uscite regolari di album e concerti regolari in giro per il vecchio continente, si è guadagnato una bella schiera di fan di casa che stanno dietro al nome della band. Otto album in studio e il nono in arrivo. Una formazione in cui in passato hanno suonato anche il chitarrista Sascha Gerstner (Helloween) e il batterista Daniel Zimmermann (ex-Gamma Ray), e che oggi va avanti grazie al cantante e chitarrista Chris Bay e al suo compare, il bassista Ilker Ersin. La band, in un’esibizione compatta, ben studiata e, come previsto, più che sicura, ha suonato un repertorio fatto di Union of the Strong, Tears of Babylon, Freedom Call, Farewell, The Quest, Hammer of the Gods, Power & Glory e Warriors. Happy metal to the core!!!

Poi le cose si sono fatte presto molto più serie, quando sul palco sono saliti i grandi veterani del metal americano, in pratica la band che con la sua visione ha reso popolari, senza volerlo, gli elementi di epicità e magniloquenza nelle composizioni che ha creato. I Manilla Road del Kansas sono guidati dall’indistruttibile Mark »The Shark« Shelton, a cui fa compagnia da anni il cantante pelato Bryan »Hellroadie« Patrick; alla batteria resta il barbuto e molto peloso Neudi Neuderth, mentre al basso c’è il molto più giovane Josh Castillo. La band ha servito un mix robusto di classici, tra cui spiccavano soprattutto The Mask of Red Death e Death By The Hammer (le ultime due dall’album »Mystification«, 1987), oltre a Crystal Logic, e poi sono arrivate Necropolis, The Riddle Master e l’opener Flaming Metal System. Insomma, come si capisce dalla frase precedente, la maggior parte del materiale veniva dal disco di culto »Crystal Logic« (1983). Ma i Manilla Road non hanno ignorato nemmeno l’ultimo album in studio »The Blessed Curse«, da cui hanno pescato The Truth in the Ash. Il resto del set è stato riempito da brani dell’album »Open the Gates« (Witches Brew e la conclusiva Heavy Metal to the World), mentre a salvare l’onore dell’ottimo »Deluge« ci ha pensato Hammer of the Witches. Shelton, come previsto, si è caricato sulle spalle anche la voce, che resta particolarissima. Nasale, cava, cupa. Sembra debole, ma scuote in modo incredibile. Ed è proprio per queste particolarità che dà ai pezzi un tocco speciale e contribuisce a creare un’atmosfera oscurissima. Per questo la sua presenza nel suono della band è ineccepibile e imprescindibile. »Hellroadie«, ovviamente, ha tenuto il pubblico in pugno per tutto il tempo con grande mestiere, creando un contatto simpatico anche con gli occhiali da sole addosso. In più, come previsto e come richiede la musica dei Manilla Road, ha sparato fuori un paio di urla da spaccare i timpani che sono volate su fino al cielo. Nonostante gli anni di carriera, la ruggine non riesce proprio ad attaccarsi a questa band. Epici e crudi, insomma. Una prestazione eccellente da parte di leggende. Speriamo di riprenderli presto su qualche palco.

Particolarmente attraente è stata poi la visita di Chris Impellitteri, ovvero della band Impellitteri. Un gruppo con uno dei nomi più “rompicoglioni” del pianeta, soprattutto quando si tratta di scriverlo. Chris è quel tizio considerato uno dei chitarristi più veloci della galassia e funziona come una riuscita combinazione di Eddie Van Halen e Yngwie J. Malmsteen. Diciamo fortuna nella sfortuna. Vuol dire che è un acrobata imprendibile, o difficile da prendere, che però alla lunga, con tutte le note sparate dalle sue raffiche ultrasoniche, può diventare faticoso anche per l’orecchio. Con lui sono saliti sul palco lo straordinario Rob Rock (voce), il fedele bassista James Pulli, dal viso tondo, e il membro appena sfornato della band, il batterista Ander Johansson, che ha una ricca esperienza di collaborazione con Yngwie J. Malmsteen e che è ben noto anche ai fan degli HammerFalll. Chris con la sua squadra ha reso felici i suoi fan del festival, in un’ora di concerto, con una scaletta “pura”, tutta di pezzi suoi. Ha suonato quindi i suoi brani. Dai suoi album. Rob Rock, che ogni anno mette su un chilogrammino “in larghezza” ben visibile, ha colpito ancora con una prova di altissimo livello. Quando guardavi Chris e le sue follie, ti veniva da chiederti: »Ma perché diavolo gli Impellitteri suonano così poco nel vecchio continente?« Anzi. In realtà non suonano proprio. Da nessuna parte. La band ha suonato, tra le altre, due pezzi dall’album fresco di uscita »Venom« (We Own the Night, Time Machine), ha servito l’obbligatoria Stand in Line, la superiore Answer to the Master e poi pezzi come The King is Rising e Speed Demon, entrambi dall’album »Crunch«. Il concerto gli Impellitteri l’hanno aperto con la spavalda sfuriata Warrior (album »Eye of the Hurricane«). Nel mezzo Chris ha intrattenuto i presenti suonando i riff sempreverdi di pezzi famosi, come Heaven and Hell e Smoke on the Water, cosa di cui non c’era alcun bisogno, ma a quanto pare al tipo piace “provocare” il suo pubblico. Veloce, più veloce, Impellitteri! Un’apparizione esclusiva e insieme indimenticabile, se non addirittura unica!

Per i palati fini del thrash metal, l’esibizione dei veterani Sacred Reich, che vengono dalla rovente Phoenix, in Arizona, è arrivata più che a puntino. La band suona nella formazione originale a quattro, composta dal cantante e bassista Phil Rind, dal chitarrista solista Willey Arnett, dal chitarrista ritmico Jason Rainey e dal batterista Greg Hall. Un gruppo con due chitarristi tosti e una sezione ritmica bella tarchiata! I Sacred Reich, dopo l’esibizione al BYH del 2009, hanno suonato qui per la seconda volta in carriera. È difficile beccarli dal vivo e quest’anno arrivano anche al Metaldays, quindi vale sicuramente la pena fare un salto anche lì. Soprattutto se i Sacred Reich non li avete ancora visti dal vivo. Perché suonano in modo eccezionale. Un team affiatato e compatto, la voce di Rind gli serve ancora degnamente, Arnett è un solista straordinario e la band ha portato una borsa piena di classici, senza dimenticare i pezzi degli album più sperimentali, come »Independent« e »The American Way«. Naturalmente insieme all’immancabile dose di sempreverdi di culto dei primi due album in studio, »Surf Nicaragua« (1988) e l’esordio »Ignorance« (1987).

I Metal Church, altri grandi veterani dell’heavy metal americano, sono saliti sul palco nel momento di maggior calura, proprio come due anni fa a Tolmin, ma stavolta a salvarli dalla sofferenza da caldo ci ha pensato una bassa nuvolosità, spuntata all’improvviso sopra il festival da dietro le colline vicine. Rinforzati dal ritorno di Mike Howe, uomo dalle altezze vocali insospettabili, e nella formazione standard che oltre al capo e chitarrista Kurdt Vanderhoof comprende il batterista Jeff Plate (Savatage), Steve Unger (basso) e il chitarrista Rick Van Zandt, i Metal Church hanno offerto una prova eccellente, soprattutto grazie a una scaletta variopinta con cui hanno ripercorso tutte le ere della loro carriera. In testa la mini suite sublime Watch the Children Pray, accompagnata in scaletta dall’altro classico di »The Dark«, Start the Fire. Con il ritorno di Howe in formazione sono tornati dal vivo anche i pezzi degli album »Blessing in Disguise« (l’opener Fake Healer, poi più tardi Badlands) e »The Human Factor« (la title track, con cui hanno chiuso il concerto, e poi Date With Poverty e In Morning). La band ha dedicato attenzione anche al nuovo (e ottimo) album »XI« con i brani No Tomorrow e Killling Your Time e ha sparato fuori una caramellina dall’esordio omonimo »Metal Church«, intitolata Beyond. I Metal Church hanno sorpreso del tutto anche inserendo Gods of Second Chance, che arriva dal trascurato e, da parte dei fan (spesso ingiustamente), “odiato” »Hanging In Balance«. Insomma. Energici, compatti e affiatati, scatenati e indomabili. Howe ha stregato con la voce, tanto che gli si sono gonfiate tutte le vene del collo, e l’uomo, ovviamente, nel corso dell’ora è diventato rossissimo in faccia. Chitarre sgranate con una concentrazione incredibile, linea ritmica con una potenza da cannone e una precisione da filigrana. Suma sumarum. Una prova di palco straordinaria di una band leggendaria, che spazza via l’amante dell’heavy metal classico e lo spedisce in un attimo nel paradiso metallico desiderato.

Ancora prima dell’esibizione dei veterani canadesi del thrash metal Annihilator, i suoni di un violento glam metal gallese hanno scosso gli spazi della vicina Volksbankmesse halle. Su quel palco infatti si “sbraitavano” addosso i Tigertailz. Dei monelli che a fine aprile di quest’anno hanno suonato anche a Vrba, in Carinzia, e che hanno trascinato nella sala di sicuro 1500 curiosi, che avevano qualcosa da vedere e da sentire. La band ha giustificato con grande sicurezza la sua natura scatenata e il suo look appariscente con uno spasso di spettacolo, uno sfruttamento furbissimo del palco e un efficace aizzare del pubblico, che a sua volta si è dato parecchio da fare durante il concerto. Come previsto, il quintetto formato da Berty Burton (basso), Matthew Blakout (batteria), poi l’unico membro originale della formazione di oggi, Jay Pepper (chitarra, cori), e il comandante alla voce Rob Wylde, si è appoggiato al suo album di maggior successo in carriera, intitolato »Bezerk«, che di conseguenza è stato rappresentato nel repertorio e suonato per più o meno metà scaletta. Scandaloso e spietato. Una cannonata di glam metal allo stato puro, dritta in fronte, da matti!

Alle sei e un quarto del pomeriggio è salito sul palco il mitico Jeff Waters. Uno dei chitarristi più interessanti e particolari dell’era del metal e, naturalmente, il supercapo delle leggende canadesi del thrash metal, gli Annihilator. Già all’inizio vedere il tizio è stato una sorpresa, perché Jeff non ha cominciato il concerto con addosso la sua celebre Flyin’ V (rossa o nera), ma aveva con sé una replica di una Gibson SG. Bellissima, di un rosso cinabro metallizzato. Velenosa! Jeff ha cambiato di nuovo completamente la formazione. L’ha già fatto un’infinità di volte. Oltre a Jeff, ora negli Annihilator ci sono il chitarrista ritmico Aaron Homma, arrivato nel gruppo l’anno scorso, e i due assoluti novellini di quest’anno, Fabio Alessandrini, con in testa un’ikebana da far invidia a qualsiasi band glam metal, e il bassista dalla chioma riccia e crinita e dagli “occhietti particolarmente sporgenti” Rich Hinks. Jeff, come previsto, si è preso i doveri vocali e ha aperto il concerto, come poco meno di un anno fa a Lubiana, con il classico King of the Kill. A questa si è poi aggiunta, dallo stesso album, Second to None. I ragazzi non hanno certo saltato il classico W.T.Y.D., è rimbombata anche l’immancabile Set the World on Fire, e poi la più recente Creeping Death dall’attuale »Suicide Solution«. Naturalmente gli Annihilator non si sono dimenticati nemmeno di Never Neverland e Phantasmagoria, mentre Jeff ha risparmiato il suo ultra-classico Alison Hell per la fine del concerto, che proprio in chiusura ha raggiunto il suo apice emotivo. Waters resta quindi un mago straordinario e il suo modo di suonare è, naturalmente, poesia unica della bibbia a sei corde. Gli Annihilator restano quindi sulla scena una dottrina per molti versi unica ed eclettica, al servizio di una missione artistica tutta loro. Tanto di cappello a una leggenda come Jeff Waters!

Se gli Impellitteri erano l’apparizione esclusiva della seconda giornata, il vertice dell’esecuzione l’hanno regalato, con il loro arrivo sul celebre palco di Balingen, gli unici e inimitabili Testament. I grandi maestri del mestiere di suonare thrash metal. Il celebre duo di chitarre Eric Peterson / Alex Scolnick resta il terrore di tutti i palchi del mondo e una grande ispirazione per tantissimi chitarristi! A guidare la band c’è sempre l’indistruttibile capo indiano Chuck Billy, mentre il gruppo è rinforzato dal tandem del Death to All Tour sulla linea ritmica. A occuparsene sono lo straordinario Gene Hoglan alla batteria e uno dei migliori bassisti del mondo del metal, il barbuto Steve DiGiorgio. Una formazione eccezionale, una fortezza eccezionale. Dal vivo i Testament distruggono. Inarrestabili, le fiammate di riff affilati hanno divorato il festival, più volte hanno rubato la scena persino all’ego gigantesco di Chuck e, come previsto, il piacere sensuale più grande del concerto l’hanno regalato i soli straordinari dei due chitarristi, soprattutto i momenti dei duelli solisti a due. Peterson e Scolnick oggi sono considerati un duo di chitarre di culto, un po’ come lo furono K.K. Downing e Glen Tipton nei Judas Priest. Anche se all’orizzonte c’è un nuovo album in studio, annunciato per ottobre di quest’anno (è già stato annunciato anche il tour in cui i Testament apriranno le serate prima dei, hmmm…. Amon Amarth), la band ha sparato ben tre pezzi dall’ancora attuale »Dark Roots of Earth«, con cui nel 2012 aveva fatto tappa anche a Tolmin (i Testament vengono a Tolmin anche quest’anno, quindi fatevi trovare lì). Il nucleo del repertorio era fatto dei classici di culto Into the Pit, The Preacher, The New Order e Disciples of the Watch (tutti dall’album »The New Order«). L’unico classico di »Legacy«, Over the Wall, è finito in scaletta proprio all’inizio del concerto e ha catapultato subito la folla in aria. Non poteva mancare Practice What You Preach, e i Testament hanno condito il concerto anche con due pezzi di uno degli album più aggressivi della loro carriera, »The Gathering« (D.N.R., Three Days in Darkness). I Testament ammazzano. Esecuzione sublime e brillantezza strumentale, una squadra di musicisti di altissimo livello! E come detto! Di conseguenza, il culmine della seconda giornata del festival.

Nello stesso momento in cui suonavano i Testament, nella sala Volksbankmesse andava in scena un’esibizione interessante. In realtà sarebbe dovuta iniziare quasi mezz’ora prima dei Testament, ma la band ha tergiversato. Tergiversato come pazzi. Quando arrivi al nome, a capire chi sia questa band, il temporeggiare sembra quasi scontato. Soprattutto quando ti ricordi di tutta quella ubriachezza celestiale e traballante della stessa band sul palco delle Križanke di Lubiana, in quel lontano 20.09.2012. Signore e signori! I veterani scozzesi dell’hard rock Nazareth. Ora rinforzati dal cantante Carl Sentance, che nel gruppo ha ereditato le scarpe giganti di Dan McCafferty, ormai in pensione. Finalmente un cantante che dopo l’addio di McCafferty si è “attaccato” davvero alla band. Carl Sentance era infatti il punto nevralgico del concerto. Come sarebbe suonata la sua voce, visto che nessuno riesce a immaginare chi mai, sotto questo cielo dannato, possa sostituire la figura vocale unica di Dan McCafferty. A cominciare da Razamanaz, poi This Flight Tonight (orig. Joni Mitchell), l’ottima ballata Dream On, la birichina Hair of the Dog, l’attesa e pretesa Love Hurts (orig. The Everly Brothers), sulla quale si scioglievano le “signore” più anziane del pubblico, e nel bis con Broken Down Angel, i Nazareth hanno ricordato che perseverare ripaga, e come. Sentance non ha quella voce gutturale e urlata di McCafferty (che ancora oggi passa per la vera versione maschile della compianta icona Janis Joplin), ma è incredibile scoprire quanto bene stia il suo timbro sui classici della band. Una sorpresa. I Nazareth resistono e non hanno ancora detto l’ultima parola.

La seconda giornata è stata speciale anche per l’affluenza, la più alta di tutte e tre le giornate del festival. Nel ruolo di headliner del secondo giorno hanno suonato infatti i Twisted Sister, che dopo 40 anni di attività (finalmente) si congedano. La formazione originale, con l’eccezione del batterista, un ruolo coperto dall’ex batterista dei Dream Theater, ovvero dal signore chiamato »Se i Dream Theater non mi vogliono più, mi vogliono in formazione tutti gli altri artisti della Via Lattea« Mike Portnoy, ha avuto a disposizione ben un’ora e cinquanta di show. Con una modesta offerta discografica, la band, come previsto, ha tirato avanti lo show con tutto il suo mestiere, tanto che il dottor lingua della band, cioè ovviamente Dee Snider, tra una pausa e l’altra raccontava aneddoti divertenti dal mondo del rock’n’roll, mentre una parte dei minuti del concerto è finita anche nell’esecuzione del tutto inutile di un classico dei The Rolling Stones, It’s Only Rock’N’Roll, e in una versione parecchio tirata per le lunghe del mega-hit We’re Not Gonna Take It. La band ha servito anche la sua dose di pirotecnica, come due anni fa, quando ha suonato qui l’ultima volta. Inoltre i Twisted Sister hanno permesso a tutti i fotografi di scattare l’intero concerto da vicinissimo, cioè dal cosiddetto foto pit. Dal primo all’ultimo secondo. Per il resto, suonato e cantato con eccellenza. Su questo non c’è niente da ridire. Il pubblico era entusiasta, commosso, visibilmente incantato, e questo era anche l’obiettivo principale e fondamentale della band. Consegnare uno spettacolo rock’n’roll superiore. Vedremo se la promessa sarà davvero mantenuta e se i Twisted Sister, a causa del ritiro annunciato, in futuro non li vedremo davvero più sui palchi del mondo.

Per tutti quelli che si sono (o ci siamo) un po’ annoiati durante la prevedibile esibizione dei Twisted Sister e gli intrecci verbali di Snider, c’era un conforto nella visita dei cupi death metaller svedesi Grave, che si svolgeva in contemporanea nella sala Volksbankmesse. Dei tenebrosi dall’aria rovinosamente occulta e il già proverbiale perfezionismo esecutivo svedese »par excellence«, per il pubblico decimato, hanno risposto più che egregiamente alla maniera superficiale del glam metal e al celebre approccio americano da »show off« che infuriava a poco meno di cento metri di distanza, sul palco principale del festival.

Dopo i Twisted Sister, ovvero una ventina di minuti dopo, nella sala ai Grave sono subentrati i veterani britannici della NWOBHM, i Satan. Per quanto riguarda questo nome, in futuro uno vorrebbe incontrare a festival di questo genere ancora più band con un’anzianità da pionieri. Cioè di quelle che sono davvero un derivato del movimento New Wave of British Heavy Metal. La band ha sfruttato il concerto per presentare con grinta il suo ottimo nuovo album in studio »Atom by Atom«, da cui è risuonata anche la sublime mini suite epica The Fall of Persephone e, prima di lei, Ruination, My Own God, Fallen Saviour e la title track Atom By Atom. Brian Ross resta la quintessenza del cantante estremamente carismatico. L’anno scorso aveva calcato anche i palchi del Metaldays di Tolmin, come parte della formazione di altri veterani della NWOBHM, i Blitzkrieg. Brian ha entusiasmato ancora una volta con una potenza vocale straordinaria e urla acute al limite della follia, con cui impressiona nei suoi concerti anche in età matura. Il cantante, ovviamente, ha condito il suo show con le celebri riflessioni di nero umorismo britannico. A Steve Ramsey, membro originale e capo dei Satan, ora fa compagnia l’ottimo giovane chitarrista Russ Tippins, che ha suonato la maggior parte delle parti di chitarra più difficili, soprattutto gli assoli. La formazione degli attuali Satan è completata dal bassista originale Greame English e dal batterista Sean Taylor. Naturalmente la band ha dedicato attenzione anche all’esecuzione dei classici dei primi due album »Court in the Act« e »Suspended Sentence«, e dopo l’esecuzione di Opression a Ross, nella prima strofa della conclusiva Time to Die, è capitato un contrattempo estremamente spiacevole e fuori dal comune. Ha dimenticato i versi, e sul palco si è visto chiaramente che ci è rimasto malissimo. I Satan sono un obbligo per tutti gli amanti dei pionieri della old school del metal! Potete beccarli alla edizione di quest’anno del Metaldays, nella slovena Tolmin!

Quando i Satan hanno finito il concerto, nella sala Volksbankmesse sono rimasti solo quei festivalieri che proprio non avevano sonno. Erano meno di duecento. Tutti ubriachi. O meglio, ubriachi almeno al 95% dei presenti. Sul palco sono saliti così i Killcode. Una band che è un incrocio riuscito di più generi musicali. Sono un gruppo relativamente giovane, cioè nuovo, ma con un’arte rifinita e una presenza scenica da veri professionisti. Una band con un po’ di chilometri sulle spalle, insomma. Si sentiva nell’esecuzione omogenea e compatta. La band unisce elementi di rock’n’roll crudo, lo incrocia con elementi punk, spesso tutto il pacchetto ricorda persino i Guns N’ Roses, a questo il gruppo aggiunge l’immagine cupa di qualcosa alla The Cult, e il tutto, soprattutto dal punto di vista del suono, è orientato verso approcci moderni e la creazione di un groove grasso. Non mancano nemmeno ottimi assoli. Il quintetto aveva un’ora a disposizione. Dopo, sul palco è entrato a sorpresa l’organizzatore del festival Horst, che ha distribuito la birra ai ragazzi. Uscendo dal palco ha detto che possono suonare fino alle due di notte, o comunque finché il pubblico glielo permette. Carichi e incoraggiati, i Killcode sono tornati sul palco e hanno suonato ancora un pezzo. Una prova eccellente per la tarda notte della seconda giornata, che lentamente ma inesorabilmente scivolava verso un nuovo mattino! All’orizzonte si affacciava la terza, ultima giornata del festival.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik & Nataša Pišljar (Metal Church)


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