Bang Your Head!!! festival 2016 – primo giorno

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Band in programma: Stallion, Babylon A.D., Candlemass, Carcass, Dare, The Dead Daisies, Dragonforce, Equilibrium, Ektomorf, Slayer, Leartherwolf, Battle Beast, Debauchery vs. Blood God, Voodoo X
Luogo: Balingen / Messegelände / Germania
Data: giovedì, 14.07.2016


È passato un anno e alla porta ha bussato una nuova edizione del celebre festival Bang Your Head!!!, che come ogni anno si tiene nella cittadina tedesca di Balingen. Ci arrivi  viaggiando verso sudovest da Stoccarda, quindi dalle parti della Foresta Nera. Questo ventunesimo Bang Your Head!!! ha messo in cartellone, rispetto al cast dell’anno scorso, parecchi nomi che sui palchi del vecchio continente capita di beccare davvero di rado. Soprattutto con l’aggiunta  di gente come Impellitteri, Tyketto, Dare, Leatherwolf, Babylon A.D., Great White e Voodoo X.

Siamo arrivati sul posto già due giorni prima, all’ora di pranzo. I pomeriggi sono volati tra assaggi di ogni sorta di birra tedesca,  mentre nella vicina sala Volksbankmesse la sera c’era il concerto di riscaldamento, che quest’anno ha messo in fila Sodom, Overkill, Rage, Pro-Pain e Nitrogods. Stavolta però abbiamo deciso di saltarlo. Un po’ per i gusti musicali del tandem RockLine che ha coperto il BYH!!! festival quest’anno, un po’ perché per lo show di riscaldamento non danno accrediti stampa, il biglietto non è proprio economico (35,00€) e quindi conviene risparmiare le energie, che sono servite eccome nella maratona del programma di tre giorni del festival.

Primo giorno, dunque. Sono le undici e mezza e sul palco rotolano gli assaltatori heavy metal tedeschi dal sangue caldo Stallion, devoti al revival di vita e opere del celebre movimento NWOBHM di inizio anni Ottanta.  Come si addice alla prima band che apre le danze del festival, gli Stallion sono praticamente di casa, residenti a Hilden, nel Land del Baden-Württemberg. La band ha sfoggiato un’esecuzione corale di rara precisione.  I tanti concerti del passato, anche come supporto ai canadesi in ascesa Striker e agli svedesi Bullet, hanno consolidato una squadra guidata dal carismatico cantante Pauli, vestito di Spandex a righe rosse e bianche.  Gli Stallion si sono rivelati una scelta ottima che, nelle prime ore del festival, ha dato una spinta più che dignitosa  a tutto quello che sarebbe seguito. Sul palco la band ha presentato il suo debutto in studio «Rise and Ride» (2014).

Poi è arrivata una delle attrazioni del BYH di quest’anno. Già in apertura, insomma. L’esibizione dei veterani americani dello speed heavy metal Leatherwolf, nati a Huntington Beach già nel lontano 1981. Avevano suonato qui per la prima volta esattamente dieci anni fa e per la seconda hanno rinforzato la formazione con il ritorno del cantante e chitarrista originale Michael Oliveri, che pur con gli anni sulle spalle vanta ancora un’estensione vocale ottima. La band, nota anche per essere stata pioniera nell’introdurre tre chitarre in prima linea nei gruppi metal, ha dato un’ottima prova sfruttando alla grande il palco. In poco meno di un’ora ha suonato i classici della carriera, pescati da cinque album in studio, aprendo con la tagliente Spiter e chiudendo lo show con The Calling. Speriamo in un nuovo album: l’ultimo è uscito ben nove anni fa.

Il polverone dell’entusiasmo per i Leatherwolf non si era ancora posato che sul palco sono saliti i non meno leggendari, riuniti dal 2013, Babylon A.D. Questi  sono, scrivilo pure, di nuovo in formazione originale.  Il quintetto di San Francisco ha sfoderato i classici del suo genere, un hard rock incrociato con heavy metal primordiale, carico di melodie facilissime da cantare. Derek Davis con la sua voce penetrante, il duo di chitarre affilatissimo Danny De La Rosa e Rob Fresch, poi il bassista Robb Reid e il batterista James Pacheco, hanno regalato anche loro uno dei momenti più belli del festival di quest’anno e con un’ottima prova hanno tenuto altissimo il clima lasciato dai Leatherwolf. Durante il concerto hanno lanciato tra il pubblico un po’ di magliette e una manciata di copie del nuovo album dal vivo «Live XXV», uscito l’anno scorso.  Tra l’altro la band ha suonato, in scaletta,  l’iniziale Back in Babylon, poi Hammer Swings Down, Shot o’ Love, So Savage the Heart, Maryanne, Bad Blood, Sally Danced, Bang Go the Bells, The Kids Go Wild, Desperate, Slave Your Body e ha chiuso con la cover degli UFO Lights Out.

Nell’ora successiva a scatenarsi sul festival sono stati i roventi metallari finlandesi Battle Beast. Un’attrazione in ascesa che si fa strada tra le band più grosse della nuova generazione, guidata alla voce da un’imponente domina, ovvero la cantante tutta borchie Noora, che di certo non ha deluso. Ha aperto il suo show infuocato con Let it Roar e poi ha proposto soprattutto materiale dall’album «Battle Beast», integrato da brani dell’esordio «Steel» e dell’ultimo lavoro «Unholy Savior» (2015).  I power metaller di Helsinki si appoggiano sì a cliché triti e ritriti, ma hanno tirato fuori un concerto concentratissimo e ben studiato, con una Noora scatenata a regnare sul palco con la sua voce marcata e penetrante.  È una band che probabilmente salirà ancora parecchio nella scena metal.

The Dead Daisies sono una band che a prima vista non c’entra granché con un festival così. Ma quando guardi i nomi che la compongono, ogni dubbio è superfluo. Al posto di Richard Fortus, tornato ai Guns N’Roses, ora c’è nientemeno che l’eccezionale Douglas Aldrich (ex-Whitesnake, ex-Dio, ex-Hurricane, Burning Rain). Lui, non solo a vedersi ma anche per stile di gioco, ci sta molto meglio nel gruppo. Doug lo si conosce bene dal passato anche insieme al batterista Brian Tichy e al bassista  Marco Mendoza. Alla voce comandava l’ex cantante dei Motley Crue John Corabi, mentre il ruolo di secondo chitarrista era coperto dal leader del gruppo David Lowy. La band ha presentato il nuovo album «Make Some Nosie» (2016), arrivato a un solo anno dal predecessore «Revolucion».  Oltre ai pezzi nuovi, cioè la title track Make Some Nosie e Long Way To Go, la band ha insaporito il concerto con tre cover: una versione parecchio divertente di Midnight Moses, che nell’originale è dei The Sensational Alex Harvey Band, a metà ha «spezzato» i suoi brani con il classico dei Free All Right Now e, un po’ come da copione, ha chiuso il concerto con una versione carica del classico dei The Beatles Helter Skelter. Fino a quel momento i The Dead Daisies sono stati la band che ha sfruttato di gran lunga meglio il palco e con uno show scanzonato, pieno di sfrontata monelleria, ha creato un’energia super positiva. Hard rock grezzo, melodico, da monelli, sbrindellato e scorticato «ai bordi», pieno di assoli superbi di Douglas Aldrich, con l’incredibile cinetica ritmica dell’incrollabile tandem Mendoza/Tichy e alla testa un Corabi sempre sfrontato e saltellante, un ometto tutto pepe. Un’attrazione e mezza! Piena di esperienza, mestiere e sicurezza.

L’ora successiva è toccata ai Dragonforce. Gli ultrasonici britannici, quelli che dal power metal, a forza di suonare velocissimo, hanno tirato fuori il cosiddetto  «nintendo metal», hanno srotolato un repertorio dei loro migliori classici. Cioè un best of.  In vista dell’uscita della compilation «best of» «Killer Elite: The Hits, The Highs, The Vids», in arrivo il 22.07.2016. Già solo a guardarli, la bocca si apre da sola in un sorrisone lungo e stiracchiato. Cresciuti a fast food e «bibite che pizzicano» (Coca Cola, Fanta, Sprite), i Dragonforce hanno brandito i loro strumenti senza pietà. Come previsto, nell’esecuzione si è infilato un bel po’ di piccoli errori, sotto forma di note sparate fuori o chiusure approssimative (soprattutto col tremolo), ma questo non ha dissolto l’energia eccellente che questi ragazzi  gioiosi e allegri hanno trasmesso al pubblico attraverso la loro allegra musichetta.

Poi è stato il turno dei veterani svedesi del doom Candlemass, che abbiamo seguito solo di sfuggita perché era ora di ricaricare le batterie. La band ha portato al festival la dose richiesta di visioni cupe, avvolgendo  il festival in un’atmosfera completamente diversa mentre risuonavano Mirror, Mirror, A Cry From the Crypt, Dying Illusion, Demons Gate, Emperor of the Void, The Well of Souls, At The Gallows End,  l’attesa Crystal Ball e la conclusiva Solitude. Guidati dal cantante Mats Levén, i Candlemass vivono un vero rinascimento, come dimostra anche l’EP fresco di uscita «Death Thy Lover». L’ululato al sole si è trasformato in ululato alla pioggia. I Candlemass infatti, con la loro presenza e i riff massicci, hanno richiamato su Balingen un vero acquazzone. Prima di questo concerto la band aveva suonato nel 2013 allo show di riscaldamento del festival, nel ruolo di headliner.

I Carcass sono di sicuro una delle band più affascinanti nel campo degli estremi del metal. Gli orripilanti squartatori sono considerati maestri di precisione tecnica, che sta dietro alla loro presenza brutalizzata. Vederli è sempre un piacere. Un anno dopo averli beccati al Metaldays festival, il loro concerto a Balingen non ha fatto che confermarlo. Jeff Walker resta un capitano straordinario, un capo carismatico con un growl eccezionale. Senza particolare sforzo ha condotto il pubblico nel regno di bisturi e altri strumenti chirurgici, che tagliavano e strappavano le interiora durante l’ottimo set della band, durato una buona ora. Walker, che avevamo visto pochi giorni prima a Kranj, dove ha suonato con i Brujerio, alla fine non si è dimenticato di ringraziare di cuore il pubblico venuto a sostenere la band, mentre noi ci siamo goduti, tra le altre, l’iniziale Exhumed to Consume, poi Incarnated Solvent Abuse, Captive Bolt Pistol, Reek of Putrefaction, Corporal Jigsaw Quandary e Heartwork. Un’ora  di lezione di anatomia umana come puoi solo sognarla. A fine concerto ti tasti per vedere se gli organi sono tutti al loro posto, soprattutto i due reni e il fegato.

Già durante il concerto dei Carcass, chi non è abituato alle sfere estreme del metal ha fatto bene a spostarsi anche nella sala Volskbankmesse, dove l’atmosfera si era già accesa da un pezzo con lo show degli estremisti Debauchery Vs. Blood God, a cui sono subentrati i Voodoo X. Una band che per 26 anni non si era vista da nessuna parte e che si è riunita in esclusiva. Solo per il concerto di Balingen. Rock melodico, dunque. Alla voce il cantante di colore Jean Beavoir (Crown of Thorns, ex-Plasmatics), alla chitarra il membro originale Tommy Lafferty e un nome davvero attraente come Uwe Fahrenkrog-Peterson, che ha fatto milioni come tastierista degli immortali tedeschi Nena. I Voodoo X hanno pubblicato nel 1989 l’album «Vol 1. – The Awakening» e quando sono risuonati i pezzi di quel disco, tra cui I’m On Fire e Voodoo Queen, è stato chiaro che in tutti questi anni non ha perso nemmeno un briciolo di sempreverde freschezza e di splendore compositivo.  Breve e dolce. Saremmo sopravvissuti tutti anche senza la cover dei Led Zeppelin Rock And Roll. Il concerto dei Voodoo X è stato quindi una delle maggiori esclusive di questo Bang Your Head!!! festival.

Non meno attraente è stato l’arrivo dei rocker melodici britannici Dare. Suonano pochissimo e il concerto di quest’anno al Bang Your Head è stato praticamente il primo della loro stagione. La band si è esibita appena due giorni prima dell’uscita del suo nuovo disco in studio, intitolato «Sacred Ground». Il gruppo è guidato, anche oggi, dal carismatico Darrel Wharton, che l’ha fondato nel 1985, dopo lo scioglimento dei Thin Lizzy. Wharton era infatti stato prima il tastierista dei Thin Lizzy, con cui aveva registrato anche il loro ultimo album «Renegade». Non sorprende quindi che i Dare abbiano inserito nel set anche la cover dei Thin Lizzy Emerald. La band ha presentato in esclusiva anche del materiale nuovo e Wharton ha detto mezzo scherzando che si scusava in anticipo se avessero steccato qualche nota o cantato un verso sbagliato. Semplicemente la band non aveva ancora avuto occasione di suonare questi pezzi dal vivo. Ma con il supporto dell’eccellente chitarrista Vinnie Burns, che siamo riusciti a beccare nel 2014 al Frontiers Rock festival, dove suonava nella formazione Three Lions, Wharton non ha nulla da temere. Alla sinistra di Wharton Burns, alla destra Nigel Cutterbuck, bassista di lunghissima militanza nella squadra! Performance eccezionale. Wharton di ottimo umore. Sia vocalmente che nell’esecuzione. Ci sono state Sea of Roses, Storm Wind e We Don’t Need A Reason, e naturalmente i classici tanto attesi dell’esordio «Out  of the Silence» (1988), guidati dall’ottima Abandon e poi Into the Fire, The Raindance e King of Spades.

Ma il grosso del primo giorno era naturalmente puntato sul palco grande, dove poco prima delle nove e mezza di sera era tutto pronto per l’ingresso dei leggendari titani del thrash metal Slayer. Il quartetto formato da Kerry King (chitarra), Tom Araya (basso, voce), Paul Bostaph (batteria) e Gary Holt (chitarra) è piombato sul palco sul finale dell’intro registrato Delusions of Saviour, che come previsto è sfociato nel nuovo pezzo Repentless. Slayer in posa standard. Kerry quasi una statua pietrificata coi suoi tipici movimenti secchi e brevi del collo, il solito Araya con il suo pigro trotterellare ora fino alla passerella, ora a sinistra o a destra del palco, e oltre a Bostaph, a cui non restava altro, l’altro membro più infuocato è Gary Holt, che come sostituto dello scomparso Hanneman, fino a oggi si è inserito nella squadra più che egregiamente. Gli Slayer hanno più che soddisfatto i gusti dei loro fan, perché la scaletta, oltre ai pezzi obbligatori degli album «Seasons in the Abyss», «Reign in Blood» e «South of Heaven», era appesantita da brani ancora più vecchi, cioè dell’esordio  «Show No Mercy» (1983), con in testa Black Magic, Die by the Sword, Fight Till Death e Antichrist. Per quanto gli Slayer siano ultimamente bersaglio di critiche per essere svaporati e per la «pigrizia» sul palco, il concerto è stato impreziosito da un suono eccellente e da un’esecuzione eccellente, e Araya ha cantato tutto il concerto al livello qualitativo richiesto. Evidentemente i concerti degli Slayer conviene farli in Germania, perché quell’esperienza di Zagabria, dove hanno suonato in compagnia degli Anthrax meno di due mesi fa, getta una lieve macchia sul nome della band, soprattutto per via di quel suono disastroso che ha accompagnato il concerto a Zagabria. Be’, quell’esperienza è stata dimenticata in un attimo. Un’ora e mezza di macelleria thrash metal  perfetta. Il pubblico era di circa 8000 teste, un po’ meno del previsto, ma  il concerto ha sicuramente portato le teste più calde nel paradiso degli Slayer. Concerto solido, stavolta senza difetti. Col tempo ci si abitua anche al fatto che gli assoli sono tutti uguali. Anche se li suona Gary Holt, che qui si limita a eseguire gli ordini dei superiori. Forse un pizzico di vena da showman gli sta un po’ storto, perché il posing in una band come gli Slayer non c’entra proprio. Comunque sono osservazioni di poco conto. Insomma! Devastazione ovunque, e la band ha così giustificato il ruolo di headliner del primo giorno del festival.

Il primo giorno si è così chiuso sul palco principale, mentre i più indomiti potevano continuare a scuotere la testa con i concerti di Equilibrium e Ektomorf nella vicina sala Volksbankmesse. Il giorno d’apertura l’abbiamo passato indenni anche perché è arrivato un solo acquazzone, dato che il cielo era per lo più imbronciato e pieno di nuvoloni pesanti che per tutto il giorno strisciavano minacciosi.

autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik


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