Black Sabbath: Sabbath Bloody Sabbath
Etichetta: Vertigo Records
Data di uscita: 01.12.1973
Produzione: Black Sabbath
Durata dell’album: 42.35 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 10 / 10
Con il quinto album in studio, «Sabbath Bloody Sabbath», i Black Sabbath hanno spalancato le porte a uno sperimentalismo artistico di ampie vedute, di quelli che di solito non si associano troppo al concetto di ‘heavy metal’. A giocare un ruolo chiave è stato il leggendario tastierista degli Yes e amico (di bevute) di Ozzy, Rick Wakeman, come ospite speciale. Wakeman, che in quel periodo era con gli Yes nello studio accanto a registrare il capolavoro «Tales From Topographic Oceans» (1973), con i suoi arrangiamenti sinfonici su «Sabbra Cadabra» ha spinto i ragazzi ad aggiungere una certa dimensione orchestrale a pezzi per lo più hard’n’heavy dall’atmosfera ‘doom & gloom’. Così Ozzy, Tony Iommi e Geezer Butler si sono divertiti, in piccola parte, anche con un sintetizzatore, scovato a sorpresa nello studio californiano.
Ma nemmeno la tecnologia dei sintetizzatori, rivoluzionaria per l’epoca, poteva nascondere i problemi della band con le sostanze, alcol in testa, cosa che si sente anche nei testi: nella tradizione di Geezer, sono pieni di occultismo e di questioni sociologiche e psicologiche irrisolte. Per l’atmosfera cupa, esoterica e a tratti apocalittica di «Sabbath Blodoy Sabbath» è stato decisivo il trasloco dello studio da Los Angeles di nuovo in Inghilterra, dopo una cronica mancanza di idee: tra le segrete dell’antico castello di Clearwell, nel Gloucestershire (dove, secondo le leggende locali, si aggira qualche fantasma), hanno finalmente trovato l’ispirazione giusta e sbloccato la vena creativa. Iommi, poi, gironzolando nelle prigioni del castello, ha tirato fuori il riff principale della title track, e da lì in avanti comporre il resto non è più stato un problema: sono tutti brani tra i migliori della loro lunga e turbolenta carriera.
Certe tendenze prog rock si erano fatte sentire in piccola parte già nel precedente «Volume 4» (1972), quindi nessuna sorpresa se hanno proseguito su questa strada più avventurosa e complessa, che alla fine ha dato frutti ricchissimi. Ironia della sorte, il principale candidato a miglior album dei Black Sabbath classici è anche il lavoro più sperimentale della loro carriera. «Sabbath Bloody Sabbath» ha avuto un’influenza enorme sull’evoluzione dell’heavy metal, eppure oggi, proprio per la sua natura avventurosa, lo apprezzano anche tantissimi fan del rock progressivo.
Parecchie polemiche, soprattutto negli Stati Uniti falsamente moralisti, le ha sollevate la copertina, per il resto ottima, con le iniziali del titolo dal sapore nazista, un teschio e il numero ‘del diavolo’ sopra il letto. Fronte e retro raccontano una schizofrenia occultista condita a dovere, quella di una persona nel mezzo di un sogno duale, cioè la tematica prediletta di questa leggendaria band heavy, che per tutta la carriera è stata associata al satanismo, regalandole così un’ottima pubblicità extra. Il sognatore si ritrova in un incubo dove i suoi cari, trasformati in demoni perversi, cercano di farlo fuori, mentre nell’altra immagine ha raggiunto uno stato di beatitudine e pace, anche se la si può leggere pure così: durante l’incubo è morto di paura e si è ritrovato ‘in grembo a Dio’.
La title track, che con il suo testo cospirazionista e fatalista ha un significato ben più che simbolico, è uno dei classici più amati della loro storia e un vero standard heavy nel senso più pieno del termine. Si apre con un imponente riff di Iommi e il canto inferocito di Ozzy. Le linee di basso melodiche e piene di groove di Geezer e i colpi devastanti di Ward alla batteria danno una base ritmica poderosa, mentre il culmine è un ritornello melodico. Quello che la rende così particolare sono gli intermezzi acustici in mezzo, che le aggiungono una dimensione più sottile e ampia. «A National Acrobat» è un pezzo interessante, a tinte sperimentali e ritmicamente imprevedibile, in tempo medio, con una marea di cambi di tempo ingegnosi e un assolo di chitarra unico di Iommi. Un tocco in più lo danno un riff un po’ psichedelico e la voce cospiratoria e dispettosa di Ozzy. «Fluff» è uno strumentale splendido dall’atmosfera magica, grazie alla bella melodia di Iommi alla chitarra acustica e a delicati arrangiamenti di pianoforte. Si potrebbe dire che, come la title track rappresenta alla grande la copertina dell’album, «Fluff» simboleggia con efficacia l’immagine sul retro, perché è il vero opposto ambient dei tipici Black Sabbath cupi e da brividi.
«Sabbra Cadabra» è un altro traguardo interessante e sperimentale, con una frase di chitarra blues bella marcata e un ritmo spedito, in cui nel collage sonoro si incastrano benissimo anche i dinamici arrangiamenti di Wakeman al pianoforte e al sintetizzatore Moog. Il testo d’amore su una donna fatale è in netto contrasto con la solita tradizione Sabbath, ma il contributo vocale rabbioso di Ozzy è, come da copione, tutto fuorché lirico, tanto che al posto dell’amata potrebbe benissimo cantare di un pipistrello decapitato.
«Killing Yourself to Live», dove il testo parla dei problemi di salute di alcuni membri della band dovuti agli eccessi con l’alcol, è un altro classico heavy metal, in realtà una suite in tre parti dai titoli «Killing Yourself to Live», «You Think That I’m Crazy» e «I Don’t Know If I’m Up or Down», altra mossa da prog rock. Un riff di chitarra pienissimo è intriso di linee di basso rimbombanti, mentre l’atmosfera paranoica sembra fatta apposta per la voce schizoide di Ozzy. L’assolo di chitarra ‘gastronomico’ e i passaggi di batteria cataclismatici lasciano poi spazio a una sezione strumentale interessante, con anche qualche spiritoso arrangiamento di sintetizzatore.
Gli stessi li ritrovi anche nell’anticlericale «Who Are You», dove Geezer nel testo torna a toccare l’eterna domanda irrisolta sull’esistenza di ‘qualcuno sopra le nuvole’. È un pezzo Sabbath quasi da manuale, con ritmo lento e rotolante, voce cattiva e atmosfera cupa, fatalista, quasi da brividi. Del tutto atipica, invece, la sezione orchestrale drammatica, con inserti altrettanto drammatici di Moog e mellotron, due strumenti tipici del prog rock. «Looking For Today» è un altro heavy rock dinamico, con un testo sulla fugacità della gloria, dove il ruolo centrale spetta a un riff sporco, linee di basso piene di groove, colpi potenti sui piatti e arrangiamenti pastorali di flauto e chitarra acustica. Il canto paranoico di Ozzy si sposa alla perfezione con l’atmosfera dualistica del brano, che per tutto il tempo naviga da qualche parte tra tensione e rilassatezza.
Il ruolo centrale nel culmine di «Sabbath Bloody Sabbath» spetta però al capolavoro conclusivo «Spiral Architect», che grazie alla complessità ritmica e a un’orchestrazione di ampio respiro contiene tante finezze da prog rock. L’introduzione pastorale ed eterea alla chitarra acustica crea un’atmosfera misteriosa che, con un passaggio di chitarra incisivo, si trasforma in una sezione dall’umore relativamente spensierato. Il testo psichedelico con elementi di metafisica va in perfetta sintonia con i maestosi arrangiamenti orchestrali diretti da Will Malone e con l’approccio vocale rabbioso di Ozzy. Il finale pomposo con l’applauso del pubblico è la ciliegina sulla torta della maturità artistica che i Sabbath si sono guadagnati col tempo.
Il capolavoro d’avventura «Sabbath Bloody Sabbath» è il traguardo artisticamente più compiuto dell’era di Ozzy, quello che ha incoronato per sempre i leggendari padri dell’heavy metal di Birmingham sul trono della band hard’n’heavy più importante degli anni Settanta, e che non può mancare in nessuna collezione rock che si rispetti. L’anno dopo, nel 1974, i Black Sabbath si sono ritrovati meritatamente all’apice della carriera, quando davanti a una folla di duecentomila persone al festival californiano California Jam hanno suonato insieme ad altre leggende del rock anni ’70 come Emerson, Lake & Palmer, Deep Purple, Eagles e Earth, Wind & Fire.
autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Sabbath Bloody Sabbath
2. A National Acrobat
3. Fluff
4. Sabbra Cadabra
5. Killing Yourself To Live
6. Who Are You
7. Looking For Today
8. Spiral Architect
Formazione:
Ozzy Osbourne – voce, sintetizzatore
Tony Iommi – chitarra, pianoforte, sintetizzatore, organo, flauto
Geezer Butler – basso, sintetizzatore, mellotron
Bill Ward – batteria, timpani, bonghi su “Sabbath Bloody Sabbath”
Musicisti ospiti:
Rick Wakeman – tastiere, sintetizzatore e pianoforte su “Sabbra Cadabra”
Will Malone – direttore d’orchestra, arrangiatore
