Blast Tyrant
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Clutch
Etichetta: Weathermaker Music Records
Uscita: 2004
Durata: 54:31
Voto: 5/5
Siete d’accordo che oggi ce ne sono pochi con una spina dorsale più solida di quella di un orsetto Haribo qualsiasi, anche se i tempi duri richiederebbero gente tutta d’un pezzo, decisa e soprattutto critica, e la società avrebbe bisogno di profeti moderni capaci di chiamare le cose col loro nome? Ai senza-spina-dorsale i barbuti reietti del Maryland Clutch non somigliano nemmeno da lontano: hanno già sparso da un pezzo abbastanza esplosivo e acceso fiamme abbastanza alte da spedire la depravazione tra le nuvole da una vita. Questi blueser sporchi di sludge hanno praticamente tutto – impatto, spirito critico e una musica che trasuda anima e fegato – e basta e avanza per innamorarsene al primo ascolto, eppure il grosso del gregge di pecore medie resta ancora al buio e nemmeno sa che esiste qualcosa di buono, e per quel pizzico di sale dell’anima ci pensiamo noi, i media indipendenti. Quasi in coincidenza col nono compleanno del sesto album Blast The Tyrant mi sono messo a rispolverare i ricordi e a soffiare su una brace che è ancora maledettamente rovente.
Sotto la superficie si nasconde infatti una splendida perla robusta in cui vale la pena affondare i denti, perché in questo scrigno di tesori c’è quasi un’ora di composizioni di qualità che dà ragione a chi dice che i miracoli esistono! Neil Fallon è l’artista della dissolutezza e della furia alcolica, se mi concedete un po’ di oscenità, e oltre al suo vocione ruvido e penetrante vi sbaverete sul ritmo dei bellissimi tamburi di Gaster, sulle sbandate chitarristiche del giocosamente geniale Tim Sult, sul basso sottile e ronzante di Dan Maines, e se ci aggiungiamo pure il sottofondo dell’Hammond … Be’, con la produzione di Machine la bava scorre a fiumi, miei cari! Il disco è fatto di quindici gioielli che sono come la struttura di un diamante di carbonio, e non cedono un attimo durante questo viaggio epico di resa dei conti con i tiranni e con la politica, tra slogan contro l’istupidimento e contro l’egemonia dell’onnipotente profitto del capitale, e in mezzo a tutto questo c’è una tonnellata di buona musica che vi spinge verso una danza primordiale o verso quella rivolta di cui c’è tanto bisogno. E qui i falsi ideali se le prendono fin dal primo istante!
Con il brano Mercury i Clutch avvertono tutti i Dedali moderni che i figli gli cadono dal cielo, perché l’accecamento da sole dell’indottrinamento mediatico, politico e capitalista ha fuso loro le ali. Il crollo dei valori, del mercato e la recessione a cui assistiamo oggi sono la prova che certe orecchie restano sorde nonostante gli avvertimenti. Profits OF Doom prosegue con la declassificazione sarcastica del sistema, raccontando di figliolini che, nonostante le lodi delle madri, finiscono nella catena della schiavitù volontaria dei tempi moderni, in mano a cartelli bancari, capitalisti e custodi dei sette sigilli del nuovo ordine mondiale. La narrazione è tagliente e senza riserve! Fallon scaccia il diavolo, e i Clutch incartano il vangelo moderno dell’eccellenza esorcistica in un pacchetto maledettamente gustoso di bellezza uditiva. Fallon diventa battuta dopo battuta più dichiaratamente nero e, mentre il suo incarnato pallido di natura si fa sempre più cupo, la danza non fa che salire. The Mob Goes Wild è un pezzo in cui la resa dei conti iconoclasta con le norme bugiarde della promessa America si sposa con ritmi da ballo, e tra le altre cose Fallon propone di trasferirsi a nord, nel Canada più umano.
Figata! Il climax, nonostante i finali volutamente lasciati a metà, non fa che continuare. Cypress Grove è una colonna sonora ritmicamente movimentata per tutti gli amanti delle belle ragazze imperfette e dei redneck innamorati di cromature, macchinoni, pickup e serenate a base di birra. Questa descrizione sexy di una festa su misura per tutti i »veri uomini« fa da ouverture al groove stoner di Promoter. Uno dei picchi meno noti ma non meno godibili del disco è proprio questo pezzo sporco e sfacciato che, con un ritmo più rallentato, non perde nulla del suo spirito di rivolta tonante e dei vapori di benzina, mentre gli standard del blues vengono rispettati fino in fondo subito dopo! Sia chiaro – The Regulator non è un abbandono melanconico alla tristezza, e i Clutch, pur incantati dalle scale blues, restano ancora più vicini alle fondamenta solide e dure del rock che all’acustica del delta blues. Le chitarre sognanti, l’acustica e la sua sorella elettrificata e sognante in stile flanger sono legate in modo magico, e i versi ripetitivi con forza ipnotica si trasformano in ritornelli non proprio devastanti, ma nell’intreccio complessivo di chitarre, organo, basso e batteria non mancano né mordente né solidità.
Che il sud degli Stati Uniti sia incantato dalla preparazione di intrugli alcolici fin troppo potenti lo dimostra Worm Drink: l’alito da bicchierino di troppo non dà fastidio nemmeno un po’, e Fallon, a differenza del Whiskey Bar di Morrison, ti invita in un’ospitalità più ruvida dentro la sua dimora virile. Dopo fiumi di tequila stavolta non vi brucerà il sedere, perché i Clutch, invece di buttarla giù liscia, hanno pensato a inumidire il tutto con un suono succoso, che non s’inceppa minimamente, e con assoli dal suono naturale e per nulla forzato. Niente prediche, e anche l’attivismo alla U2 di Army Of Bono, invece di melassa gocciolante e zucchero, offre un ritmo più da R.A.T.M. e una lirica ormai pienamente assunta da redneck. Resta socialmente consapevole, ma per nulla predicatoria alla maniera della solita messa, quando il prete dal pulpito ti promette il paradiso, perché i Clutch indulgenze per la pigrizia non ne danno! Il bel mondo nuovo è visto stavolta con gli occhi spietati della gente ai margini della società, e sul tappeto rosso, al posto dei cravattari, finiscono uomini semplici e sinceri, e i seguaci della »lower class«, la classe operaia abituata a sgobbare e a sudare. Tale è anche la musica, che profuma di sudore, sangue e testosterone. Spleen Merchant spinge la dissolutezza da sbronza al massimo con botte di distorsione e un tocco di campanacci, e il momento di respiro serve solo a farvi restare fedeli alla causa giusta, nella missione di ribellione rumorosa contro il sistema!
(In The Wake Of) The Swollen Goat è una richiesta a gran voce di informazioni e di risposte chiare alla voce sempre più forte del popolo. La distruzione del nuovo ordine mondiale di soli cinque despoti è un chiaro sogno bagnato, e i Clutch annunciano cataclismo e diluvio universale, che potete solo attendere con gioia mentre ascoltate! Weathermaker è solo una pausa intermedia, una fermata, il primo segnale che nelle retrovie c’è forza sufficiente perché succeda il prima possibile, mentre Subtle Hustle invita a una nuova festa selvaggia e a spostare di altre due miglia il limite della resistenza alcolica! Ghost è la ballata più fredda, una specie di doccia gelata che però ci sta bene dopo la stampede di passione, e il disco prende giusto quel po’ di morbidezza che serve perché le tornado di passione non vi facciano indigestione. I Clutch aprono poi il libro dei verbali dell’epoca della caccia alle streghe e si ricordano di La Curandero, la ragazza che si lasciava andare alla danza sulla sabbia nera. Le orde di pecore la condannano a morte per annegamento nello Stige, e a cullarla verso il riposo eterno non basta nemmeno l’ombra di Cerbero, e i Clutch la raccontano in modo che possiate immedesimarvi con la ribelle, fedele alla propria passione e al proprio ritmo diverso, anche se Madre Natura vi ha dotato di un equipaggiamento extra e di un’ugello … I Clutch hanno la mia stima, e nel finale rivaleggiano con i vertici di The Who, Deep Purple e di tutti gli oratori dell’»hard rock demonoide« degli anni Settanta, e a spremere davvero fino all’ultima goccia l’estratto d’anima ci pensa il finale strumentale di WYSIWYG, con cui partirete soddisfatti e sorridenti verso un tramonto rosso sangue, affogando tutte le vostre preoccupazioni terrene senza un briciolo di pietà per oligarchi e oppressori ai piani alti.
Immaginate le fiamme che s’innalzano verso il cielo di un impero in fiamme di piovre e autocrati capitalisti, con i palazzi che iniziano a tremare sotto i colpi di masse critiche capaci di pensare con la propria testa, che in tutte le lingue del mondo urlano: »Basta! Ne abbiamo abbastanza! Siete finiti!«. Tra le voci più forti di questo coro ci sono anche i Clutch, e dopo quasi dieci anni né lo spirito ribelle né un disco per nulla invecchiato sono stati spenti, anzi, può diventare facilmente il vostro compagno preferito ogni singolo giorno. Blast The Tyrant è fatto proprio per questo, e nonostante le dosi abbondanti del passato non me ne sono ancora stufato nemmeno io, quindi la teoria, provato e confermato, può funzionare anche in pratica – e quanto maledettamente bene può farlo!
Formazione
Neil Fallon– voce, chitarra, tastiere
Tim Sult – chitarra
Dan Maines –basso
Jean-Paul Gaster –batteria
Produzione
Machine & Clutch
Tracklist
- Mercury
- Profits Of Doom
- The Mob Goes Wild
- Cypress Grove
- Promoter (Of Earthbound Causes)
- The Regulator
- Worm Drink
- Army Of Bono
- Spleen Merchant
- (In The Wake Of) The Swollen Goat
- Weather Maker
- Subtle Hustle
- Ghost
- (Notes FromThe Trial Of) La Curandera
- WYSIWYG
