Blue Öyster Cult: The Symbol Remains

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Etichetta: Frontiers Music Srl.
Data di uscita: 9. 10. 2020
Produzione: Buck Dharma, Eric Bloom & Richie Castellano
Durata dell’album: 61.15 min
Genere: Heavy Metal / Hard Rock / Art Rock
Voto: 8.0/10


«The Symbol Remains» è il quindicesimo album in studio degli eclettici e longevi hard rocker/metaller americani Blue Öyster Cult, nonché il successore di «Curse of the Hidden Mirror» (2001, recensione di RockLine), uscito quasi vent’anni fa: la pausa più lunga tra due album in studio nella storia di questa band di culto. Il titolo dell’album arriva dal testo del brano «Shadow of California», pubblicato su «The Revolution By Night» (1983). Allo stesso tempo, «The Symbol Remains» è il primo disco in studio dai tempi di «Club Ninja» (1985, recensione di RockLine) senza il compianto tastierista/chitarrista ritmico Allan Lainer, ed è il debutto in studio per due membri ormai storici della band: il tastierista/chitarrista/cantante Richie Castellano e il batterista Jules Radino. Castellano ha messo mano anche alla produzione, insieme ai membri fondatori: il chitarrista/cantante Eric Bloom e il chitarrista/cantante Donald Roeser, meglio noto come Buck Dharma.

A detta di Bloom, fino a qualche anno fa la band non sentiva alcun bisogno di realizzare un nuovo album in studio. Sul processo creativo di «The Symbol Remains» ha pesato parecchio la morte di Sandy Pearlman, storico collaboratore dei Blue Öyster Cult, ex manager e produttore, scomparso nel 2016: per anni quel tizio è stato un enorme serbatoio di idee e concetti. Nella scrittura dei pezzi e nelle parti di voce solista, su «The Symbol Remains» Eric e Buck hanno avuto un grande aiuto da Castellano, mentre per due brani ha collaborato anche il noto scrittore americano di romanzi fantasy e sceneggiature John Shirley, probabilmente famoso soprattutto per la sceneggiatura del film ‘Il corvo’ e già al fianco della band in passato. I testi di «The Symbol Remains» spaziano dai classici temi alla Blue Öyster Cult, come le teorie del complotto sugli alieni e le cupe fantasie di H.P. Lovecraft, a roba molto più banale come i meme di internet e gli incontri con donne fatali.

Sul pezzo d’apertura «That Was Me», un inizio tradizionalmente tosto con un Eric particolarmente incazzato alla voce solista, ha suonato anche il batterista fondatore Albert Bouchard, che negli ultimi anni porta in giro i classici dei Blue Öyster Cult e di Alice Cooper con la sua band, in cui oltre al fratello Joe c’è anche il bassista originale di Alice Cooper, Dennis Dunaway. Albert aveva salutato i Blue Öyster Cult già nel lontano 1981, ma è comunque bello che dopo tanto tempo abbia collaborato di nuovo con Eric e Buck.

Dopo il solido avvio arriva «Box in My Head» di Buck, che parla della conquista di una donna fatale. Il pezzo ha un buon potenziale, ma a causa di un ritornello un po’ tiepido purtroppo non diventa un altro classico malinconico dei Blue Öyster Cult con Buck alla voce solista. In generale, stavolta le composizioni di Buck con lui alla voce principale sono delle leggere delusioni rispetto a quello a cui ci aveva abituati in passato. In questa categoria la più interessante è «Nightmare Epiphany», che unisce con sottigliezza l’ottima prova vocale di Buck, armonie di chitarra seducenti, di gusto le parti di pianoforte e un ritmo saltellante.

«Tainted Blood», dignitosa ma poco emozionante, oltre ai classici elementi hard rock contiene anche un pizzico di AOR e, con la voce solista di Castellano, porta una ventata di freschezza e una dinamica vocale un po’ diversa da quella a cui eravamo abituati negli album precedenti degli ‘agenti in nero’ della musica. Tra le prove vocali di Castellano si distingue bene anche «The Machine», uno dei momenti migliori del disco, mentre «Edge of the World», che parla di una teoria del complotto con gli alieni protagonisti, oltre a belle armonie vocali con Eric alla voce solista e a solide parti di chitarra ha un ritornello memorabile, cosa piuttosto rara per gli standard di «The Symbol Remains».

«Train True (Lennie’s Song)» è un tipico pezzo di Buck, con più elementi blues del solito, e grazie ai ritmi scherzosi e galoppanti e a un testo un po’ buffo non c’è bisogno di prenderlo troppo sul serio. Il classico hard rock «The Return of St. Cecilia», condito da suoni di organo Hammond e possenti armonie vocali, è un altro brano solido ma non troppo ispirato di Castellano, con la sua voce in primo piano. Per comporlo, Castellano si è ispirato a un brano ‘antichissimo’, «St. Cecilia», scritto nel 1970, quando i Blue Öyster Cult si chiamavano Stalk-Forrest Group e non avevano ancora la minima idea che appena due anni dopo li aspettasse un grande successo con il nuovo nome.

«Stand And Fight», con Eric alla voce solista, è il pezzo più tirato di «The Symbol Remains» e uno dei pochi che si può definire heavy metal classico. Peccato che il ritornello «stand and fight» risulti estremamente banale e stereotipato, e starebbe meglio in bocca a qualche formazione metal meno intelligente alla Manowar; ma Eric in passato ha già sfornato qualche altro appello ‘da uomo di Neanderthal’ ai ‘fratelli e sorelle del metal’, quindi non è che ci sia da stupirsi più di tanto. «Florida Man», un’altra malinconica creatura di Buck con un potenziale sprecato e un ritornello un po’ pallido, nel testo si riferisce al popolare meme di internet apparso per la prima volta nel 2013.

A tanta mediocrità, con la sensazione che la band abbia già bruciato le sue idee migliori nella prima metà di «The Symbol Remains», segue il brano nettamente migliore del disco: «The Alchemist». Questo pezzo ambizioso, con Eric alla voce solista, ispirato all’omonimo racconto di H.P. Lovecraft, lo scrittore più ‘metal’ della prima metà del XX secolo, è quello che la maggior parte dei fan aspettava e si aspettava da questa band da quasi vent’anni. Stavolta Eric e soci riescono a creare un classico dei Blue Öyster Cult autentico e complesso, costruendo con successo un’atmosfera cupa e carica di dramma, grazie anche a un’eccellente interpretazione di Eric. Non manca nemmeno la sezione strumentale, di gran lunga la più convincente e interessante dell’album, mentre a creare l’atmosfera eccezionale contribuisce molto anche il testo oscuro su un’antica maledizione.

«Secret Road» è uno dei brani solidi ma non troppo memorabili di Buck sull’album, di quelli in cui purtroppo si ha la sensazione che manchi sempre quel ‘tocco finale’ capace di trasformare un pezzo nella media in un pezzo eccellente. Un arrangiamento centrale migliore o un ritornello più interessante avrebbero sicuramente reso questa composizione più competitiva rispetto ai classici dei Blue Öyster Cult firmati da Buck. L’assolo di chitarra speziato in chiusura purtroppo non basta a lasciare un’impressione migliore.

«There’s a Crime» è di nuovo un hard rock un po’ più ‘selvaggio’, con un ritornello solido, ma nel complesso non è tra i pezzi più interessanti di «The Symbol Remains». Il brano conclusivo «Fight» Buck l’aveva già pubblicato in forma embrionale su SoundCloud nel 2015, ma allora si trattava di un pezzo solista. Nello stile ricorda un po’ una delle canzoni del disco precedente, «Curse of the Hidden Mirror», ma rientra comunque più nella categoria ‘solido’ che in quella ‘eccellente’.

«The Symbol Remains» è un album più che dignitoso, all’altezza del nome di questa band di culto, ma è ben lontano dai suoi risultati migliori, anche se le aspettative di alcuni fan prima dell’uscita erano (troppo) alte e anche un po’ irrealistiche. Eric, Buck e gli altri tre ‘agenti in nero’ della musica hanno messo insieme un buon numero di brani del tutto ascoltabili e piacevoli, senza grossi cali di qualità, ma tra i quali purtroppo spicca davvero solo «The Alchemist», che è già un classico. È evidente che negli ultimi due decenni a Eric e Buck, nonostante l’ottimo aiuto della ‘giovane generazione musicale’ vogliosa di dimostrare il proprio valore, di cui fa parte Richie Castellano, sia venuta un po’ a mancare l’ispirazione creativa di un tempo, e questo vale soprattutto per Buck, che una volta praticamente non riusciva a deludere con le sue composizioni. Ciò nonostante, gli eterni maestri dell’hard rock/metal con «The Symbol Remains» sono riusciti a realizzare un album più che solido, che accontenterà la maggior parte dei fan di lunga data, costretti ad aspettarne l’uscita per quasi vent’anni, ma non li renderà del tutto felici.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. That Was Me (3:18)
2. Box in My Head (3:46)
3. Tainted Blood (4:17)
4. Nightmare Epiphany (5:30)
5. Edge of the World (4:52)
6. The Machine (4:14)
7. Train True (Lennie’s Song) (3:57)
8. The Return of St. Cecilia (4:12)
9. Stand and Fight (4:48)
10. Florida Man (4:08)
11. The Alchemist (6:00)
12. Secret Road (5:24)
13. There’s a Crime (3:37)
14. Fight (3:12)

Formazione:
Eric Bloom – voce, cori, chitarra, tastiere, sintetizzatori
Buck Dharma – chitarra, voce, cori
Danny Miranda – basso, cori
Richie Castellano – tastiere, chitarra, voce, cori
Jules Radino – batteria, percussioni

Musicista ospite:
Albert Bouchard – cowbell e cori sul brano n. 1


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