Born Into This

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Artista: Cult, The
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2007

Sono passati ben sei anni da quando i veterani dell’hard rock britannico Cult hanno dato gli ultimi segni di vita degni di nota. E se con Beyond Good And Evil sembrava che a cavallo del millennio i ragazzi fossero stati colpiti da una specie di sindrome da stagnazione creativa dal sapore sciapo, mezza dozzina d’anni dopo quella “simpatica” piccola seccatura è mutata inaspettatamente in un vero mostro di trovate da suonatori da sagra di serie B. Con l’ottavo album in studio di fila, probabilmente anche grazie a un titolo che promette bene, la leggendaria band apre sì un nuovo capitolo, ma purtroppo anche un capitolo incomprensibile.

Il seguito, attesissimo, del viaggio europeo più o meno riuscito di Ian e compagnia ha trovato il suo epilogo nella monotonia svuotata di significato di Born Into This, che già a una rapida occhiata retrospettiva alla grandezza dell’eredità “di culto” risulta decisamente l’album più debole dei Cult, uno che sta già lentamente seguendo le orme dello scenario letto e riletto del declino inevitabile dello splendore delle icone rock degli anni Ottanta. Peccato, davvero! In sostanza, di quello che ci si aspettava su Born Into This troviamo solo la proverbiale semplicità del messaggio dei Cult, che però soffre della mancanza di vera energia, o se vuoi di “grinta” e di palle, che avrebbe aiutato un minimalismo di per sé allettante a superare i giri larghi prevedibili tra soluzioni di arrangiamento sentite mille volte. Il numero di Ian, che in passato si fondava su una tecnica vocale aggressiva, carica di emozione e smaccatamente d’ispirazione “morrisoniana”, stavolta vive uno dei suoi periodi peggiori di impotenza. Altrettanto incomprensibile resta il freddo evidente, direi persino il disinteresse, che spira dalla voce del signore, spaventosamente scolorita: con quella, la decina di composizioni in linea di massima accettabili, curate anche stavolta dal duo Ian/Duffy, si avventura in acque pericolose in modo più o meno incerto.

Nonostante tutti i segnali d’allarme, Born Into This ha comunque qualche momento suo. Se non altro, ti tremeranno le labbra almeno davanti alla title track d’ispirazione gotica, che insieme alla incomparabilmente più aggressiva I Assassin rappresenta per ora, a quanto pare, il massimo raggiungibile della band. Citizen e la ritmicamente aggiornata Diamonds sono attacchi evidenti alle orecchie e al cervello del rocker medio dei giorni nostri, che con l’eccesso dei difetti sopra citati si annacquano in fretta, mentre il sano casino sporco di Dirty Little Rock Star ti riporterà almeno per un attimo ai tempi d’oro, quando il rock & roll regnava sul mondo. Purtroppo da qui in poi il livello della comunicazione musicale più costruttiva precipita in picchiata. A causare questo scivolone improvviso ci pensano le facce inespressive di Tiger In The Sun, Savages e soprattutto la tremendamente di cattivo gusto Sounds Of Destruction, con le quali con Born Into This comincerai a maledire sempre di più i tempi in cui si poteva ancora contare sull’affidabilità del vecchio, caro aborto.

Formazione

Ian Astbury: voce
Billy Duffy: chitarra
Chris Wyse: basso
John Tempesta: batteria

Produzione

Youth

Tracklist

1.Born Into This
2.Citizen
3.Diamonds
4.Dirty Little Rock Star
5.Holy Mountain
6.I Assassin
7.Illuminated
8.Tiger In The Sun
9.Savages
10.Sound Of Destruction

Durata album: 34.49

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