Bring Me Home

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Artista: Raygun Rebels
Etichetta: SAOL Music
Uscita: 2011
Durata: 40:16
Voto: 3/5

I Raygun Rebels sono una band di Rosenheim, in Germania. Nati nel 2007, sul suolo bavarese non ci sono rimasti a lungo: hanno preso su armi e bagagli e fatto un salto rivoluzionario dritti nel cuore dell’America del rock n’ roll. A Los Angeles e a Hollywood. Per suonare musica “nuda e cruda”, che si regge prima di tutto su arroganza e immediatezza del “rock n’ roll”, servono due palle così! E già la mossa della band, che ha puntato tutto su una carta sola per avvicinarsi al successo in una scena saturissima, conferma che ai Raygun Rebels il coraggio non manca di certo.

E questo coraggio ha evidentemente “riportato a casa” i ragazzi. Il disco d’esordio, infatti, non poteva portare un titolo più azzeccato (“Bring Me Home”). Dopo essere sbarcati negli USA, l’anno scorso i ragazzi hanno messo in fila una serie di concerti nei club, comprese serate nei locali più in voga e famosi della West Hollywood: dal Viperroom, il cui proprietario è nientemeno che il pirata dei Caraibi Johny Depp, fino al leggendario Whiskey A Go Go, dove i Guns N’ Roses hanno mosso i loro primi grandi passi e dove sono saliti sul palco gli ormai stagionati bastardi del rock n’ roll sporco e rombante dei Motorhead, così come il gigante immortale del blues B.B. King.

Con una tale dose di sbattimento e impegno, la band ha trovato il favore dell’etichetta Saol Records, con cui è uscito anche il disco d’esordio. Lo scorso autunno la band ne aveva già fatto girare una versione demo tra i media. Anche i Raygun Rebels sono ragazzi che tirano fuori dalla naftalina pezzi della storia recente del rock n’ roll, bagnati nel vizio del glam sleaze.  La dose di divertimento, di testi lucidi e pieni di birichinate, dove affiora in abbondanza l’eccesso di testosterone nel sangue, tra la sfacciataggine adolescenziale e l’impeto di quattro puledri, non conosce ritirata.

L’album ha due difetti di fondo. Il primo è l’uso maldestro dell’inglese da parte del cantante, che già in partenza non può vantare una grande qualità interpretativa (leggi: una bella dose di nasalità nel cantato!).  L’inglese rigido impedisce a una voce (già debole di suo) di sfruttare al meglio lo spazio disponibile per un plasma di energia capace di sviluppare un magnetismo nel suono complessivo tale da stregare di colpo l’ascoltatore e inchiodarlo a sé con la forza della convinzione. Il secondo punto debole è la produzione. Questa ”nasconde” il contributo delle chitarre nel quadro sonoro. Le chitarre sono settate troppo basse. A farsi sentire di più sono proprio le pelli, mentre il riffing si defila. Allo stesso modo, il lavoro del basso, per il resto vario, dinamico e attivo, viene spesso del tutto coperto dalla produzione della batteria. Il “pasticcio” nel trattamento sonoro in studio impedisce a brani che pure sono arrangiati con gusto, con le soluzioni compositive di base piazzate nel modo giusto e che funzionano con scorrevolezza e un gran piacere d’ascolto, di rendere fino in fondo. Un bel po’ di spazio vuoto nello sfruttamento delle chitarre lo trovi per esempio nella strofa della title track conclusiva. Proprio questo pezzo, però, dimostra allo stesso tempo che i Raygun Rebels sanno essere anche stratificati e che non si limitano ad accendere marcette rock n’ roll nude e crude suonate a “uno-due-tre-quattro”. Bring Me Home è infatti un interessante scontro frontale tra il potente dilettantismo sporco dei Guns N’ Roses e il “drive” heavy rock vecchia scuola alla U.F.O.

Sulla produzione bisogna chiudere un occhio, perché la band è ancora giovane e proprio agli inizi. Con l’impegno dimostrato, che si concretizza nel capitalizzare quattro anni di vita della band con un esordio in studio, il salto di qualità nel suono non è lontano. Proprio questi ritocchi sonori, per raggiungere più organicità, dinamica e senso di vita, sono indispensabili. Ancora di più se si considera che il carisma nudo e crudo del mestiere rock n’ roll della band ha anche una buona dose di elementi di retorica blues (alcuni passaggi tra i riff e gli assoli).

Con una produzione migliorata in futuro, i Raygun Rebels riusciranno anche a definire con più facilità la loro impronta espressiva, da coltivare e far crescere senza fretta, e allo stesso tempo a dire al mondo (ancora una volta) che il cliché “stra-bollito” può essere ancora una gran bella cosa, se funziona a pieno regime di erezione sonico-chimica.

La recensione è nata dalla collaborazione tra RockLine e Rock Hard Slovenija. 

Formazione

Danny Raygun – voce, chitarra
Dom Raygun – chitarra
Pelle Ericson – basso
Flick Rick – batteria

Produzione

Raygun Rebels

Tracklist

1. Here We Are
2. Lay Down Baby
3. Financial Distress Blues
4. Goodbye
5. I Want You
6. Let Me Go
7. The Killer
8. Bring Me Home

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