Brotherhood of the Snake
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Testament
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2016
Durata: 45:27
Voto: 4.5/5
»Brotherhood of the Snake« è l’ultima fatica in studio, l’undicesima, dei campioni americani del thrash metal Testament, che quattro anni fa con »Dark Roots of Earth« (2012) erano tornati in grande stile agli standard altissimi dei loro primi dischi, classici del thrash metal, raccogliendo meritatamente reazioni entusiaste da parte di fan e critica. Prima di registrare »Brotherhood of the Snake« i Testament hanno cambiato bassista: Greg Christian è stato sostituito da Steve DiGiorgio (ex Death, Control Denied, Iced Earth), che con la band aveva suonato l’ultima volta su un album di vecchi standard risuonati, intitolato »First Strike Still Deadly« (2001). Il cantante Chuck Billy ha inoltre svelato la natura semi-concettuale del nuovo album: la maggior parte dei testi e il titolo stesso si rifanno alle famigerate teorie del complotto su visitatori alieni rettiliani venuti dallo spazio, che fin dall’antichità avrebbero plasmato il destino delle civiltà umane, anche attraverso una misteriosa loggia pseudo-massonica di adoratori del serpente, ovvero un culto del serpente. Nonostante un tema così intrigante, ascoltando »Brotherhood of the Snake« questa sensazione concettuale, title track a parte, non si avverte granché: ogni pezzo suona come un capitolo a sé, il che per il genere che fanno i Testament è del tutto normale.
Dal punto di vista musicale, stavolta i Testament hanno sfornato forse il lavoro più scatenato e thrasher della loro carriera, oltre che il più veloce a livello ritmico, senza alcuna manovra di 'rallentamento' né freno. I Testament possono permetterselo senza problemi, visto che in formazione hanno il fuoriclasse Alex Skolnick, uno dei migliori e più veloci maestri della chitarra al mondo, la cui visione musicale va ben oltre i confini del metal, fino alla musica sperimentale e al jazz rock fusion, come ha dimostrato più volte con progetti paralleli quali Attention Deficit e Alex Skolnick Trio. Su »Brotherhood of the Snake« i Testament tornano a esplodere di rabbia, che irradia di continuo dalla voce di Chuck e dalle tante 'frecciate' di critica sociale nei suoi testi. Una carica così brutale non cala dall’inizio alla fine di »Brotherhood of the Snake«, e senza nessuna pausa di 'riposo', figuriamoci un’eventuale ballad, di quelle che a volte spuntano inaspettate anche nei dischi metal più aggressivi.
»Brotherhood of the Snake« si apre con la title track, che trabocca di energia ad alto numero di ottani grazie a parti di chitarra furiose, al martellare brutale della doppia cassa e alla voce 'rabbiosa' di Chuck. Quest’ultima, a seconda del pezzo, passa da un registro aggressivo e thrasher a uno omicida, al limite del death metal. Le ottime armonie di chitarra, a un livello tecnico eccellente, sono ciò che dà ai singoli brani quell’anima giusta che trasforma un pezzo nella media in un capolavoro. Eric Peterson, l’unico membro dei Testament presente fin dagli inizi, quando si chiamavano ancora Legacy, un tempo era solo chitarrista ritmico, mentre ormai da qualche anno con Skolnick si divide di comune accordo gli assoli e non solo le armonie di chitarra, mentre l’album sembra piegarsi sotto il peso di riff di ogni tipo. Il massacro della batteria firmato dal 'granitico' Gene Hoglan prosegue su »The Pale King«, dove perfezione tecnica e aggressività vanno a braccetto, mentre accanto alla 'flessibilità' vocale di Chuck e alle solite 'grattugiate' ritmiche si trovano anche alcune armonie di chitarra piuttosto interessanti, a tinte melodiche.
Le stampede ritmiche fanatiche si fanno ancora più intense su »Stronghold«, dove regna una vera atmosfera da vampiri, mentre Chuck passa di continuo a livello vocale tra i 'ruoli' di zio un po’ stravagante e brontolone a vita e di psicopatico totale assetato di sangue. »Seven Seals«, già col titolo che ricorda il classico in bianco e nero di Bergman 'Il settimo sigillo', fa capire che si tratta di una creatura marcatamente oscura. Le marce brutali non si fermano, anche se le parti di chitarra supersoniche si placano un po’ e lasciano più spazio a sfuriate vocali drammatiche e aggressive. In mezzo alla parte strumentale Skolnick trova subito spazio per brevi improvvisazioni chitarristiche che, firmate da uno dei migliori allievi di Joe Satriani, risultano sempre interessanti.
Ascoltando »Born In a Rut« la cosa che sorprende di più è con che disinvoltura la band, in mezzo al pezzo, passi all’improvviso dal thrash metal puro a un hard rock quasi totale, con parti di chitarra già mezze blues: per un virtuoso della chitarra come Skolnick è roba da 'ordinaria amministrazione', ma resta comunque una sorpresa astuta e del tutto inaspettata. Su »Centuries Of Suffering« continua l’'inferno in terra' thrash, dove regnano stampede di batteria assassine e parti di chitarra folli, mentre Chuck è di nuovo 'assetato di sangue'. È difficile capire a cosa si riferisca esattamente il testo di condanna sociale di questo brano, forse alla sofferenza dei nativi nordamericani, visto che nelle vene di Chuck scorre anche un po’ di sangue indigeno.
»Neptune’s Spear«, uno dei momenti migliori di »Brotherhood of the Snake«, dove anche Skolnick ha lasciato il suo segno di compositore, è un’altra bomba thrash scatenata, con possenti armonie di chitarra, spietati rullate di batteria e un approccio vocale mezzo folle, e come tale farà impazzire tutti i fan di lunga data. Su »Black Jack« il massacro alla batteria di Hoglan raggiunge nuovi estremi, mentre Skolnick, tra una cosa e l’altra, si concede un assolo di chitarra tecnicamente rifinito. La 'psicosi vocale' di Chuck non molla nemmeno su »Canna-Business«, che contiene la dose giusta di furia thrash old school e di finezze tecniche, mentre nel testo 'vomita bile' contro faccendieri e politici corrotti, che per i Testament è un 'classico' almeno dall’album »The New Order« (1988) in poi. L’espressione 'new order' del resto compare nel testo parecchie volte. L’album si chiude con l’anticlericale »The Number Game« alla classica maniera dei Testament: con la doppia cassa che terrorizza, parti di chitarra velenose e una furia vocale da vampiro, al livello di un serial killer appena evaso da un istituto psichiatrico.
»Brotherhood of the Snake« è un classico album dei Testament, e cioè una dose spietata di brutalità thrash metal a velocità supersonica, intrisa di parti di chitarra assassine e tecnicamente ineccepibili, mentre la voce di Chuck dall’inizio alla fine suona come se avesse appena dichiarato guerra al mondo intero. Per molti versi è una versione ancora più aggressiva e veloce dell’ottimo predecessore »Dark Roots of Earth«, con alcune sorprese davvero divertenti, che dall’inizio alla fine mantiene la sua natura incazzata e completamente indemoniata e di sicuro farà impazzire tutti i fan di lunga data. E questo significa anche che si tratta di uno dei migliori lavori metal (non solo thrash) del 2016. È ora di riparare a una vecchia ingiustizia e di cominciare a contare anche i Testament tra i 'magnifici quattro' del thrash metal, perché è il minimo che si meritano dopo tutti questi anni passati a seguire fedelmente la propria visione musicale, in cui ogni album è stato una 'storia nuova' rispetto al precedente.
Formazione
Chuck Billy – voce
Alex Skolnick – chitarra
Eric Peterson – chitarra
Steve DiGiorgio – basso
Gene Hoglan – batteria
Produzione
Juan Urteaga
Tracklist
1. Brotherhood of the Snake (4:14)
2. The Pale King (4:51)
3. Stronghold (4:00)
4. Seven Seals (5:38)
5. Born in a Rut (4:57)
6. Centuries of Suffering (3:34)
7. Black Jack (4:21)
8. Neptune’s Spear (5:27)
9. Canna-Business (3:47)
10. The Number Game (4:38)