Brutart, ovvero… Brutart

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Autore: Rok Klemše

Data dell’intervista: 14.08.2008

I Brutart sono una formazione tra Jesenice e Lubiana che l’anno scorso ha pubblicato il suo debutto, intitolato Mimic. Con un mix unico di death e doom metal, sono una delle band metal più originali di casa nostra. I Brutart sono stati anche tra le band in cartellone al Metal Mania di quest’anno, e con il cantante e chitarrista Blaž Kelbl abbiamo fatto due chiacchiere proprio nell’ultimo giorno del festival.

RockLine: Avete pubblicato Mimic da poco e mi hai detto che le reazioni sono state piuttosto miste, da ottime a negative.
Blaž: Sì, in realtà c’era da aspettarselo. Fin dall’inizio non abbiamo mai avuto un consenso ampio, già dal demo Arab Dream in poi, e ora anche con Mimic. I Brutart non sono mai stati una band popolare, e nemmeno l’idea era quella. La scena è fatta così: non apprezza granché la diversità, adora le band generiche, e le feste più grosse sono comunque quelle con le cover band.

RockLine: I Brutart comunque fanno una musica piuttosto impegnativa, non ti prende al primo ascolto, ci vuole un po’ di tempo per farla tua.
Blaž: Boh, io questa prospettiva di ascolto non ce l’ho nemmeno, perché la musica la faccio. Lavoriamo come qualsiasi band: scriviamo i riff e li mettiamo insieme. Cerchiamo però di evitare le soluzioni stereotipate, anche quando suonano bene.

RockLine: Di solito vi etichettano come band death/doom metal. Tu come definiresti i Brutart, se dovessi?
Blaž: Non so, quando abbiamo cominciato pensavamo di essere una gothic band tipo Paradise Lost o Shades of God. Da allora sono passati dieci anni e oggi gothic vuol dire Nightwish, e da quel momento a quanto pare siamo doom. Abbiamo mandato qualche pezzo a un webzine doom e ci hanno risposto che non ci avrebbero recensiti perché non siamo doom. Eppure siamo rimasti etichettati come doom fino all’uscita di Mimic, che ora dicono sia un disco di death metal old school, anche se è uno spaccato di quattro, cinque anni di attività. I pezzi di Mimic esistevano già ai tempi della registrazione di Arab Dream, nel 2003. Se dovessi dirlo io, siamo death metal (lento).

RockLine: Tra l’uscita di Arab Dream e quella di Mimic è passato un bel po’ di tempo. Come mai?
Blaž: La musica la facevamo, solo che non pensavamo nemmeno a un album. Nel frattempo se n’è andato il bassista, è arrivato un chitarrista e ci siamo avvicendati. Ho accennato a Chop degli On Parole se ci poteva organizzare qualche concerto e lui ha messo come condizione un album, così ci siamo messi a registrarlo. L’abbiamo registrato in due mesi, ma mixato in quasi un anno. Mimic, come primo disco, ha qualche difetto di gioventù: suono scadente, forse è poco omogeneo, visto che tra un pezzo e l’altro ci sono cinque anni di differenza.

RockLine: Chi vi ha fatto il design così particolare di Mimic?
Blaž: La ragazza del batterista. Vogliamo sempre fare qualcosa di diverso, e già per Arab Dream avevamo chiesto a un amico designer. Per Mimic ci siamo scervellati su cosa fare, la ragazza del batterista ha buon occhio, la base era chiara: doveva sembrare un libro. Il concetto di fondo di Mimic è che tutti imitiamo l’esteriorità, mentre l’interiorità delle persone è nascosta, non rivelata a nessuno, la vera natura umana è nascosta persino a se stessi. Tutto il resto è adattarsi all’ambiente, anch’io a 29 anni mi tengo ancora la criniera (risate). L’autrice si chiama Vesna Rodman, ha disegnato tutti gli schizzi. Mi piace proprio che siano disegnati “male”, a mano, di getto. Non ci sono regole di design, perché è Brutart, arte grezza.

RockLine: Ma è proprio in linea con il concetto Brutart/art brut, no?
Blaž: Anche, anche se su certe cose siamo pignolissimi, tipo dove va messo un piatto…

RockLine: Si sente, eh, il batterista è un animale…
Blaž: Sì, a volte va tenuto a freno, e lo faremo ancora di più. Quando abbiamo mixato ci siamo accorti che i piatti c’erano ovunque. Veniamo tutti da filoni musicali diversi. Io per tanto tempo ho ascoltato post punk…

RockLine: Joy Division?
Blaž: Sì, ovvio. Su Arab Dream c’è proprio un tributo ai Joy Division con una cover. Il chitarrista Andrej è un death metaller puro, il batterista è un dark/gothic, del bassista meglio non parlare (risate). Ma il mix in qualche modo funziona, la band si sta formando piano piano. Su Mimic le influenze sono ancora frammentate, i pezzi sono piuttosto diversi, dal progressive al death metal; quello che facciamo dall’uscita in poi sta prendendo uno stile più omogeneo.

RockLine: Suoni da tanto?
Blaž: Prima io e il chitarrista avevamo già una band, gli Human Agony, più o meno la stessa scena dei Brutart. Con i Brutart in pratica è la prima volta che faccio sul serio.

RockLine: Lo chiedo perché mi sembra che tu abbia un ottimo carisma sul palco.
Blaž: Io sento esattamente il contrario. I Brutart sono statici, sul palco siamo morti, la musica sarà anche buona, ma da ascoltare a casa, non sul palco… e poi il cd non lo compra nessuno. Quando abbiamo cominciato avevo sempre l’ansia da palco, tremavo ogni volta. Avevamo ambizioni pazzesche, come ogni band. Facciamo qualche prova, registriamo un demo, lo mandiamo a un’etichetta, ci prendono, e poi concerti. Non è successo, grazie a dio, e ora siamo già vecchi ciucci e semplicemente arriviamo e suoniamo. La musica la faremo con impegno, ma non da professionisti. Di riff metal generici ne possiamo sfornare per sei dischi, ma non è questione di stressarsi un sacco, e per questo magari l’esibizione è più sicura. Perché, in realtà, me ne frega il giusto.

RockLine: Però Mimic ha delle linee fenomenali che ti arrivano dritte in faccia, tipo “Father I’m Sorry”…
Blaž: Sì, ma quelle non sono le mie voci (risate). È il batterista, in pratica è il mio credito fasullo. Dal vivo canto io, ma il batterista è un cantante eccellente. Anche nelle band precedenti cantava lui, poi abbiamo deciso che era meglio se suonava la batteria e secondo me ha ancora un potenziale enorme. È indomabile, il che da un lato è un bene, dall’altro no. Ai batteristi piace il “fai vedere cosa sai fare”.

RockLine: I testi di Mimic parlano della psiche umana, della morale. È anche per questo che su Arab Dream avete cantato i versi di Edgar Allan Poe?
Blaž: Ma no, non c’è una storia più profonda. Per Israfel avevamo come titolo provvisorio Arab Dream, il batterista aveva scritto il testo, ma non era buono. Un amico ha proposto Poe, abbiamo provato ed è in effetti un testo eccellente per la musica. Non c’è un messaggio forte dietro a come ci siamo arrivati.

RockLine: Che futuro c’è per i Brutart? La classica domanda di chiusura…
Blaž: Secondo me il futuro c’è, la formazione si è finalmente stabilizzata, abbiamo finalmente ricominciato a fare la musica che avevamo dimenticato di fare perché abbiamo solo mixato per così tanto tempo, non avevamo prove, o avevamo prove solo per i concerti. Abbiamo due pezzi in lavorazione, fra due anni forse ci sarà di nuovo un disco. Tutto qua. Grazie per l’intervista.

RockLine: Grazie a te!

Foto: Aleš Podbrežnik
Testo: Rok Klemše

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