Bursting Out

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1978
Voto: 5/5

Quando uscì il loro primo live album (doppio) “Bursting Out”, i Jethro Tull erano all’apice della loro produzione nel mondo del folk rock progressivo e ancora con il vento in poppa dopo il tour di quell’indimenticabile capolavoro che è “Heavy Horses (1978) con cui avevano convinto un sacco di rockettari di città a guardare la campagna con occhi molto più idilliaci. Gran parte delle registrazioni di “Bursting Out” arriva dal tour europeo, tra le altre anche da Montreux, in Svizzera, una città che per gli appassionati di musica è probabilmente nota soprattutto per quell’incendio durante il concerto di Frank Zappa, che poi fu la fonte d’ispirazione principale del classico dei Deep Purple “Smoke On The Water”, oltre che per i numerosi festival jazz internazionali. Ed è proprio lì che, all’inizio dei ’70, anche i Jethro Tull avevano il loro studio di registrazione. L’incasso di una delle serate svizzere servì a potenziare un reparto della biblioteca comunale di Montreux, un ringraziamento simbolico per la dedizione del pubblico locale. Che dire, un gesto bellissimo da parte di Ian e della sua vecchia combriccola musicale di allora, quella classica formazione “folk rock” in cui, oltre a Ian e al chitarrista Martin Barre, c’erano il bassista John Glascock, il batterista Barriemore Barlow e i tastieristi John Evans e David Palmer (oggi Dee Palmer). Era una brigata allegrissima, che ne aveva combinate di tutti i colori e che, a vedere l’energia sfrenata che aveva addosso, sembrava destinata a diventare la formazione stabile della band, ma purtroppo già l’anno dopo cominciò a scricchiolare da tutte le parti.

“Bursting Out” è il culmine simbolico di quei tempi felici, quando gli artefici della trilogia folk rock (Songs From The Woods, Heavy Horses e Stormwatch) erano più vivi che mai. Il vecchio, tosto burlone scozzese col flauto, che da sempre preferisce il sidro e la pipa al whisky e alle sigarette, e i suoi boscaioli/contadini rustici, unti da capo a piedi di astuzie strumentali, a cui il passo di marcia lo detta spesso quello che ormai è un vero e proprio leprechaun irlandese (ma sempre più un gigante della chitarra), Martin Barre, ti organizzano infatti una festa musicale indimenticabile in cui non mancano esecuzioni entusiasmanti della maggior parte dei loro pezzi migliori. A questi hanno aggiunto anche qualche piccola sorpresa, di quelle che di solito finiscono più raramente in scaletta. Anche se i Jethro Tull non lesinano sulle improvvisazioni divertenti qua e là, per lo più si attengono alle versioni originali, suonandole però un filo più veloci rispetto agli originali. L’unico piccolo neo, secondo me, riguarda alcune versioni accorciate dei classici, che è comunque la conseguenza logica del fatto che la band ha a disposizione un mare di classici amatissimi tra cui deve scegliere con attenzione, per riuscire in qualche modo ad accontentare tutti i desideri del pubblico. La maggior parte del repertorio arriva dai due capolavori folk rock “Songs From The Wood” (1977) e “Heavy Horses”, cioè gli album con cui questa incarnazione della band si è fatta davvero un nome.

Dopo il discorso introduttivo dell’organizzatore del concerto (e direttore del festival jazz di Montreux) Claudea Nobsa, arriva “No Lullaby” (Heavy Horses), abbellita da un’arguta introduzione di flauto, che con tutta la sua energia sfrenata è tutto fuorché una ninna nanna, ma resta comunque un’apertura di concerto sorprendentissima. Con una bella esecuzione di uno dei loro primi classici, “Sweet Dream” (Stand Up, 1969), per un attimo risvegliano di nuovo il loro lato hard rock. Segue una versione eccellente e spassosissima di “Skating Away On The Thin Ice Of The New Day” (Warchild, 1974), per la quale i vari membri della band si scambiano gli strumenti. Ian accompagna il tutto con una battuta succosissima su Martin “Lancillotto” Barre, che stavolta mette le mani sulla “possente” marimba. Intanto manda Glascock alla chitarra elettrica, Evans resta al pianoforte e Barrie Barlow si dedica al glockenspiel. Manca solo Palmer, che a detta di Ian se n’era andato un attimo a fare i suoi bisogni. A lui, poi, Ian dà gentilmente il bentornato sul palco, dopo aver constatato che è rimasto “tutto intero”. A seguire c’è la creazione acustica solista di Ian (l’originale lo suonò infatti completamente da solo), l’indimenticabile classico “Jack In The Green” (Songs From The Wood) sugli omini verdi, che nei boschi scozzesi non mancano mai. Poi una piccola sorpresa: un’interpretazione eccellente della delizia folk rock “One Brown Mouse” (Heavy Horses), stavolta arricchita da qualche arrangiamento orchestrale in più. La furba brigata del bosco decide all’improvviso di tornare per un attimo alle proprie radici blues. E infatti arriva una versione energicissima della leggendaria “A New Day Yesterday” (Stand Up, 1969), che Ian presenta come un pezzo vecchissimo, frutto di un “nuovo” ieri, che ormai è diventato da un pezzo “preistoria”. L’entusiasmo del pubblico è alle stelle, e Ian ne approfitta subito: dopo la fine della versione un po’ accorciata si concede un’ampia e spassosissima improvvisazione di flauto, che fa scivolare nel tema principale del classico “My God” (Aqualung, 1971) e del classico natalizio “God Rest Yer Merry Gentleman”, arricchito con ulteriori arrangiamenti barocchi grazie all’aiuto di Barrie al glockenspiel. Al maestro di questo splendido strumento a fiato ovviamente non manca il fiato nemmeno per un secondo, e qui chi ascolta assiste ad alcuni dei momenti migliori dell’intera registrazione. Alla fine Ian chiude il suo momento solista con un’ottima variazione di “Bourre” (Stand Up), in origine un brano classico di Bach da cui i Tull hanno ricavato con grande successo un classico tutto loro (tra l’altro una delle loro rarissime “cover”). Segue il gran finale della prima parte con l’indimenticabile “Songs From The Wood”, che purtroppo è tagliata a metà. Poi uno dei picchi della registrazione: l’esecuzione del grande capolavoro prog rock “Thick As A Brick” (Thick Ad A Brick, 1972), che ovviamente hanno dovuto accorciare parecchio per adattarla ai limiti di tempo di un concerto. Nonostante questo sono riusciti a ricreare gran parte dell’atmosfera e dell’energia originali, perché hanno mantenuto la maggior parte degli elementi e delle sezioni che hanno fatto di questa composizione un’opera leggendaria, e ci hanno infilato con abilità anche tante piccole interpretazioni libere. Anche se le due parti originali della suite restano inarrivabili e forse addirittura il vertice della loro carriera musicale, hanno comunque sfoderato una versione energicissima, con un bel po’ di arrangiamenti orchestrali più pieni dell’originale.

La seconda parte si apre con le battute sfottenti di Ian sulle qualità morali di Glascock e parte subito con la focosa bellezza del bosco “Hunting Girl” (Songs From The Wood), che rifiorisce in tutte le sue magnifiche curve barocche, ehm, arrangiamenti di fiati e orchestra. Ian e compagnia sfruttano ogni pausa per qualche aforisma arguto, a spese loro o altrui, ed è così anche prima dell’esecuzione dello spassoso classico “Too Old To Rock’n’Roll Too Young To Die”, dall’omonimo album del 1976, nato come una specie di autoparodia ai danni dei critici musicali di allora, che li avevano liquidati come “dinosauri”. Anche stavolta la fonte principale di risate sono il ritornello sfottente e volutamente autocommiserativo e il finale, suonato ancora un filo più nello stile della musica delle indimenticabili comiche di Benny Hill. “Conundrum” è un eccellente strumentale barocco, suonato apposta per questo tour e che non si trova su nessuna registrazione in studio; qui brillano soprattutto Barre con le sue melodiche scorribande di chitarra e il batterista Barrie Barlow, che ci infila con abilità anche il suo momento solista e dimostra perché è stato uno dei migliori batteristi jazz/rock dei ’70, uno che con la sua dinamica e i suoi colpi massicci squarciava l’aria a una velocità raramente vista e sentita. Gli amanti del dramma elisabettiano e delle melodie barocche andranno sicuramente in visibilio per l’ottima versione del classico “Minstrel In The Gallery”, dall’omonimo album del 1975, che stavolta hanno vestito ancora un filo di più di folk rock, aggiungendoci un suono più succoso. Ovviamente sarebbe stata una vera blasfemia dimenticare i classici del loro album ancora oggi più amato, “Aqualung”. Prima servono un’esecuzione eccellente della “Maria strabica”, cioè “Cross-eyed Marry”, che Ian canta con un approccio un filo più melodico rispetto all’originale. Poi arriva il primo bis con “Quatrain”, un altro strumentale spassoso, costruito soprattutto sugli scambi tra organo hammond e chitarra, che anch’esso non si trova su nessun disco in studio. Gli scherzi finiscono con uno dei loro pezzi più duri, l’indimenticabile classico hard rock “Aqualung”, che ha creato la misteriosa leggenda sul legame tra il barbone omonimo e Ian. Oltre agli arrangiamenti orchestrali aggiuntivi, il riffing metallico di Barre, condito da un ottimo assolo, e l’immortale combinatoria di Ian sono di nuovo i vincitori in un altro dei picchi di questa registrazione. La chiusura con il loro classico più famoso e amato, “Locomotive Breath”, è ancora oggi una specie di standard di quasi tutti i loro concerti. Non credo di esagerare se dico che questa versione è addirittura migliore dell’originale in studio, perché oltre ai tradizionali riff di chitarra ansimanti e al ritmo, si distingue anche per una serie di arrangiamenti di pianoforte aggiunti ex novo. Il concerto si chiude di colpo con l’inserimento dello strumentale solenne “The Dambusters March”, un altro strumentale uscito ufficialmente solo su questa registrazione, durante il quale lanciano in aria enormi palloni (una pratica che fanno ancora oggi ed è tipica dei loro show), per poi suonare ancora un verso finale con “Aqualung”.

“Bursting Out” è uno di quei live indimenticabili che meritano un posto in qualsiasi collezione musicale che si rispetti. È la ciliegina sulla panna creativa che i Jethro Tull hanno accumulato nei ’70 e, più o meno, la loro ultima uscita classica con cui hanno chiuso il loro periodo creativo migliore. Per l’analfabeta totale che vuole conoscere la band il più in fretta possibile, secondo me è un album praticamente ideale per iniziare, perché presenta in modo più che efficace il quadro completo di tutto il meglio che i Jethro Tull abbiano mai rappresentato. Meglio di così, secondo me, non sono più stati, anche se si sono presentati in tante altre vesti interessanti. Con la ristampa di uno dei migliori live dei ’70, che porta anche un suono sensibilmente migliorato, penso sia arrivato ormai il momento di realizzare i progetti di lunga data degli organizzatori del festival jazz di Montreux: accanto alle statue di leggende della musica come Freddie Mercury, Miles Davis e B.B. King, trovi posto anche quella dello zietto barbuto col flauto che ama ballare su una gamba sola.

Formazione

Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica
Martin Barre – chitarra elettrica, mandolino, marimba
John Glascock – basso, chitarra, cori
Barriemore Barlow – batteria, glockenspiel
John Evans – pianoforte, organo, fisarmonica, sintetizzatore
David Palmer – organo, sintetizzatore

Produzione

Ian Anderson

Tracklist

CD1
1. Intro by Claude (0:50)
2. No Lullaby (4:47)
3. Sweet Dream (6:30)
4. Skatin’ Away On The Thin Ice Of A New Day(4:30)
5. Jack-in-the-Green (3:12)
6. One Brown Mouse (3:53)
7. New Day Yesterday (2:27)
8. Flute Solo Improvisation / God Rest Ye Merry 9. Gentlemen / Bourée(6:08)
9. Songs From The Wood (2:40)
10. Thick As A Brick (12:26)

CD2
1. Intro by Ian (0:42)
2. A Hunting Girl (5:44)
3. Too Old To Rock ‘n’ Roll: Too Young To Die (3:56)
4. Conundrum? (6:57)
5. The Minstrel in the Gallery (5:41
6. Cross Eyed Mary (3:58)
7. Quatrain (1:33)
8. Aqualung (8:37)
9. Locomotive Breath (5:34)
10. The Damnbuster’s March / Medley (3:28)

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