Catfish Rising
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1991
Voto: 2.5/5
All’indistruttibile Ian Anderson, dopo aver provato nel corso degli anni all’interno del concept della sua band quasi tutti i generi musicali di rilievo (dal blues all’hard rock, dal prog rock al folk rock, dall’elettronica al synth pop, eccetera), all’inizio dei ’90 le idee hanno cominciato a scarseggiare sul serio. Dopo due solidi album a tinte hard rock, che dopo il flop dell’esperimento elettronico avevano riconquistato la fiducia dei fan di lunga data, Ian si è grattato un paio di volte la folta barba e ha deciso che era arrivato il momento di tornare anche loro alle radici musicali, da dove erano partiti alla fine dei ’60; cioè al blues rock. Per qualsiasi band progressive rock, la decisione di tornare al passato è di solito una mossa piuttosto rischiosa,
perché più che altro rappresenta un passo indietro, una regressione. Ma quando, dopo anni e anni passati a creare musica innovativa, ti finiscono le idee e la spinta, e al contempo sai di non poter più contare sul successo commerciale («Crest Of a Knave» (1987) è stato un paradosso unico e irripetibile), di solito cominci a coltivare una certa nostalgia per i tuoi primi passi musicali, quelli su cui hai costruito tutto il resto. Solo in questo contesto riesco a capire questa mossa di Ian, parecchio sgradita, il cui risultato finale è uno dei loro album meno ispirati e più monotoni, anche se è lontanissimo dall’essere brutto (questo «onore» di unico album brutto della loro storia spetta al catastrofico «Under Wraps», 1984).
«Catfish Rising» è senza dubbio il loro album più blues rock dai tempi dell’antichissimo esordio «This Was» (1968). Eppure la differenza tra i due non potrebbe essere più netta. Mentre il leggendario esordio, che coincideva con l’ascesa del blues rock «dagli occhi azzurri», traboccava di spirito e di slancio creativo di una band giovane, qui i Jethro Tull suonano per lo più privi di ispirazione e persino un po’ spompati, considerando che non sono mai stati dei fenomeni come blues band (anzi, non hanno mai nemmeno suonato quel blues rock basilare). Sull’album dovrete cercare con la lente d’ingrandimento i loro elementi tradizionali e amati; c’è una forte carenza di elementi folk celtici o di sinfonismo, e dove compaiono di solito sono i momenti migliori del disco. Anche i momenti acustici non abbondano di certo. Qua e là si sente un uso molto buono di mandolino e mandola, ma il folk rock finisce lì. Se escludiamo la sua partecipazione a tre brani dell’album successivo, questo è l’ultimo disco per lo storico bassista Dave Pegg (che era anche membro dei Fairport Convetnion), per il quale è stato il punto in cui si è avvicinato di più al blues rock in tutta la sua carriera. A dirla tutta, proprio il suo basso stavolta è incomprensibilmente fiacco, quindi non sorprende che per tre brani (mentre «si lavava i capelli», come ha scritto con ironia Ian nel libretto, che sa benissimo che Dave di capelli da lavare ne ha pochi) abbia dovuto sostituirlo suo figlio Matt. Un acquisto importante è stato l’arrivo dell’eccellente tastierista Andy Giddings, che però qui suona le tastiere solo in tre brani. Il sempre ottimo Martin Barre, a cui è stato lasciato di nuovo parecchio spazio di manovra, non è esattamente a suo agio nei panni del chitarrista blues, e sul disco si nota subito. Per lo più si tiene ai suoi riconoscibili riff e passaggi hard rock. Quando decide di buttarsi su qualche assolo più bluesy, risulta piuttosto trattenuto. I testi di Ian sono una storia a parte, perché stavolta contengono un numero insolito di allusioni sessuali (persino per gli standard di Ian); la maggior parte di esse prende di mira soprattutto la quotidianità americana tipica e patetica, il che in una band britannica da sempre contraddistinta dall’humour nero ci sta benissimo. Con le sue acrobazie di flauto (ha suonato anche la maggior parte delle chitarre acustiche e in alcuni punti ha sostituito strumentisti che in quel momento non erano disponibili; stavolta il mandolino è finalmente usato come uno degli strumenti principali) Ian è anche stavolta il motivo principale per cui l’album, nonostante la notevole mediocrità, non può venire fuori brutto. La sua voce, anche se non è più quella di una volta, è migliorata in modo evidente e non suona più come un clone di Mark Knopfler. L’intorpidimento della vecchia estensione è riuscito a nasconderlo piuttosto bene in quel suo modo spiritoso di storcere e strascicare le note, che lo rende così diverso da tutti gli altri cantanti rock.
Nell’album, nonostante il gran numero di pezzi, non c’è nessun brano particolarmente spiccato che riesca ad ammaliare l’ascoltatore all’istante. La maggior parte è piuttosto mediocre, breve (con l’eccezione di «White Innocence»), calata in motivi blues da «down on the road» e ritmicamente imparentata (Doane Perry stavolta alla batteria non si è sprecato più di tanto). Non ci sono leccornie, ma nemmeno disastri. Prevale più che altro una grigia mediocrità. Già l’iniziale «This Is Not Love» annuncia come sarà la maggior parte del disco. Un ritmo da strada, ondeggiante, alla ZZ Top, sullo sfondo si sentono perfino, dopo tanto tempo, gli hammond, e nel ritornello la riconoscibile voce sarcastica. A tenerla a galla sono i succosi passaggi di flauto di Ian e le mosse hard rock di Martin. «Occasional Demons» ha un motivo da blues da bar, qualche solido ornamento acustico e un’ottima prova di flauto. Il ritmo è molto vicino a quello tipico dei Dire Straits, cosa che vale per parecchi pezzi del disco. La sketch «Roll Yer Own» è uno dei più stravaganti esperimenti blues dell’album. Di nuovo un ritmo semplicissimo, piuttosto noioso e ondeggiante, e un motivo blues (quasi country) alla chitarra acustica. Se non fosse per l’assolo di flauto, pieno di spirito, di Ian, mi sarei probabilmente addormentato ascoltandola. Più che probabilmente di proposito, Ian qui suona come un vecchio ubriacone che si è appena svegliato in un’osteria in mezzo al deserto. Il tipo ama prendersi in giro da solo già da un pezzo, ma questo è uno dei casi più gravi. L’hard blues rocker «Rocks On the Road» è uno dei pezzi più notevoli del disco, anche se ricorda parecchio alcuni brani dei due album precedenti (di nuovo una spiccata somiglianza coi motivi tipici dei Dire Straits). Se non altro nella seconda parte contiene un arrangiamento sinfonico di tastiere e flauto molto solido, che piacerà alla maggior parte dei fan storici della band. Da ammirare anche i bellissimi assoli finali di flauto e chitarra. L’atmosfera stavolta, per cambiare, torna a livelli alti.
L’ambiziosa «Sparrow On the Schoolyard Wall» ha un motivo d’apertura folk rock piuttosto interessante, finché non cade in un’eccessiva monotonia ritmica. Qui si sente chiaramente quanta elasticità abbia perso la voce di Ian. Gli arrangiamenti acustici sono come sempre buoni e non manca un succoso duello tra chitarra elettrica e flauto, ma i Jethro Tull sono capaci di molto più di quello che offre questo pezzo. «Thinking Round Corners», invece, è un esperimento tra blues e folk molto più spiritoso e piuttosto riuscito. La voce smorfiosa di Ian (molto in quello stile «cisposo» con cui cantava per buona parte dell’album di debutto) si sposa bene con un eccellente motivo folk di flauto, che ricorda di nuovo i momenti migliori della storia della band. Se ci fossero più brani così sull’album, secondo me sarebbe molto migliore. «Still Loving You Tonight» è invece una delle ballate blues più noiose che abbiano mai fatto (per fortuna se ne contano meno di cinque sulle dita di una mano). Non bastano né l’ottimo mandolino, né il bel motivo alla chitarra acustica, né un romantico arrangiamento sinfonico. Il testo è da prendere in giro per una band come i Jethro Tull ed è proprio grottesco sentire Ian cantare con la sua voce smorfiosa dei versi romantici (se era una gag voluta, non è riuscita). «Doctor To My Desease» torna invece nelle sfere di ciò che la maggior parte della gente si aspetta dai Jethro Tull (più recenti): energia potente, un riff hard rock deciso e spiritoso, flauto affilato e la voce sarcastica di zio Anderson. Finalmente si concedono anche ottimi passaggi e cambi di ritmo, mentre la chitarra di Martin sforna per tutto il tempo riff come una macchina oliata, in mezzo agli ornamenti di flauto e organo hammond.
Anche «Like a Tall Thin Girl», dove si buttano di nuovo più apertamente nel folk rock, è uno dei momenti più ispirati dell’album (lasciamo perdere il testo catastrofico, pieno di allusioni sessuali, anche se personalmente non ho niente contro le ragazze dalle misure descritte). Stavolta Ian, insieme al vecchio compagno di merende folk rock Pegg, ha creato un interessante motivo celtico al mandolino e lo ha poggiato su un ritmo molto vivace. Se non avesse un assolo di flauto eccellente, non ci sarebbe da vergognarsi di questo pezzo nemmeno per i Fairport Convention di Pegg. «White Innocence», con i suoi oltre sette minuti, è il brano più lungo dell’album, un esperimento prog rock piuttosto fallito, o meglio un tentativo di creare qualcosa di simile a «Budapest». D’altra parte contiene tutti gli elementi principali di questo disco: riff hard rock, motivo blues acustico e un pizzico di ballata, il che ne fa uno dei pezzi più interessanti dell’album. La somiglianza con «Budapest» resta più che evidente. «Sleeping With the Dog» è un altro pezzo blues piuttosto insignificante, a cui la presenza di chitarre acustiche non avrebbe fatto male. Gli eccellenti passaggi di flauto di Ian lo tirano fuori dalla grigia mediocrità. «Gold Tipped Boots, Black Jacket and Tie» è un folk rocker spiritoso con un motivo splendido di mandolino e chitarra acustica e succosi assoli folkeggianti, che ti fa venire voglia di battere il piede per terra seduto al bancone di un bar. La conclusiva «When Jesus Came To Play» è un altro esperimento piuttosto bizzarro tra folk e blues. Nel complesso suona parecchio ripetitiva (come la maggior parte dei pezzi di questo disco), anche se contiene un’ottima interazione tra flauto e chitarra acustica. Ha anche uno dei testi più strampalati della loro storia.
Una sorpresa positiva arriva dalle due bonus track presenti nella riedizione. «Night in the Wilderness», uscita sul lato B del singolo «This Is Not Love», sarebbe stata sicuramente uno dei pezzi migliori dell’album. Anche se di nuovo c’è un più che evidente ammiccamento ai Dire Straits, stavolta le singole sequenze strumentali sono state suonate con una grinta eccezionale, creando una melodia interessante e un buon ritornello. C’è anche un’interessante versione live allungata di «Jump Start» (Crest Of a Knave).
«Catfish Rising» è un prodotto solido, ma niente di più. Nonostante non contenga nemmeno un brutto pezzo e abbia parecchi momenti riusciti, è senza dubbio uno dei loro album meno interessanti e ispirati. Mi azzarderei persino a dire che è il loro lavoro meno ambizioso in assoluto, il che è di solito la logica conseguenza di qualsiasi ritorno alle radici. Come già detto, l’album è lontano dall’essere brutto, la band non ha nulla di cui vergognarsi e i fan di lunga data sapranno apprezzarne i punti luminosi e comprenderne i momenti più deboli. Personalmente, però, da Jethro Tull mi aspetto tutto fuorché che suonino privi di ispirazione e ripetitivi, cosa che su «Catfsih Rising» capita più di una volta. Ian ha dichiarato, con grande sollievo, che questo album è stato un momento unico di ritorno alle radici e che in futuro non ha più alcuna intenzione di occuparsi di blues. Con il disco successivo i Jethro Tull si sarebbero rimboccati le maniche a dovere, avrebbero riempito le circonvoluzioni della fantasia e creato il loro miglior album dalla fine degli anni ’70.
Formazione
Ian Anderson – voce, flauto, mandolino acustico, mandolino elettrico, chitarra elettrica, chitarra acustica, armonica a bocca, percussioni, batteria e tastiere
Martin Barre – chitarra elettrica
Dave Pegg – basso, basso acustico
Doane Perry – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Andy Giddings – tastiere nei brani 1, 4 e 8
Foss Paterson – tastiere nel brano 10
John “Rabbit” Bundrick – tastiere nel brano 11
Matt Pegg – basso nei brani 1, 4 e 7
Scott Hunter – batteria nel brano 7
Produzione
Ian Anderson
Tracklist
1. This Is Not Love (3:57)
2. Occasional Demons (3:50)
3. Roll Yer Own (4:26)
4. Rocks On The Road (5:33)
5. Sparrow On The Schoolyard Wall (5:23)
6. Thinking Round Corners (3:32)
7. Still Loving You Tonight (4:32)
8. Doctor To My Disease (4:35)
9. Like A Tall Thin Girl (3:38)
10. White Innocence (7:54)
11. Sleeping With The Dog (4:26)
12. Gold-Tipped Boots, Black Jacket and Tie (3:42)
13. When Jesus Came To Play (5:03)
Durata dell’album: 60:31
Bonus track dalla riedizione (2006):
14. Night in the Wilderness (4:05)
15. Jump Start (live) (7:48)