Circle Of Demons
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: At All Cost
Etichetta: Century Media
Uscita: 2007
Eppure il quintetto texano già al primo ascolto mostra un quadro del tutto diverso da quello che ti aspetti. Dopo l’esordio del 2005, quando misero insieme il dischetto accolto con parecchia freddezza dalla critica, It’s Time To Decide, si sono dati un obiettivo piuttosto ambizioso: costruirsi un linguaggio musicale tutto loro, tosto e indipendente. A questo avrebbe dovuto contribuire anche il produttore Rory Phillips, ma a mostrarsi davvero dignitosa è solo la schizofrenia del cantante dalla voce spaccata in due, Andrew Collins, che affila in automatico le corde vocali come arma principale del suo regolamento di conti musicale col pubblico e con gli ascoltatori ignari, e alza ostinatamente il dito medio come espressione di una rivolta totalmente “autentica e originale”. Comunque, il brivido del mescolare i generi non è una novità. Gli At All Cost, da questo punto di vista, hanno inventato giusto l’acqua tiepida. Ma non si può nemmeno fargliene una colpa, perché solo così puoi essere un vero difensore dei colori del metalcore, no? E cosa ci offre il disco? Prima di tutto la title track, ‘Circle Of Demons’, durante la quale, se fumi ancora, puoi provare ad accenderti una sigaretta e fumartela d’un fiato fino in fondo, mentre l’album ti sfreccia accanto a velocità della luce fino all’ultima traccia, e nel mezzo i texani cercano di convincerti della loro “originalità” mescolando metal e sample tecnici, che sono solo un cliché, uno sfogo di seme scadente su un terreno arido ancora meno adatto allo scopo del piacere musicale. Anche ciò che potrebbe catturarti e portarti in sfere più alte è solo un momento di brillantezza avvolto in bip da computer e chiacchiere del tutto superflue; a parte la noia vuota e vana all’idea di proseguire l’escursione musicale, ascolti solo con un orecchio le parti di chitarra di Trey Ramirez e Michael Carrigan Throeald, che cercano di fare a gara col fonico a suon di tonnellate di coca e altri oppiacei. Per questo le voci suonano le più sofferte e dementi, e diradano quel poco di mandria di estremisti contenti di tutto, che si aspettano rock’n’roll e si ritrovano la diarrea. A ciò contribuisce il mescolare melodie metalcore alla maniera degli Unearth, che è sì una parte molto digeribile della bistecca musicale, ma ti convincono meno gli AFI e gli altri piagnistei, per i quali nel subconscio ti si insinuano i demoni della lassativa, che colpirebbero in pieno se in duetto salissero Cher e i Sum 41, sperando di entrare nella tavolozza metalcore degli “intenditori” musicali. E seguire il filo del pensiero è un divertimento a modo suo, che dà altri assi in mano ai critici. ‘Get Down For The Revolution’ è un appello alla rivolta follemente poco originale, mentre il culmine del finto riempitivo sottovuoto è il testo di ‘Ride Through The Storm’, che bluseggia e ingarbuglia una massa già complicata in un pasticcio irriconoscibile con i versi “Work, baby—work, baby, you’ll get your break!”, che qualsiasi musicista di buon senso e pieno di idee eviterebbe come la peste – perché qui si parla di metal, mica di discorsi motivazionali in qualche colosso del mercato o, che so, da Amway… E te lo fanno dei tizi che posano con le mani in una pozza di sangue. Molto tosto, macho e “originale”, non c’è che dire. Abbastanza sorprendente è invece il peggioramento di un materiale già poco promettente con l’arzigogolo spinto al massimo, rappresentato dal mix vocale nel passaggio del brano ‘ Leaving Forever’. No, quello che hai sentito mentre ascoltavi non è la voce ospite di Stephen Hawking, ma solo l’espressione di una totale perdita d’identità, che avrebbe potuto fare molto di più, ma per rifinirla sono finite le idee. Forse solo la voglia. Oppure è il nuovo elemento della “salvezza” del genere metalcore. Se è così, allora il genere ha bisogno solo di una raffica in testa o, per i meno violenti, di un colpo di grazia ben dosato.
Quello che per la band poteva essere un biglietto per la gloria eterna e per essere citata di continuo come sfogo musicale sconvolgentemente sincero della pienezza metalcore, è diventato oggetto di svendita al ribasso. Chi compra solo per l’etichetta e la copertina non si lamenterà più di tanto. Gli At All Cost sono senza dubbio esotici. Noi che giuriamo sull’espressione musicale prima della posa, invece, ci metteremmo volentieri in fila al banco di un negozio di dischi e inizieremmo a tirare sul prezzo con foga, con argomenti parecchio solidi. Per riassumere: gli At All Cost sono diventati vittime del principio per cui, ai giorni nostri, la mancanza di polso si copre con ritocchi cosmetici. Stavolta sulla facciata del palazzo musicale sono finite solo tre tonnellate di sfumature mal dosate e del tutto antiestetiche di tecnologia da computer, che nasconde anche quel briciolo di scintilla musicale promettente. La musicalità ha ceduto il passo alla prostituzione aziendale. Anche per quella serve talento, no?
Formazione
Mike Theobald – chitarra
Andrew Collins – voce, tastiere
Bobby Andrews – basso
Trey Ramirez – chitarra
Jon Oswald – batteria
Produzione
Rory Phillips
Tracklist
1. Circle Of Demons
2. Get Down For The Revolution
3. Message, The
4. Let It Rain Death (Blizzard Of Snakes)
5. Ride Through The Storm
6. We Won’t Give In
7. Step One
8. Leaving Forever
9. Eating Lightning – (Pt.III)
10. Wall That Divides, The
11. Drugs
DURATA DELL’ALBUM: 43:15