Codename Wildgeese

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1985
Voto: 1.5/5

Non lasciarti fregare dal logo con il nome della leggendaria band prog rock tedesca che campeggia sulla copertina. “Codename Wildgeese” ha tanto in comune con il tradizionale sound space rock degli Eloy quanto Klaus Kinski, per aspetto e carattere, ne ha con Lee Van Cleef. Il che vuol dire che la somiglianza è praticamente nulla. In questo disco si fanno fatica a trovare gli elementi che hanno reso famosa la musica degli Eloy, visto che a livello sonoro l’album non ha niente a che spartire nemmeno con lo space metal che aveva caratterizzato la band negli anni 80. Il motivo principale è semplicissimo: si tratta di un album che contiene la colonna sonora dell’omonimo film d’azione con Klaus Kinski, Lee Van Cleef, Lewis Collins ed Ernest Borgnine nei ruoli principali, il che di per sé significa che non è il solito disco degli Eloy. Il secondo fatto, che mina parecchio il senso di usare il nome della band e la credibilità del prodotto, è l’assenza dell’indiscusso capo degli Eloy, cioè il chitarrista/cantante Frank Bornemann, che in quel periodo si era separato dal resto del gruppo per visioni artistiche divergenti. Gli altri, con l’eccezione del batterista Fritz Randow, che con questo progetto non ne voleva sapere nulla, decisero di accettare la proposta di registrare una colonna sonora e di portare così alla band un po’ di visibilità extra, di cui avrebbero tranquillamente potuto fare a meno. Così i signori Hannes Arkona a chitarra/tastiere, Klaus Peter-Matziol al basso e Hannes Folberth alle tastiere, senza la partecipazione e l’approvazione di Frank, hanno registrato e pubblicato un lavoro monotonissimo e fatto a metà, che per qualità dei contenuti si piazza senza sforzo all’ultimo posto della loro discografia. Molti fan della band, per ragioni più che giustificate, non lo piazzano proprio da nessuna parte, anche se in collezione ce l’hanno comunque, perché è uscito sotto il nome Eloy.

Dov’è allora il problema di questo esperimento cinematografico, che non si merita un posto alla pari con gli altri album degli Eloy? Ce ne sono parecchi, ma al primo posto, a condannarlo a questa posizione poco onorevole, c’è la mancanza generalizzata di ispirazione e un sound invecchiato malissimo, che si sente praticamente in ogni composizione. L’elemento sonoro più fastidioso è, prima di tutto, il suono innaturale delle batterie, tipico delle band synth pop degli anni 80. Il bravissimo Randow è stato sostituito da Jan Nemec-Bolek, che non era considerato un membro ufficiale della band e che nella maggior parte dei pezzi ha usato direttamente una drum machine. Bolek senza l’aiuto di Lolek proprio non riesce a combinare niente di particolarmente utile. Al suono sterile e sintetico contribuiscono parecchio anche le tastiere elettroniche di Folberth, che sono allo stesso tempo, paradossalmente, l’elemento migliore e peggiore dell’album, a seconda del brano. A tratti suonano disperatamente sintetiche e robotiche, un po’ alla Tangerine Dream anni 80, mentre nei momenti migliori, grazie a buoni arrangiamenti sinfonici, creano un’atmosfera ambient solida. Sono anche gli unici momenti del disco in cui si percepisce un qualche legame con i veri Eloy. Nell’album prevalgono per lo più strumentali brevi e ritmicamente monotoni, con l’unica eccezione di un pezzo vocale hair metal che non c’entra niente con le solite scorribande metal degli Eloy. Il resto lo definirei elettronica sintetica con qualche momento ambient e new age qua e là. Salvo rare eccezioni, il tutto, preso nel suo insieme, suona così sterile e privo di ispirazione che non bastano nemmeno i talenti comprovati dei tre musicisti Eloy di allora. E ci aggiungerei pure che gli arrangiamenti sintetici/sinfonici di Folberth dominano ovunque, mentre le chitarre di Hannes Arkona si sentono appena. Quest’ultimo ha preferito fare compagnia a Folberth come fornitore aggiuntivo di onde sonore sintetiche.

Stavolta non ha senso scendere nei dettagli dei singoli brani, perché alcuni si assomigliano per quantità di monotonia generale ed elementi sintetico-elettronici come un uovo a un altro uovo. Già l’opener “The Patrol”, ritmicamente monotono e agghindato di arrangiamenti sintetici ripetitivi, non promette niente di buono e fa nascere il dubbio se sia davvero musica degli Eloy o il lavoro di qualche compositore di film d’azione di serie B, di cui negli anni 80 era pieno il mondo. La risposta è tristemente semplice. Lo stesso vale per “Hong Kong Theme 1”, che con un motivo orientaleggiante ai sintetizzatori prova a stare al passo col concept del film, ma ne esce completamente robotica e sterile. Segue “Hit And Run”, che col suo potente suono elettronico dei synth ricorda parecchio certi pezzi dei Tangerine Dream anni 80, e lo stesso vale per qualche altro brano del disco. Va citata anche “Queen Of Rock’n’Roll”, l’unico pezzo dell’album con una parte vocale (che spetta a uno dei due Hannes). È un pezzo hair/pop metal completamente incolore, con un motivetto da saloon al pianoforte e passaggi di chitarra stonati. Arkona si concede anche un elemento hair metal all’epoca popolarissimo: il tapping. Questo pezzo scialbo è anche il momento più rock di tutto l’album, se non l’unico.

Poi arrivano perlopiù strumentali brevi, ambient, diciamo new age, come “Destiny”, “Discovery”, “Deadlock”, “Sabotage” (che per varietà è secondo me la migliore tra i pezzi ambient), “A Long Goodbye” e “A Moment Decades”. Questi hanno arrangiamenti sinfonici solidi, ma la linea ritmica è di solito talmente monotona che ti annoiano in un attimo, a meno che tu non sia in uno stato particolare, diciamo meditativo. Il loro problema principale è che non vanno assolutamente da nessuna parte. Chi conosce le cose new age meno ispirate di Mike Oldfield può farsi un’idea di cosa parlo (e anche quelle sono migliori e più ispirate di questi pallidi esperimenti di Folberth). Gli altri brani, come “Juke-Box”, “Cha-Shoen”, “On The Edge”, “Face To Face” e “Revenge”, sono pezzi sintetici (a tratti anche pop), lenti, ripetitivi e intrisi di elettronica, che nel migliore dei casi potrebbero fare da sottofondo ai lavori più deboli di qualche Duran Duran o Frankie Goes To Hollywood. Nel migliore dei casi sono perfetti per addormentarsi dalla noia. Le cose non migliorano nemmeno nel finale, affidato a “Hong Kong Theme 2”, che è solo una breve ripresa del motivo orientaleggiante sintetico del suo “fratello” d’apertura.

“Codename Wildgeese” è una testimonianza sonora totalmente anacronistica e priva di ispirazione, destinata solo ai fan più sfegatati della band, quelli che devono avere tutto ciò che è uscito sotto il nome del gruppo, anche se il loro storico capo, qui assente, lo rifiuta ostinatamente come uscita ufficiale. A dirla tutta, salvo rare eccezioni, nella storia della musica non ci sono stati molti album rock con colonne sonore davvero di qualità, e “Codename” non rientra di certo tra le luminose eccezioni, anche se ho sentito già qualche tentativo cinematografico peggiore anche da band più note a livello mondiale. Purtroppo questo disco resterà per sempre, per gli appassionati di musica, soprattutto come l’unica uscita degli Eloy senza Frank Bornemann (il fatto che non li abbia denunciati dimostra che ha un carattere parecchio diverso da un Roger Waters qualsiasi) e come il loro album peggiore. Quindi, voi che non l’avete ancora ascoltato, non aspettatevi assoli di chitarra possenti, ricche variazioni ritmiche, arrangiamenti sinfonici drammatici e le altre delizie space rock/metal degli Eloy, perché le cercherete invano. Gli unici che potrebbero trovarci qualcosa di interessante sono gli amanti dell’elettronica ambient alla Tangerine Dream, e pure loro resteranno parecchio insoddisfatti per la mancanza generale di ispirazione e per la poca cura. Nel migliore dei casi, questo album è una colonna sonora nella media per un film d’azione nella media degli anni 80 (il film non l’ho (ancora) visto, quindi non posso commentarne il contenuto, anche se per lo più ne ho sentito parlare tutt’altro che bene, e nonostante Klaus Kinski sia sempre stato uno dei miei attori europei preferiti). “Codename Wildegeese” è un’uscita che senza dubbio non avrebbe dovuto uscire sotto il nome della band, ma come progetto Arkona/Matziol/Folberth, solo che la voglia di maggiore visibilità era troppa e il danno ormai era fatto. I veri Eloy, quelli di Bornemann, intanto stavano già preparando un album che avrebbe garantito alla band altra credibilità e con cui sono usciti a testa alta dagli anni 80, decennio parecchio faticoso per il rock progressivo.

Formazione

Hannes Arkona – chitarra, tastiere, voce (4)
Hannes Folberth – tastiere
Klaus-Peter Matziol – basso
J. Nemec-Bolek – batteria

Produzione

Eloy

Tracklist

1. Patrol (2:47)
2. Hongkong Theme I (3:32)
3. Hit And Run (1:38)
4. Queen Of Rock’n’Roll (2:36)
5. Destiny (4:34)
6. Discovery (0:50)
7. Juke-Box (1:58)
8. Deadlock (1:30)
9. Cha-Shoen (3:35)
10. Sabotage (1:20)
11. On The Edge (3:30)
12. A Long Goodbye (2:13)
13. Face To Face (1:47)
14. A Moment Decides (2:07)
15. Revenge (1:13)
16. Hongkong Theme II (1:07)

Durata dell’album: 33:30

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