Cured
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Hackett, Steve
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1981
Voto: 1.5/5
Prima di far uscire questo disco, il signor Hackett deve aver preso una bella craniata, oppure l’album è stato frutto di uno stress post-traumatico dopo troppe limonate brasiliane guardate su richiesta della sua adorabile compagna. “Cured” ha infatti rappresentato una svolta sonora drammatica nella carriera di Steve fino a quel momento: con questo disco ha tagliato i ponti con l’impronta sinfonica e la mistica dei suoi primi quattro album (che agli occhi della maggior parte dei suoi fan sono anche i migliori) e per un po’ si è buttato su un AOR/pop rock di seconda fascia, con solo qualche sporadico ricordo sonoro del passato. Con questa mossa ha alienato per bene i fan di sempre, senza peraltro riuscire ad attirare più di tanto la generazione MTV che allora stava appena nascendo, ed è entrato a testa bassa negli anni ’80 assorbendo alcune delle tecnologie sonore più dozzinali dell’epoca. Mentre ideava “Cured” voleva chiaramente, a ogni costo, tagliare con il suo passato, soprattutto con tutte le influenze sinfoniche della sua ex band, e conquistare il mercato musicale americano, che non aveva mai capito quel chitarrista britannico “un filo eccentrico”. La più grande ironia era che a Steve avevano fatto gola i trend commerciali dell’epoca proprio nell’anno in cui i suoi ex compagni dei Genesis stavano già vivendo un successo clamoroso dopo la svolta verso melodie molto più accessibili alle radio. Mentre loro scalavano le classifiche, Steve nei panni del pop rocker, e a ragion veduta, si è schiantato di brutto.
Per imporre il nuovo corso sonoro e cavarsela in fase di registrazione spendendo il meno possibile, si è messo a rivoltare da cima a fondo la band che lo accompagnava. Così, prima dell’uscita di questo album, a parte il fratello John al flauto e alle tastiere e il tastierista Nick Magnus, ha mandato a casa tutta la squadra che aveva suonato con lui negli ottimi album “Spectral Mornings” (1979) e “Defector” (1980). Si è rivelato un grosso errore e il risultato finale è stato un disco debolissimo, che all’uscita ha deluso la maggior parte dei suoi fan di allora. Anche a distanza di anni l’impressione non migliora di una virgola e, nonostante lo sforzo di tirarne fuori il più possibile di positivo, alla fine bisogna rassegnarsi: “Cured” è la macchia più unta di tutta la carriera di Steve.
Che la musica di “Cured” sia sdolcinata lo suggerisce già la copertina, da prendere in giro: lì un Steve “guarito” dalle forze mistiche, in camicetta da due soldi, se ne sta seduto davanti a un cocktail esotico ad aspettare il gelato, mentre guarda in camera con aria da allocco; dietro quella camera c’era quasi sicuramente la sua procace compagna brasiliana Kim Poor. A lei la foto del suo prescelto piaceva così tanto che, per la prima e ultima volta nella discografia di Steve, ha rotto la tradizione e si è dimenticata di dipingere la copertina dell’album. In compenso, se non altro, ha creato la favorita per la peggior copertina nella storia del progressive rock.
Il problema più grosso di “Cured” è che Steve ha voluto a tutti i costi cantare tutte le parti vocali principali. Non sarebbe stato un dramma se all’epoca Steve non fosse stato un cantante ancora molto mediocre, soprattutto per quanto riguarda l’adeguatezza della sua voce a pezzi pop rock/AOR. Lasciando da parte la dolcezza onnipresente del timbro, spesso suona anche parecchio stonato, e in parte la colpa è della produzione scadente. Il secondo problema è la linea ritmica disperata, in particolare il suono innaturale e plasticoso delle batterie. Al posto del suono organico di una batteria vera è stata usata una base ritmica artificiale che oggi suona incredibilmente arcaica e che già all’uscita dell’album doveva suonare tutt’altro che naturale. Il terzo problema è stato la produzione debole, che ha fatto i danni peggiori, come detto, proprio alle parti vocali di Steve. Anche gli arrangiamenti dei singoli pezzi non erano granché brillanti e quasi tutto il disco soffre di una generale mancanza di fantasia creativa. Nick Magnus non ha convinto per niente con il suono sintetico dominante delle sue tastiere. Il maestro della chitarra, invece, contro ogni aspettativa nella maggior parte dei brani è semplicemente rimasto a secco di idee. A volte le linee dei sintetizzatori di Magnus gli passano proprio sopra la chitarra come un rullo compressore.
Non ha senso entrare nei dettagli della maggior parte dei brani di “Cured”, perché nel migliore dei casi si tratta per lo più di roba estremamente mediocre, se non addirittura sotto la media. I primi tre pezzi, “Hope I Don’t Wake”, “Picture Postcard” e “Can’t Let Go”, sono esemplari sotto la media di pop rock leggerino, con voce sdolcinata, testi ingenui, ritmica plasticosa e disperata e melodie semplici ma ripetitive. Anche le parti di chitarra di Steve suonano spesso artificiali e del tutto prive di fantasia. La disperatamente patetica “Picture Postcard” ha almeno un assolo di sax decente, mentre “Can’t let Go” è una noia mortale e al massimo potrebbe fare da sottofondo a qualche telefilm romantico di seconda fascia dell’epoca. Non tutto quello che c’è sull’album, però, è da buttare nel cesso. Steve è riuscito a recuperare un po’ della brillantezza sinfonica di un tempo nel solido strumentale “The Air Conditioned Nightmare”, dove ha sfoderato un po’ delle sue tipiche parti e dei suoi assoli di chitarra classicheggianti. Anche i sintetizzatori qui si adagiano bene sulle drammatiche parti di chitarra di Steve. Soprattutto, però, colpisce l’atmosfera drammatica e un po’ cupa con cui ci aveva incantati nei dischi del passato.
Segue “Funny Feeling”, un altro piagnucoloso pasticcio AOR con ritmica plasticosa, voce lacrimosa e linee di sintetizzatori arcaici di cattivo gusto, che nel migliore dei casi sembra un pezzo di seconda scelta degli Alan Parsons Project. In compenso “A Cradle Of Swan” è uno strumentale bellissimo alla chitarra acustica, con le inconfondibili linee classicheggianti di Steve, quelle che su questo disco si sono rimpiante dall’inizio alla fine. Le cose migliorano ancora con l’ottima “Overnight Sleeper”, che è senza dubbio il pezzo migliore del disco e rimette in moto un po’ della magia di gran parte di quello che Steve aveva fatto fino ad allora. Se non fosse stato per la ritmica plasticosa e disperata e per la voce stonata di Steve, l’avrei potuta mettere addirittura tra i migliori pezzi della sua carriera. Le drammatiche parti di chitarra barocca restano sempre su livelli alti, mentre le tastiere costruiscono con successo un’atmosfera carica di tensione. La conclusiva “Turn Back Time” è invece un’altra ballata mediocrissima e lacrimosa, che di certo non riesce a migliorare l’impressione finale sul disco e funziona al massimo da ninna nanna dopo un film noioso.
“Cured” è senza dubbio il disco peggiore di tutta la carriera di Steve (a questa fama negativa si avvicina solo l’altrettanto debolissimo “Till We Have Faces”, 1984) e, ascoltandolo, si rivolterà lo stomaco sia ai ricchi fan del rock progressive sia agli amanti del rock melodico di qualità, che poi erano il target all’uscita di questo lavoro. Con questo disco Steve ha messo insieme un esperimento completamente fallito e senz’anima, con produzione sotto la media, ritmica disperata, voci estremamente mediocri e un’aureola fastidiosissima di voglia di piacere al grande pubblico a ogni costo. Solo tre momenti più luminosi, che rispetto ai suoi pezzi migliori non sono niente di che, sono troppo pochi per salvare l’impressione generale e per mettere l’album al riparo da una critica dai toni negativi. Anche dopo la prova del tempo “Cured” resta un esperimento fallito, nato dall’improvvisa smania di piacere subito a tutti, e una macchia scura nell’opera creativa di Steve, di cui, tranne i fan più devoti del maestro della chitarra, non c’è bisogno di preoccuparsi troppo. Per fortuna la sua improvvisa trasformazione in popstar è durata poco e non ha causato danni seri alla reputazione del maestro.
Formazione
Steve Hackett – chitarra, basso, tastiere, voce
Nick Magnus – tastiere, drum machine
John Hackett – flauto su “Overnight Sleeper”, pedaliera del basso su “The air-Conditioned Nightmare”, tastiere
MUSICISTA OSPITE:
John Acock – sassofono su “Picture Postcard”
Produzione
John Acock, Steve Hackett e Nick Magnus
Tracklist
1. Hope I don’t Wake (3:46)
2. Picture Postcard (3:54)
3. Can’t let Go (5:39)
4. The Air-Conditioned Nightmare (4:42)
5. Funny Feeling (4:02)
6. A Craddle of Swans(2:47)
7. Overnight Sleeper (4:30)
8. Turn back Time (4:19)
Durata dell’album: 33:39