Dååth
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Dååth
Etichetta: Century Media
Uscita: 2010
Durata: 45:13
Voto: 5/5
Prendiamo in prestito le parole dell’ex tastierista Mike Kameron: “A livello mentale Daath funziona come una porta tra istinto e intelletto, e il conflitto tra questi due aspetti del pensiero causa la maggior parte delle sciagure del mondo.” L’intelligente sintesi dell’antico principio mistico ebraico della Kabbalah rimanda, nel significato, al punto della creazione. Dååth unisce le dieci sefirot nell’albero della vita e, come elemento unificante, fonde tutto in unità, in interezza, e irradia l’infinita luce del divino; ma per poterla scorgere noi esseri umani dobbiamo diventare altruisti, donarci al mondo e seguire la nostra missione. Allora questa interezza si rivela – sotto forma di conoscenza superiore e di sapere che svela ciò che è nascosto e incomprensibile; poi arrivano lo stato di illuminazione, la comprensione e la saggezza. A un livello più basso dååth ci unisce come esseri sia intellettuali sia emotivi. Ma la via verso la rivelazione del Paradiso, secondo le credenze cabalistiche, può facilmente trascinarci nell’Abisso. L’uomo cade, l’umanità perde la protezione del Paradiso e, con il morso alla mela della conoscenza, precipita in uno stato di disperazione, sciagura e sofferenza. Ed è proprio di quest’ultima che parla il quarto vangelo infernale dei Dååth. Musicalmente il disco è una combinazione bombastica di attacchi chitarristici ritmicamente curatissimi dei chitarristi Eyal Levi ed Emil Werstler, che con escursioni astrali e melodiche nell’ignoto ti portano in sfere di totale trance sognante, per poi lasciare spazio a una sobrietà d’acciaio, alla follia e a una rabbia assoluta. I contorni barocchi del suono ricco sono completati dall’esorcismo ritmico del batterista Kevin Talley, dal rombo di basso di Jeremy Creamer e dalla voce rasposa di Sean Zatorsky. Il conglomerato è maestoso, estatico e tecnicamente impeccabile. I punti di forza del disco sono difficili da individuare, perché la parabola di vertici continui è già lì dalle battute iniziali dell’atmosfera gotica in crescendo dell’opener Genocidal Maniac, che unisce un approccio melodico alla Death e un’estetica grindcore post-HC senza compromessi con breaks quasi esoterici.
Indestructable Overdose, dopo un’introduzione circense da cabaret, offre una delle parti migliori di gioco ritmico, e l’overture si trasforma in uno dei pezzi più forti del disco – l’estatica Double Tap Suicide, nel suo nucleo una composizione death metal molto complessa, con un’abbondanza di cambi di tempo di chitarra e accelerazioni a velocità supersonica. Il ritmo è semplice e molto semplificato, mentre la nu-metalleggiante The Decider fissa standard genocidi rinnovati e geneticamente potenziati per questo genere così maltrattato. Exit Plan è un capolavoro pieno di breaks che non dispiacerebbe agli Slipknot, e dopo l’atmosfera elettrizzata di rottura totale arriva il duo in tandem di bellezza brutale formato da Oxygen Burn e dalla devastante Accelerant. Le fiamme dell’inferno sono ben attizzate e prima che te ne accorga metà disco è già alle tue spalle. Rapito dall’incredibile fase finale dell’atto conclusivo, arricchito di jazz, del brillante pezzo death metal Accelerant. L’agghiacciante rifinitura tecnicista della bravura fin qui mostrata viene completata dal fattore schizofrenico del brano quasi ambient e, alla fine, atmosferico Arch {Enemy} Misanthrope; con la quasi speculare coppia Manufactured Insomnia e A Cold Devotion (la prima parte con un’introduzione lenta e spezzata che accelera in un finale thrash, la seconda è solo l’introduzione al brano A Cold Devotion, che vive il suo atto di pacificazione verso la fine) ti ritrovi in un déjà-vu e scorgi un simbionte tra i Chimaira e una belva jazz indomita in pieno trip thrash. La fusione dei frattali prosegue con N.A.T.G.O.D. e si chiude nel teatro di visioni e cluster sonori gotici di Terminal Now. La fine è solo un nuovo inizio, un nuovo ascolto e un abbandono ai cicli di morte e rinascita, e la missione della felicità totale è più che compiuta.
Il cocktail perfetto di ritmo, melodia, armonie e colori dell’arcobaleno è servito, e dopo l’ascolto nella testa ti rimbombano solo parole di brillante stupore, di eccellenza musicale e la chiara consapevolezza che i Dååth, dopo una pleiade di quattro dischi e quasi dieci anni passati a dimostrare il proprio valore, si meritano pieno riconoscimento, standing ovation e un passaggio inciso con rune d’oro verso il regno degli dèi del metal. Che il loro pozzo di idee resti così ricco e pieno per sempre – amen!
Formazione
Sean Zatorsky – voce
Eyal Levi – chitarra
Jeremy Creamer – basso
Emil Werstler – chitarra
Kevin Talley – batteria
Musicisti ospiti:
Eric Guenther – tastiere, pianoforte
Produzione
Mark Lewis, Eyal Levi & Dååth
Tracklist
1. Genocidal Maniac
2. Destruction/Restoration
3. Indestructible Overdose
4. Double Tap Suicide
5. The Decider
6. Exit Plan
7. Oxygen Burn
8. Accelerant
9. Arch [Enemy] Misanthrope
10. Manufactured Insomnia
11. A Cold Devotion
12. N.A.T.G.O.D.
13. Terminal Now