Dandelion Children
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Dandelion Children
Etichetta: Autoprodotto
Uscita: 2013
Durata: 51:12
Voto: 4.3/5
I figli del dente di leone, il trio di Lubiana Dandelion Children, sono la mia coscienza sporca da qualche anno, da quando mi sono finiti nel radar, ma fino a poco fa non mi ero preso il tempo di tuffarmi davvero nella loro essenza musicale. Magari è questione di pigrizia o di puro pregiudizio, quello per cui la maggior parte della produzione di casa nostra sarebbe una montagna di merda, ma negli ultimi anni mi sono riconnesso e ho cambiato la percezione sia della scena nostrana sia degli artisti che sfidano il morso del tempo e tutti i guai con i soldi, le etichette rigide e gli appetiti di un pubblico stantio e fermo all’età della pietra dell’evoluzione, e che, nonostante tutti questi ascessi cloacali indigeni, riescono a sopravvivere e – anzi – a lavorare normalmente, svilupparsi e crescere. Di questo universo parallelo di forti e capaci fa parte anche il trio di Lubiana, che mi era rimasto in testa soprattutto per l’attitudine provocatoria e sovversiva, la posa grunge e un disco dal titolo autoironico, Dandelion Children so pičke! E ora la serie qualitativa di provocazioni audiovisive, ma soprattutto di buona musica, prosegue con un disco che porta semplicemente il nome Dandelion Children. E la musica è sporca, sudicia e, soprattutto, così maledettamente dolce, fumata a dente di leone, che questa sesta gita nelle acque soniche dello staccare la spina da soli è dannatamente dolce!
Un motivo in più per cui il disco dei Dandelion Children funziona già dalla prima battuta è che il sigillo di produzione di questo nuovo lavoro in studio, per il trio garage così atipico, l’ha messo il dio (o semidio) sonico dei Srečna Mladina, l’eccezionale Peter Dekleva. Ovviamente la parte del leone nella succosità la fa un’ossatura di contenuti più raffinata e matura. Dopo cinque dischi in una storia incredibile di cinque anni, gli album Perfection Off, Perhaps Maybe, Dandelion Children Stole My Bike, Dandeloidu e Dandelion Children so pičke, la band, schizofrenica a livello di genere, ha accumulato chilometri anche sui palchi, di qua e di là del confine, e si sente in ogni accordo del sesto disco. Quante delle nostre band sono riuscite a prendersi il palco dell’Exit negli ultimi anni? Ed è proprio per questo che mi azzardo a dire che i due ragazzi e la ragazza sono dei pazzi eccezionali – in senso positivo, che non ci siano equivoci.
Dandelion Children si apre con un’intro blues-grunge sporca, quella di Rock And Roll Has Got To Go, che cresce bene in Wooden Animal, dove oltre alla chitarra suonata al contrario si insinuano splendide tastiere e, coronato dal pieno mugugno grunge rauco di Jure, il pezzo si trasforma in qualcosa di atipicamente a quadri. Al posto dei Nirvana ora si sentono i Led Zeppelin, linee quasi da sitar alla Kula Shaker e qualcos’altro di più potente e vecchio stampo. Penso non serva sottolineare troppo che la maggior parte della musica moderna di oggi è senza palle e senza sostanza, quindi ogni avventuriero devoto alla musica e pieno di idee deve ogni tanto allungare la mano verso gli archivi un po’ più polverosi del passato. I Dandelion Children l’hanno evidentemente fatto bene, visto che già il pezzo Never Handled richiama alla mente il leggendario Neil Young (penso ai versi iniziali di Old Man), solo che i figli del dente di leone preferiscono un po’ più di bordello e di distorsioni! E dopo il ritornello a più voci, il picco giustamente salato con un breve bridge, ecco un nuovo cambio. Renewed è una sdolcinatezza hipster piena di pop, ma nonostante le svolte la cosa non suona forzata né fastidiosa. Il disco finora fila come se fosse stato suonato tutto d’un fiato, senza interruzioni né ripensamenti, il basso fuzz distorto di Jure, la chitarra di Anže, spogliata di effetti inutili ma così dolce, e la batteria di Katja portano il carosello del piacere nella direzione giusta. Nel mezzo si infilano ancora più sporcizia e orpelli. Feels Like Paradox, dopo un’intro che potrebbe aver scritto Eddie Vedder, viene sparata nella sfera dei tre accordi dei Nirvana, coronata dalle linee vocali alla Plant. Led Zepp Nirvana Jam? Sexy! E in questo postulato mentale non c’è nulla di paradossalmente discutibile. La cosa funziona e non si inceppa. Nemmeno quando il pezzo sfuma in un’armonia vocale psichedelica che rivela il fine orecchio affilato di Dekleva, che ha aggiunto alla band un po’ di quel groove dei Srečna Mladina. E qui è permesso tutto! Anche Black Keys, Black Crowes, Beatles e Fatboy Slim nella stessa ciotola! Goaless Confession, dopo un’intro che mi ricorda Sargent Pepper, si sposta su acque garage più dritte, e il mood stoner, a differenza dei QOTSA di una volta, eccezionali, non si inceppa e non resta in gola come un grosso osso indigeribile. I Dandelion poi saltano in acque punk-disco un po’ più danzerecce e per un attimo o due anche nel reggae, e c’è spazio anche per il surf rock. Lo dimostra il brano Middle Toe, un dito medio ben alzato per tutti i puristi convinti di aver già capito tutto! I Dandelion Children che suonano To niso bobri? Quasi, ma di sicuro sotto l’occhio vigile del virtuoso che i Bobri li ha messi sul fuoco, impanati e serviti a tutti noi con tanta provocatoria dolcezza … I Dandelion sono comunque più sporchi e più inclini a un surf alla Dick Dale più eccessivo!
Your Nothing è il momento un po’ più pesante del disco, infilatosi tra i contorni luminosi come promemoria che senza un briciolo di follia la gestione del triciclo di Lubiana semplicemente non funzionerebbe! Finora l’album è funzionale, e non si è sentito nemmeno un riempitivo a caso! Una fumata perfetta, non c’è che dire! Con il brano Mutilator Comopensator, poi, i due ragazzi e la ragazza mi conquistano definitivamente! Un’intro in crescendo che sfocia in un casino adatto a riarredare il salotto. I Dandelion, oltre ai System Of A Down, si sono nutriti anche del seme degli Scars On Broadway, e il blues punkeggiante è così maledettamente bello e godibile che ho una gran voglia di verificare se la cosa funziona altrettanto bene dal vivo! Morning Grass è piazzata strategicamente come calmante country. Nonostante non siano proprio a loro agio, il pezzo è messo in piedi benissimo e suona come un country cantato da Thom Yorke, il maestro dei Radiohead. I salti di fase sono frequenti e così ben salati che dopo Smitten, vertice della chiusura del disco, critici e scettici si inginocchiano a chiedere pietà e ritirano le accuse secondo cui i Dandelion sarebbero pieni di stronzate e cliché! La musica chitarristica d’impatto si appoggia a un basso pieno e a una batteria che, sotto i colpi della temperamentosa Katja, funzionano con sicurezza e giocosità. Alla Foo Fighters! Perfetto! Mr. Evaluator è poi una gita nei momenti più eccessivi di Josh Homme, e dopo l’intro ci ritroviamo di nuovo tutti nei ritmi disco, coronati da voci grunge. Come se gli Screaming Trees avessero iniziato a collaborare con gli stregoni funkadelici degli anni Settanta, per poi cavalcare, a cavallo, con cappelli, archi e fucili, verso il tramonto infuocato sulle praterie del Selvaggio West. History Of Fail, con il suo groove sudicio, serve a farti rinsavire, ma le parti sono un po’ troppo lunghe per metterla accanto a Mr. Bungle, Peeping Tom e alle altre offerte di Mike Patton, l’uomo che regna su Ipecac Records e sul cuore di più di un fan dell’alternativo … E i figli del dente di leone, dopo di che, disidratano malamente una scimmia con il brano Dehydrated Monkey, che aggiunge un po’ di sproloqui cinematografici, basso psicotico, chitarre e batteria, mentre un suono più cupo, dalle tinte più sinistre, lascia intuire che sotto il volto apparentemente spensierato della band si trova anche il seme del buio e dell’Inferno. Quest’ultimo può essere anche meno distorto e arricchito di fiamme, anche se di quelle ai figli del dente di leone non ne mancano! James Bond arriva con la sua auto sportiva del tutto per caso, ma i Dandelion preferiscono di gran lunga volare nella stratosfera, con un tocco vocale dell’immortale musical Hair. È questione di percezione, ma qui sento di nuovo un po’ di sfumature dei primi Muse, e dopo il tocco finale di The Beat (The Beat) è arrivato il momento di chiudere il sesto disco con stile. Che dopo una pausa e uno stop si trasforma in una dolcezza hip-hop nascosta, che sorprende con uno splendido remix di suoni già sentiti.
Per riascoltare quello che hai appena sentito e scoprire nuovi contorni mai sentiti prima. Non esagero se scrivo che con il loro sesto album i Dandelion hanno superato sé stessi e si sono dati un compito dannatamente difficile per il futuro. Un gioco alternativo e progressivo di follia, ispirazione e (non) permesso ha dimostrato che i figli del dente di leone di Lubiana sono pronti a portare il loro bel seme ancora più lontano nel mondo. Anže, Jure e Katja hanno eretto, con l’aiuto di Peter Dekleva, un monumento che segna cinque anni incredibili di vita e di lavoro musicale, e tutti possiamo solo sperare che lo slancio resti e si rafforzi. Per far salire la qualità della musica alternativa slovena, di cui i Dandelion sono ormai tra i primi nomi di peso. Del tutto meritatamente e senza inutili e gonfiati salamelecchi!
Formazione
Jure – voce, basso, chitarra, tastiere
Anže – chitarra, basso, cori
Katja – batteria
Produzione
Peter Dekleva
Tracklist
01. Rock n’ roll has got to go
02. Wooden animal
03. Never handled
04. Renewed
05. Feels like paradox
06. Goalless confessions
07. Middle toe
08. Your nothing
09. Mutilator compensator
10. Morning grass
11. Smitten
12. Mr. Evaluator
13. History of fail
14. Dehydrated monkey
15. The beat (the beat)