The Wake Of Magellan
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Savatage
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 1997
Durata: 60:06
Voto: 5/5
»The Wake of Magellan« è stata un’altra opera metal concettuale firmata dai cult prog/power metaller americani Savatage, e dal punto di vista degli arrangiamenti, del concept e delle atmosfere è addirittura il loro lavoro più compiuto (finora). Dopo »Hall of the Mountain King« (1987) è stato il loro primo album in studio con la stessa formazione che aveva registrato il disco precedente, anch’esso concettuale, »Dead Winter Dead« (1995). Il capo della banda, il carismatico cantante e tastierista Jon Oliva, ha cominciato piano piano a ritrovare la voce, tanto che sull’album canta la parte solista in »Another Way« e »Paragons Of Innocence«, mentre il suo ‘sostituto’ al microfono Zachary Stevens qui sfodera forse la migliore prestazione vocale di tutta la sua carriera.
Lo splendido duo di chitarre formato da Chris Caffery e Al Pitrelli a questo punto funzionava già come una macchina perfettamente oliata, con i due che si completavano alla grande. Caffery era cresciuto tecnicamente a una velocità impressionante e, a livello di stile, diventava sempre più un sostituto degno e credibile del defunto Criss Oliva. Il vecchio gattone del basso Johnny Lee Middleton si era trovato a meraviglia con Jeff Plate, tanto che l’ex compagno di batteria Steve Wacholz gli mancava molto meno. Con questi nomi il successo artistico era praticamente garantito, anche se dopo l’hit oltreoceano »Christmas Eve Sarajevo 12/24« di successi commerciali non ne aspettavano più.
La parola chiave nella costruzione del concept e dei testi dell’album spettava, come al solito, allo storico produttore Paul O’Neill, il tipo che, insieme ai fratelli Oliva, ha più meriti di tutti nel fatto che i Savatage, negli anni Ottanta, siano usciti da band sincera ma semisconosciuta, alle prese fin dall’inizio con un sacco di guai, per diventare una delle realtà più uniche del metal progressivo. Per il concept di »The Wake of Magellan« O’Neill ha usato come base due fatti di cronaca di allora, piuttosto tragici, risalenti alla metà degli anni Novanta del secolo scorso. Il primo riguarda l’incidente sulla nave cargo Maersk Dubai, quando il capitano ordinò di gettare in mare tre clandestini, immigrati rumeni. Ce n’era anche un quarto, che fu salvato con grande altruismo da un membro dell’equipaggio, che per farlo rischiò la propria vita. Il secondo fatto reale, anch’esso confluito nel concept di »The Wake of Magellan«, è la storia della giornalista irlandese Veronica Guerin, che indagava con passione sull’impennata della droga illegale tra i giovani irlandesi e che, per la sua eccessiva curiosità, alla fine fu uccisa. Su di lei sono stati poi girati anche due film.
O’Neill, uomo dichiaratamente religioso, è rimasto molto colpito da entrambi questi tragici fatti di vita vera e li ha trasformati in una storia inventata su un anziano marinaio spagnolo, Hector Del-Fuego Magellan, che dice di essere un discendente del leggendario navigatore portoghese Ferdinando Magellano, il primo uomo ad aver circumnavigato il globo (in realtà, dopo la morte di Ferdinando nel 1921 alle isole Molucche (oggi Filippine), l’impresa riuscì al suo equipaggio), anche se nessuno crede al vecchio. Il vecchio marinaio, stufo di vedere come il mondo che aveva conosciuto vada lentamente in rovina sotto i suoi occhi, e per di più rimasto completamente solo, decide di farla finita. Per questo parte con una piccola barca verso il mare aperto, dove vuole incontrare la morte in un epico ‘stile vichingo’. Nel bel mezzo della sua agitata navigazione si scatena all’improvviso una tempesta. Mentre in mezzo alla furia della natura il vecchio aspetta una fine rapida, nell’acqua scorge di colpo un uomo che sta annegando.
A quella vista dimentica in un attimo il suicidio e decide di aiutare lo sventurato che annega, e nonostante l’età in qualche modo ci riesce, così alla fine si salvano entrambi. Dopo questa esperienza traumatica abbandona il suo intento iniziale e decide che da quel momento celebrerà ogni istante di vita che gli resta. Una volta tornato a riva nota che qualcuno ha riparato la sua vecchia clessidra di sabbia, e questo dà ancora più senso alla fede nella vita appena ritrovata. Molti troveranno il concept un filo troppo ingenuo e religioso, all’americana, ma O’Neill aveva già affidato messaggi simili, quelli dell’individuo che con l’aiuto di una fede ritrovata o dell’amore vince le tenebre e la morte, alle precedenti opere metal concettuali, cioè »Streets« (1991) e »Dead Winter Dead«.
Ogni brano di »The Wake of Magellan« è una tessera del mosaico concettuale. Il mosaico comincia a comporsi già con l’introduzione strumentale al pianoforte »The Ocean«, sorretta sullo sfondo da un deciso giro di chitarra. »Welcome« è la classica apertura alla Savatage, più pomposa che si può, in stile sinfonico-operistico, dove il tenore di Stevens si mette nella luce migliore e, tra passaggi di chitarra taglienti e magnifici arrangiamenti sinfonici, ti porta dritto al cuore della storia dell’anziano marinaio spagnolo che parte per l’ultima traversata. »Turns To Me« contiene il meglio dei suoni Savatage. L’apertura sottile di questo brano possente, che racconta dell’amore perduto del marinaio ai tempi della giovinezza, viene presto tagliata da passaggi di chitarra incandescenti, mentre il ritmo passa in fretta a sfere più veloci. Stevens si conferma un eccezionale acrobata vocale, che passa con leggerezza di piuma dalla delicatezza all’aggressività. I momenti più duri, che ricordano i primi anni heavy metal dei ‘Sava’, si fondono con gusto con i magnifici arrangiamenti sinfonici, e il risultato finale è un’atmosfera marcatamente epica, che del resto domina l’intero album. La cosa più importante è che mentre ascolti puoi immaginarti senza fatica l’ultimo viaggio del discendente di Magellano.
»Morning Sun« offre un contrasto notevole, perché è piena di un’atmosfera ottimista, perfino serena, soprattutto nella melodia iniziale di chitarra acustica. Presto arriva la parte potente, dove la voce di Stevens, sopra passaggi di chitarra feroci, prende dimensioni furiose. Il vecchio qui guarda ancora al passato e si rende conto di come tutti i suoi ideali giovanili siano andati in fumo, e di essere diventato alla fine l’uomo che non aveva mai voluto essere. Il ‘duello’ di chitarre tra Caffery e Pitrelli è un vero pascolo per le orecchie di tutti gli amanti dei guitar hero, mentre più avanti fanno colpo anche con brevi armonie a tre voci. In »Another Way« alla voce solista c’è la ‘leggenda con qualche problema’, cioè Jon Oliva. Inutile girarci intorno: è uno dei momenti migliori del disco, dove si incontrano con successo due ere diverse di questa band di culto, quella heavy metal degli inizi e quella sinfonica/prog metal successiva. Il baritono sporco di Jon crea un contrasto pazzesco tra i possenti passaggi di chitarra e gli epici arrangiamenti sinfonici.
In »Blackjack Guillotine«, che racconta le conseguenze dell’abuso di droghe pesanti, il testimone vocale torna a Stevens, in vena di furia. La parte iniziale, relativamente brutale, dominata da passaggi di chitarra roventi e da una batteria massacrata senza pietà, con il tempo lascia spazio a una sezione strumentale piena di temperamento, in mezzo alla quale si sviluppano brillanti variazioni di chitarra sull’asse Caffery-Pitrelli. Anche »Paragons Of Innocence«, che si apre con linee di basso rimbombanti, è tra i momenti migliori dell’album. Jon Oliva riprende con efficacia lo scettro vocale e si regala una delle sue prove migliori dal ritorno dal ‘ritiro’ vocale, suonando, nei panni del bruto infuriato, come ai tempi d’oro. Anche lo strano esperimento di un breve inserto ‘rap’ in mezzo a passaggi di chitarra bruciante e ai brutali giri di batteria di Plate funziona alla grande. »Complaint In The System (Veronica Guerin)«, che racconta la tragica storia di Veronica Guerin, è uno dei loro brani di critica sociale più riusciti e già solo per questo merita una lode speciale. La voce di Stevens è sostenuta sullo sfondo da cori fatti passare apposta nel vocoder, per suonare il più robotici possibile, in linea con l’atmosfera cupa che è in perfetta armonia con il testo distopico sul trionfo del ‘grande fratello’.
L’atmosfera della tempesta scatenata in mare viene creata con successo in »Underture«, ottimo strumentale ‘alla Queen’ con magnifici elementi orchestrali, che si può considerare l’introduzione al brano migliore del disco, qualcosa di meglio di tutto ciò che i Savatage hanno creato nell’era Stevens. Parliamo della title track epica, »The Wake of Magellan«, il culmine atmosferico e concettuale dell’intero album, in cui il vecchio marinaio, in mezzo alla tempesta, si ritrova in pieno oceano e, ancora schiacciato dai ricordi del passato, esita davanti a una decisione fatale. Questo magnum opus contiene un ritornello epico dannatamente efficace, in cui Stevens mette le sue emozioni più profonde, mentre per tutto il tempo, come le onde di un mare in tempesta, si alternano passaggi sinfonici melodrammatici e irritate variazioni di chitarra. Per il gran finale ci pensano le armonie vocali ‘alla Queen’, che di secondo in secondo spingono l’atmosfera drammatica verso l’eruzione finale.
La power ballad ottimista »Anymore« è un momento solenne, quasi religioso, in cui il vecchio, dopo aver salvato l’uomo che annegava, sceglie la vita. Anche qui, tra passaggi di chitarra impetuosi, regnano possenti arrangiamenti sinfonici al pianoforte, mentre Stevens ‘racconta’ ancora una volta con grande partecipazione come il vecchio marinaio si risvegli dal torpore emotivo. Il testo stavolta risulta un po’ di cattivo gusto, appena troppo ‘zuccherato’ all’americana: il lieto fine per chi vagava nel buio e ha finalmente trovato il suo ‘dio’ ed è diventato un uomo nuovo – una specie di classica ricetta per curare gli alcolisti (e non solo) americani, che poi fin troppo spesso diventano fanatici religiosi (Jon Oliva questa storia la conosce sicuramente benissimo di persona).
»The Storm« è un altro strumentale incentrato sul pianoforte, che presto assume dimensioni melodrammatiche, e a farlo ci pensano soprattutto i possenti assoli di chitarra dei due chitarristi. Pitrelli è sempre stato un eccezionale maestro della tecnica chitarristica, cosa che i fan di Alice Cooper e degli Asia sapevano già bene. Con la sua tecnica ha influito in modo molto positivo su Caffery, che dopo il ritorno nei Savatage è finalmente maturato fino a diventare il giusto erede di Criss Oliva. »The Hourglass«, dove in un collage sonoro si fondono in qualche modo gli elementi chiave che avevano distinto la maggior parte dei brani precedenti, è una chiusura magnifica dell’album, con tante drammatiche variazioni di chitarra. Con la sua prova vocale appassionata Stevens mette l’ultimo tassello del mosaico con la ‘narrazione’ del ritorno del vecchio sulla riva, quando trova la sua vecchia clessidra di sabbia e scopre che qualcuno l’ha riparata. Evidentemente Hector Del-Fuego Magellan in questo mondo non è più solo, ma ha un nuovo amico.
La ristampa dell’album del 2002 contiene due bonus track, che dal punto di vista stilistico sono un’aggiunta piuttosto superflua alla parte regolare. La splendida power ballad »This Is Where You Should Be« era stata scritta già ai tempi di »Hall of the Mountain King«, cosa che si sente a ogni passo nello stile, oltre al fatto che qui la voce di Jon Oliva era ancora molto più ‘fresca’. »Desiree« è una ballad d’amore acustica, appoggiata sul pianoforte, con un sottofondo quasi devozionale; un risultato solido, ma rispetto alle loro ballad migliori niente di speciale.
»The Wake of Magellan« è sotto ogni aspetto il vertice artistico di una delle formazioni metal più uniche di tutti i tempi. Rispetto a »Dead Winter Dead«, che per alcuni ascoltatori era non solo troppo cupo e persino un po’ depressivo, ma anche eccessivamente orchestrale, »The Wake of Magellan« è il risultato Savatage più equilibrato ed epico del loro periodo prog metal. Purtroppo è stato l’ultimo album dei Savatage con Stevens in formazione, perché lui, per motivi piuttosto banali e familiari, li ha lasciati nel 2000, e così il posto dietro al microfono è tornato alla fine al ‘vecchio caro’ Jon Oliva.
La partenza di Stevens è ancora meno comprensibile oggi, visto che negli anni seguenti con la sua band Circle II Circle ha fatto musica molto simile a quella che aveva lasciato con i Savatage. L’addio di Pitrelli, passato ai Megadeth nel 2000, invece non è stato scioccante e non ha lasciato conseguenze così drammatiche, visto che i Savatage per gran parte della loro carriera avevano funzionato con un solo chitarrista. Oliva, Caffery, Middleton e Plate, portando avanti negli anni successivi il progetto collaterale orchestrale e neoclassico Trans-Siberian Orchestra, hanno trovato le forze per un altro album in studio, che col tempo si è rivelato (molto probabilmente) l’ultimo dei Savatage, »Poets and Madmen« (2001), un addio più che degno.
Formazione
Zak Stevens – voce
Chris Caffery – chitarra, cori
Al Pitrelli – chitarra, cori
Johnny Lee Middleton – basso, voce
Jon Oliva – tastiere, cori, voce ( brani 5 e 7)
Jeff Plate – batteria
Produzione
Paul O’Neill
Tracklist
1. The Ocean (Instrumental) (1:33)
2. Welcome (2:11)
3. Turns To Me (6:01)
4. Morning Sun (5:49)
5. Another Way (4:35)
6. Blackjack Guillotine (4:33)
7. Paragons Of Innocence (5:33)
8. Complaint In The System (Veronica Guerin) (2:37)
9. Underture (Instrumental) (3:52)
10. The Wake Of Magellan (6:10)
11. Anymore (5:16)
12. The Storm (Instrumental) (3:45)
13. The Hourglass (8:05)