Demolition
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Judas Priest
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2001
Durata: 78:43
Voto: 3/5
“Demolition” è uno degli album più controversi usciti sulla scena metal nel 2001. Controverso perché il risultato, agli occhi del pubblico, non rispecchiava le aspettative. Ma è il problema di tutti quelli che speravano ancora in un nuovo “Painkiller” (1990) o “Defenders Of The Faith” (1984), me compreso. Dopo “Turbo” (1986), “Demolition” è il secondo album del genere per la band finora, uno che ha attraversato un sacco di esperimenti musicali sfacciati. È una storia nuova a sé e riesce, in modo fantastico, a fondere lo spirito del passato e quello del presente della band, che i Judas Priest dosano da sempre con una bella dose di suoni futuristici. “Demolition” è un nuovo ottimo album della band, diverso sotto ogni aspetto, provocatorio, fresco e tutto suo. Chi mi conosce dirà che il cervello mi si è ormai rammollito, perché subito dopo l’uscita di questo disco ero rimasto così scioccato che non volevo nemmeno sentirlo. Ma era un parto della mia testa, un problema mio. I Judas Priest hanno dimostrato ancora una volta di fregarsene delle mode e di sfornare sempre, liberi e senza alcun limite, dischi davvero speciali, sia per suono che per stile, restando però fedeli alla loro postura d’acciaio di base, che li ha portati tra i più grandi del metal.
L’album si apre con Machine Man, di fatto l’unico pezzo di impostazione più veloce, perché per lo più “Demolition” offre brani a tempo medio.. Quello che colpisce subito in Machine Man è la produzione. Il pezzo si apre con un intro di batteria, niente di nuovo per i Priest, visto che si aprono così anche, ad esempio, classici come Painkiller o Sinner. Il doppio pedale, che all’inizio si sente ancora, nel prosieguo viene travolto da un riffing di chitarra velenoso, che suona davvero cattivo. Il suono tagliente, d’acciaio e sibilante delle chitarre non è spinto in primo piano, al centro c’è la voce di Ripper e, cosa curiosa, lo “snare drive” di Scott, che a causa dei bassi tagliati suona molto “piatto” (flat), monotono, e rischia di annoiare, perché in pratica sembra una macchina stampatrice. Il ritmo, infatti, in questo pezzo è sempre lo stesso. Un sacco di spazio, invece, nel suono si è trovato per il rombo del basso di Ian Hill. Il suono profondo e rimbombante del basso gira a pieni giri ed è sempre ben distinto nella produzione, il che porta un contrasto enorme nel pezzo, soprattutto nei passaggi a tempo medio.
“Demolition” non ha un suono estremo come “Jugulator” (1997). Con il nuovo album i Judas Priest hanno di nuovo ammiccato agli anni Settanta e Ottanta, aggiungendoci suoni moderni e groovosi dal design fresco. Se conosci l’album solista di Glenn Tipton “Baptism Of Fire”, puoi già iniziare a intuire di cosa si parlerà. Anche “Demolition” l’ha prodotto Glenn Tipton, l’uomo che nella band evidentemente se ne intende di più di “contorsioni” moderne di forme di riff ossificate e dell’invenzione di nuove, eccitanti immagini sonore quasi “mansoniane”.
I pezzi scritti insieme da K.K. Downing e Glenn Tipton contengono il maggior numero di elementi dei Judas Priest classici, nel senso che sono questi a prevalere. Sono One On One, Hell Is Home, Close To You, Bloodsuckers e Lost And Found. Ad esempio il peso massimo One On One è in sostanza un pezzo impostato in modo classico, ma il suo vestito sonoro offre un eccitante assortimento di suoni new age, e questo ai fan dell'”era Halford” non va giù per niente. E di questo trucco sul disco ce n’è sempre un bel po’, a volte un po’ di più, a volte un po’ meno, ma evitarlo del tutto proprio non si può. Un incrocio estremamente interessante tra il vecchio suono “classic” e approcci new age è In Between. Accanto a lui, esperimenti altrettanto interessanti sono Jekyll And Hyde, Devil Digger, Subterfuge, Cyberface e la conclusiva Metal Messiah, che per questo sono particolarmente groovosi rispetto al resto del materiale.
Eppure gli approcci classici della band brillano in ogni brano dell’album. Quindi “Demolition” offre di nuovo molta più melodia di “Jugulator”. La dinamica del disco ondeggia di continuo, perché i pezzi sono mescolati con gusto dal punto di vista stilistico. Dopo il groovoso In Between arriva, ad esempio, un attacco di puro “eighties riffing” con Feed On Me, ma guarda un po’, anche il suo intermezzo strumentale centrale si porta dietro un pizzico di sperimentazione del nuovo.
“Ripper” rispetto a “Jugulator” offre ancora più canto. Un canto vario. Far rivivere le atmosfere desiderate nei pezzi gli è riuscito in pieno. “Ripper” è sempre al posto giusto nelle strofe. Strofe e musica si completano alla perfezione. Anzi, nell’espressività della band raggiungono un doppio effetto, di reciproco rafforzamento. Quindi dimentica lo stile di Halford, anche se “Ripper” è in grado di evocarlo senza problemi. E lo evoca, ma solo dove serve davvero per raggiungere una certa atmosfera (i ritornelli di Metal Messiah e Bloodskuckers, gli scream extra in Hell Is Home). Quello che offre “Ripper” è strettamente la sua espressione personale, ed era anche il desiderio degli altri membri della band che “Ripper” si liberasse delle catene che eventualmente lo legano all’ombra del predecessore. “Ripper” è anche su “Demolition” il cantante dei Judas Priest e ogni sfogo patetico e piagnisteo per Halford è solo una perdita di tempo ed energia e, in fondo, un semplice paraocchi che non fa che restringere l’apertura mentale verso le novità.
Ma i Judas Priest sappiamo di che pasta sono fatti. Non si sono mai voltati indietro, quindi non aspettarti su “Demolition” classici al 100%. Il più vicino è la fantastica ballata Lost And Found, che fa davvero rivivere i Judas Priest dei Settanta, ma non nel suono, che anche quando c’è l’acustica nuda e cruda è moderno e vivamente temprato d’acciaio. Non è difficile quindi intuire che i pezzi hanno molte facce. In essi, come nel disco, gli assoli e le armonie a tre voci hanno perso il primato, i Judas Priest moderni costruiscono una nuova immagine esclusivamente sulla creazione di un’atmosfera massiccia, ottenuta con un riffing espressivo dal suono di compressore vivo e arruffato, con una linea di basso groovosa, il canto vario di Ripper sempre al centro e i rinforzi contrastanti di Scott sui tamburi. Tutti questi ingredienti di base sono stati conditi alla grande con inserti sonori modernamente distorti, senza i quali non si può immaginare l’atmosfera particolare che “Demolition” evoca.
Ops, ancora un avvertimento. In Europa “Demolition” esiste anche in edizione digipack nero con due bonus track, adesivo col logo e un plettro della band. Le due bonus sono una vera sventola indemoniata, Rapid Fire con un “Ripper” al massimo del bollore, e Green Manalishi (With The Two Pronged Crown), che i Judas Priest sfornano a un tempo più lento di quello a cui ci hanno abituati nelle altre versioni ufficiali del pezzo. Goditi le urla senza compromessi di Ripper!
“Demolition” è un disco di contrasti estremi di profondità sonora, che si riversa con arte attraverso tutti gli elementi degli approcci freschi e ben rifiniti di una produzione nuova e dannatamente viva. I Judas Priest restano sulla strada giusta e “Demolition” lo conferma. Unire la tradizione a nuove, fresche idee creative. Anche stavolta i Judas Priest suonano giovanili e scioccanti, eccitanti e provocatori, che è sempre stato il loro motivo di fondo.
Formazione
Tim “Ripper” Owens – voce
Glenn Tipton – chitarra
K.K. Downing – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria
Produzione
Glenn Tipton
Tracklist
1. Machine Man
2. One On One
3. Hell Is Home
4. Jekyll And Hyde
5. Close To You
6. Devil Digger
7. Bloodsuckers
8. In Between
9. Feed On Me
10. Subterfuge
11. Lost And Found
12. Cyberface
13. Metal Messiah
BONUS TRACK NELL’EDIZIONE SPECIALE:
*14. Rapid Fire
*15. The Green Manalishi (With The Two Pronged Crown)
*registrate di nuovo in studio con Ripper alla voce
Durata dell’album: 78:47