Discipline
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: King Crimson
Etichetta: Discipline Global Mobile
Uscita: 1981
Voto: 5/5
Nel 1981 il bizzarro musicista, e soprattutto chitarrista, Robert Fripp, in larga parte inventore di quello che oggi chiamiamo progressive rock, dopo anni passati a fare il solista, a comparire come ospite sugli album di altri musicisti come Peter Gabriel e David Bowie e a lavorare con il progetto The League Of Gentleman, fonda il gruppo Discipline. Quando a un tratto si rende conto che la musica suonata dalla formazione che si è costruito attorno si sposa, non solo stilisticamente ma anche spiritualmente, con l’eredità dei King Crimson, “congelati” da ormai sette anni, decide di rianimare il nome leggendario, e i nuovi King Crimson (ri)nascono con un suono completamente nuovo, ma con il loro inconfondibile approccio: scovare modi non convenzionali e fino ad allora inesplorati di suonare il rock. La band si è guadagnata quel nome a pieno titolo, visto che si è presto rivelata una delle migliori della loro storia, mentre “Discipline” è diventato il titolo del nuovo album, il loro primo in studio dopo sette anni, e col tempo anche il nome della loro etichetta indipendente, oggi responsabile di un bel po’ di uscite di qualità nel progressive rock. Il ritorno quasi del tutto inatteso dei King Crimson ha reso felici anche tantissimi fan del prog, che proprio in quel periodo stavano iniziando a perdere la speranza e a vivere tempi duri, perché molti dei loro beniamini avevano smesso di suonare o si erano persi per strani sentieri musicali, ridotti a una pallida ombra della grandezza di un tempo. Dei King Crimson, che si sarebbero sciolti all’istante piuttosto che svendersi in qualsiasi modo, non c’è mai stato da temere che tradissero la loro filosofia musicale di fondo. Anche negli anni ’80 sono rimasti uno dei principali motori dell’evoluzione del rock verso forme più alte e i portabandiera del progressive rock, con l’accento ben piantato sulla parola progressive.
Su “Discipline” si ha davvero la sensazione che Fripp sia finalmente riuscito a realizzare quello a cui puntava fin dagli esordi con i King Crimson: fondere precisione matematica e visioni sonore da lasciare a bocca aperta in un impasto di forme sonore quasi perfetto e imbattibile. L’ultimo album dei Crimson fino ad allora, “Red” (1974), ha in generale poco in comune con questo, perché la band si ripresenta ancora una volta con un suono completamente nuovo. Stavolta nella loro espressione musicale sono entrati tanti elementi di world music, new wave, minimalismo e della già tipica avanguardia, il tutto fuso in un mix unico di perfezione, affiatamento, innovazione e precisione. Se prima erano noti anche per la tradizione di formazioni instabili, nessuna delle quali era durata più di un album, stavolta Fripp è riuscito a riunire attorno a sé musicisti professionisti di altissimo livello. Oltre al suo genio dittatoriale e maniacale, che con i suoi “devices” (chiamiamoli giocattoli sonori), diventati allora noti anche come “Frippertronics”, è rimasto il buon vecchio zio Bob, e al ritorno di Bill Bruford, maestro dei batteristi prog rock, che in quel periodo aveva aggiunto al suo set anche i tamburi elettronici, nella band sono arrivati due musicisti americani di primo piano: il chitarrista e cantante Adrian Belew (chitarrista dallo stile riconoscibile da lontano, che si era già messo in luce con David Bowie e Frank Zappa e con il suo intervento sul brano “I Zimbra” dei Talking Heads) e Tony Levin (membro di lunga data della band di Peter Gabriel, nonché veterano di innumerevoli collaborazioni con nomi illustri), bassista straordinariamente innovativo e suonatore di stick (uno strumento particolare, estremamente versatile, che lui stesso ha contribuito a definire e che può unire basso e parti di chitarra). La scelta di questi ultimi due da parte di Fripp si è rivelata un colpo da maestro, perché sono stati loro i principali artefici del nuovo abito sonoro della band, mentre Fripp e Bruford garantivano che il gruppo restasse comunque riconoscibile. Ogni musicista ha definito chiaramente il proprio ruolo con il suo approccio e la sua tecnica unici: Fripp e Bruford dettano le numerose transizioni tra suoni e ritmi, mentre Levin con il suo basso ondeggiante e Belew con la sua chitarra spesso ululante, con largo uso di tremolo e slide, li completano. Anche come cantante Belew, scelto, a detta di Fripp, anche per aggiungere alla band un pizzico di pop, fa centro con il suo timbro riconoscibile e variabile (in certi punti volutamente un po’ alla David Byrne dei Talking Heads), che passa dal galante all’ultra paranoico. Le sue doti vocali emergono al meglio in brani come “Matte Kudasai”, dove sfodera un grande senso per le ballad, mentre in “Indiscipline”, “Elephant Talk” e “Thela Hun Ginjeet” si rivela un narratore intelligente, un cantastorie. Oltre a chitarra eccellente, voce e testi bellissimi e spesso assurdi, Belew ha portato nella band anche una presenza scenica del tutto fresca e una buona dose di umorismo. I King Crimson ora erano capaci di tutto! Questa formazione è durata per ben tre album, diventando la più stabile della loro storia fino a quel momento. Gran parte del successo di “Discipline” poggia proprio su questa formazione eccezionale.
Quasi ogni brano di “Discipline” è considerato un classico della band, e la dice lunga sulla qualità di questo album. Ogni pezzo è una vittoria piena. Quanto siano diversi i King Crimson da tutte le incarnazioni precedenti lo dice già l’apertura, un capolavoro intriso di humour nero, “Elephant Talk”, dove sconvolge ed esalta al tempo stesso l’insolita imitazione del barrito dell’elefante di Belew attraverso un effetto di chitarra. Il testo è una parodia grottesca rivolta ai mass media, in particolare ai critici musicali. Con il suo ritmo accordato su tre livelli, formato da un incredibile lavoro di stick mescolato a riff di chitarra ingegnosissimi e a un testo intelligente e provocatorio, e soprattutto con la già citata imitazione dell’elefante di Belew, “Elephant Talk” porta la band in un territorio mai esplorato prima. Un classico che fin dal primo secondo annuncia a gran voce all’ascoltatore che il re è tornato sul suo trono.
“Frame By Frame” mozza il fiato con il suo ritmo mozzafiato e un’atmosfera costruita soprattutto sul gioco aggressivissimo ma al tempo stesso raffinato dello stick di Levin, insieme al drumming quasi delicato di Bruford, alla chitarra sottile di Fripp, a cui si aggiunge la voce intensamente emotiva di Belew. Mi entusiasma soprattutto l’interazione tra le due chitarre, che suonano contemporaneamente accordi velocissimi ma con ritmo e tempo diversi. Il brano contiene poliritmia: le chitarre suonano in 7/8 mentre il ritmo è in 4/4. Oltre a una tecnica impressionante, che tutti i membri della band spingono qui fino in fondo, il pezzo si distingue soprattutto per un’atmosfera straordinaria, in crescendo.
“Matte Kudasai”, ballad malinconica e sensibilissima, è semplicemente una delle cose più belle della storia della band. Qui Fripp offre alcune delle sue parti più leggere e sottili dell’intera carriera. I suoi ultimi trucchi con gli effetti in loop dei “Frippertronics”, che aveva già definito e mostrato nei suoi progetti con Brian Eno, qui sbocciano in piena luce. Anche la chitarra di Belew è brillante, con tanti suoni ululanti ottenuti con l’effetto slide, ma soprattutto qui si rivela un cantante emotivissimo.
“Indiscipline” è senza dubbio il pezzo più strano dell’intero album. Questo capolavoro ritmicamente sgangherato e frantumato è una vera delizia per tutti gli amanti dell’avanguardia. Il suono dello stick di Levin qui quasi sfonda il pavimento, mentre la voce paranoica di Belew, o meglio la sua narrazione di un testo assurdissimo, nato dopo che Belew aveva passato un’intera giornata a cercare di scrivere una lettera a sua moglie senza riuscirci, fa sì che l’ascoltatore si crei l’immagine del vero caos che segue quando una persona è sotto forte pressione. Colpisce anche l’ottima base sullo sfondo, costruita dal drumming energicissimo e dissonante di Bruford e dalla chitarra ululante di Fripp. Ogni strumentista qui suona per conto suo e da un inizio tranquillo il brano si trasforma in pura paranoia. Posso solo dire quello che Belew urla alla fine del testo – “I Like It!”
Il meglio dell’album, però, deve ancora arrivare! “Thela Hun Ginjeet” è una vittoria totale e probabilmente anche il punto più alto dell’intero disco, dove si mescolano genialità, dramma e umorismo. Il ritmo è il più saltellante di tutto l’album e non c’è modo di starsene fermi: viene voglia di ballare! La band qui è semplicemente inarrestabile, non trovo proprio le parole per descrivere la genialità di questo pezzo. La stella è senza dubbio Belew, con il suo straordinario talento d’attore (non è solo un musicista di primo livello, ma secondo me è nato anche per fare il comico), perché con una narrazione vissutissima racconta il suo incontro ravvicinato con una banda di strada e poi con la polizia mentre se ne andava in giro per le strade di NYC per registrare effetti speciali per l’album. Il riff principale e la sezione ritmica sono conditi con un’ironia finissima. Il brano è al tempo stesso pieno di suoni da giungla (che si sposano bene con l’atmosfera della giungla di cemento del testo), sostenuti da un ritornello a più voci, esoticissimo, “Thela Hun Ginjeet”, che ricorda un po’ il richiamo dell’imam durante il Ramadan. Come in “Frame By Frame”, anche questo pezzo è costruito sulla poliritmia.
Gli elementi di world music, soprattutto orientale, emergono nello splendido strumentale “The Sheltering Sky”, che affascina con i suoni degli effetti di chitarra di Fripp. Qui trova una magnifica espressione anche l’uso delle percussioni di Bruford, uno dei migliori della sua carriera in assoluto. Entusiasmano soprattutto i suoni delle conga. È l’atmosfera più sognante dell’intero album, che cresce di continuo, da meditativo-spirituale a matematico-logico. Un’armonia perfetta tra i due elementi.
La coesione perfetta, quasi matematica, la vera definizione di questa formazione, dà il meglio di sé nello strumentale conclusivo, intitolato non a caso “Discipline”. Un viaggio magistrale tra batteria, stick e le due chitarre, che producono un suono come se ne suonassero cinque insieme. Tutti gli strumenti sono integrati in un insieme perfetto. La ristampa contiene come bonus track anche una versione alternativa di “Matte Kudasai”, un brano la cui melodia contagiosa ti risuona nelle orecchie a lungo ed è perfetto come chiusura.
“Discipline” è un capolavoro assoluto del progressive rock degli anni ’80 e uno degli album chiave della band, che mostra i King Crimson come innovatori musicali rinati, di quando la maggior parte della musica si faceva ancora con cuore e anima. L’album ha confermato che i vecchi gruppi possono non solo sopravvivere in un clima musicale nuovo e diverso, ma anche rifiorire e spingere il genere verso luoghi nuovi, meravigliosi e fino ad allora inesplorati. “Discipline” è uno degli album migliori e più importanti per una band per cui ha significato rinascita, resurrezione e nuovo inizio. Di tutte le leggendarie band prog che hanno fondato il genere, sono stati proprio i King Crimson a superare meglio gli anni ’80, entrando in uno dei loro periodi più stabili. Dagli anni ’80 a oggi, però, sono diventati sempre più soli, tra gli ultimi, se non proprio l’ultima band davvero progressiva dell’età d’oro del progressive rock.
Formazione
Adrian Belew – voce, chitarra
Robert Fripp – chitarra, devices
Tony Levin – stick, basso, voci di accompagnamento
Bill Bruford – batteria, percussioni
Produzione
King Crimson e Rhett Davies
Tracklist
1. Elephant talk (4:41)
2. Frame by frame (5:08)
3. Matte Kudasai (3:45)
4. Indiscipline (4:32)
5. Thela Hun Ginjeet (6:25)
6. The sheltering sky (8:22)
7. Discipline (5:02)
Durata dell’album: 37:55
Bonus track della ristampa:
8. Matte Kudasai (alternative version) (3:50)