Doppio banchetto prog rock con Marillion e Saga (2011)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Peter Podbrežnik

Luogo: Cirkus Krone / Monaco di Baviera / Germania
Data del concerto: 10.11.2011
Presenze: 3500
Prezzo del biglietto: 56.70€ (categoria 1), 49.80€ (categoria 2 & 3), 39.90€ (categoria 4)

Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine: chi ama il prog rock di qualità e vuole vedere dal vivo i suoi beniamini almeno una volta all’anno deve quasi sempre fare un salto verso ovest, in direzione Italia, o, ancora più spesso, verso nord, fino in Austria o in Germania, dove non mancano scene live vivaci per chi adora raffinatezza e sperimentazione musicale. Stavolta la nostra tappa era  il capoluogo bavarese, Monaco di Baviera.

Lì, infatti, erano in tour insieme i colossi art rock britannici Marillion, noti anche come il segreto musicale inglese custodito con più cura, e i leggendari canadesi Saga, che dopo il recente ritorno del cantante originale Michael Sadler stanno vivendo un nuovo rinascimento live. Si preannunciava dunque una ghiotta serata da sogno, un doppio banchetto prog rock firmato da due band leggendarie che anche in questo nuovo secolo continuano a sfornare album all’altezza dei loro lavori più celebrati degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Sul palco della sala del Circus Krone sono saliti per primi i Marillion, che in questo tour non portavano (ancora) un nuovo album in studio: la scaletta era soprattutto una selezione di classici pescati dai vari periodi della loro magnifica carriera. In modo un po’ inatteso il concerto è stato aperto da due classici di “Holidays in Eden” (1991), “Splintering Heart” e il mancato hit “Cover My Eyes”, che hanno fatto felici i fan di quell’ottimo disco, il più accattivante a livello commerciale della loro storia. Steve ‘H’ Hogarth quella sera era davvero in forma smagliante, con una prestazione vocale fenomenale, accompagnata nel suo tipico stile teatrale da una gestualità vivace e da una comunicazione energica tra palco e pubblico.

Una delle sorprese più grosse del loro show è stata l’esecuzione di “Man Of a Thousand Faces”, classico di “This Strange Engine” (1997), dove Steve Rothery ha imbracciato la chitarra a 12 corde. Uno dei maestri più raffinati della chitarra prog ci ha di nuovo conquistati con la sua bravura solista e con l’incredibile sensibilità nel creare sottili sfumature chitarristiche. Per molti, e soprattutto per tutti gli amanti dell’era Fish, una gran sorpresa è stata “Kayleigh”, il loro più grande successo, che però non è esattamente un ospite fisso delle scalette da quando il furbo gigante scozzese ha lasciato la band, cosa in fondo comprensibile, visto che il signor H’ ne offre un’interpretazione vocale completamente diversa da quella del suo predecessore.

Neanche la fase più recente della band è stata trascurata, tutt’altro: ci hanno sorpreso con un’ottima versione di “Somewhere Else”, title track dell’omonimo album in studio del 2007, e con “Asylum Satellite #1”, una delle cose migliori dell’ultimo lavoro in studio “Happiness Is the Road” (2008). Qui il tastierista Mark Kelly si è ritagliato un momento tutto suo, con una parte ambient maestosa sulle onde dei campioni di mellotron. I Marillion sono giustamente orgogliosissimi del capolavoro concettuale doppio “Marbles” (2004), che senza esitazioni si può definire il miglior lavoro dell’era H. Quella sera ne hanno suonati ben quattro brani, cominciando con la fantastica “Fantastic Place”, per proseguire con la poetica “You’re Gone”, l’epica “Neverland” e la melodrammatica “Invisible Man”, con cui, nel bis, hanno anche chiuso un set ricco di vette ambient.

Durante quest’ultima il signor H’ non si è dimenticato, secondo tradizione e in linea con il testo, di calarsi nei panni di un impiegato invecchiato e rauco, che nella vita ha fatto così terribilmente poco notare la propria presenza da diventare, alla fine, completamente invisibile agli altri. I Marillion sono una di quelle eccezionali formazioni prog rock che dal vivo non ti stancheresti mai di guardare e ascoltare, quindi è dura rassegnarsi al fatto che la loro esibizione sia volata via troppo in fretta, ma ad aspettarci c’era già un’altra leggendaria attrazione musicale, rimessa a nuovo e assetata di rivincite live.

Parliamo ovviamente dei grandi innovatori art rock Saga, che insieme ai Rush sono probabilmente la più grande sensazione musicale canadese, almeno per tutti gli amanti del rock ‘col cervello’. Il già citato ritorno del carismatico Michael Sadler ha rinvigorito con un entusiasmo live rinnovato una band che, per la scenografia, si è affidata a gigantesche ‘sfere satellitari’ bianche. Dopo il breve intermezzo con Rob Moratti hanno rimescolato a fondo la scaletta, infilandoci alcuni classici che più di un fan pensava di non sentire mai (più) dal vivo.
Il periodo più recente è stato lasciato fuori di proposito, con l’eccezione di “House of Cards (2001), da cui hanno suonato due pezzi: l’attenzione era tutta sul loro periodo d’oro, i primi cinque album. L’accento è caduto soprattutto sull’omonimo esordio del 1978 e sui capolavori “Worlds Apart” (1981) e “Heads Or Tales” (1983). Le sorprese si sono date più volte il cambio. Già l’opener “Out of the Shadows”, il pezzo migliore dell’ottimo album “Behavior” (1985), oggi fin troppo spesso dimenticato, ha sorpreso in positivo la sala piena fino all’ultimo angolo. Il favorito di “Silent Knight” (1980), “Careful Where You Step”, tutto d’urto e dinamica, ha portato un attimo dopo l’atmosfera in sala al punto di ebollizione e ha annunciato che, tra una sorpresa e l’altra, non sarebbero mancati nemmeno i classici di sempre.

Si può dire che tutti i presenti fossimo ‘al settimo cielo’ quando all’improvviso abbiamo sentito il celebre attacco “alla Baba O’Reiley” di “How Long”, firmato dal tastierista Jim ‘Jimbo’ Gilmour. Sadler si è trascinato dietro senza fatica un pubblico devotissimo, che conosce tutti i testi a memoria, e lo ha spinto a cantare insieme a lui i singoli ritornelli. Su “Time’s Up” Gilmour (sintetizzatore Korg e piano elettrico), Sadler (piano elettrico) e Jim Crichton (mini Moog con pedaliera basso) erano ciascuno dietro la propria postazione di tastiere, e insieme hanno confezionato le loro celebri multiarmonie sinfoniche, con cui hanno creato un ambient futuristico.

La parte d’urto, con i suoi riff di chitarra incandescenti, è stata come al solito affidata a Ian Crichton, che quella sera era particolarmente scatenato, come non lo avevamo mai visto prima. Si è acceso soprattutto su “Ice Nice”, quando dopo una lunga sezione di tastiere è arrivato il momento del suo assolo spaziale. Per la prima volta abbiamo potuto vedere sul palco, in veste di membro live, anche il batterista Brian Doerner (ex-Helix), che nei Saga c’è già da sei anni ma, tra numerose operazioni e acciacchi, negli ultimi anni è stato più o meno lontano dai palchi. Come detto, l’unico rappresentante dell’era più moderna era l’album “House of Cards”, da cui hanno suonato “Once In a Lifetime”, dove a Gilmour, mentre stendeva le texture di sintetizzatore, è capitato un errore per lui molto raro, e “The Runaway”.

Anche stavolta non poteva mancare il momento “da star” di Gilmour, cioè l’esecuzione dell’evergreen “Scratching the Surface”, ballata di “Heads Or Tales”. Sadler, che quella sera si è cimentato anche nel ruolo di chitarrista e bassista, subito dopo ha cominciato a mimare il volo con le mani e chiunque ha capito al volo che si trattava di una piccola, comica ouverture al mitico evergreen “The Flyer”, che aspettavamo in silenzio e con grandissima voglia. Tra tutte le scelte dall’album “Head or Tales”, però, quella che ci ha sorpreso di più è stata senza dubbio “The Pitchman”. Per il primo pezzo del bis hanno scelto l’evergreen “Wind Him Up”, che ovviamente non poteva mancare e durante il quale, per l’ultima volta, a dare una mano a Michael con il ritornello è stato tutto il pubblico. Il concerto si è chiuso con la prelibatezza strumentale “Conversations”, quando ci siamo abbandonati ancora una volta alle acrobazie multiarmoniche dei sintetizzatori.

Sarebbe del tutto inutile stabilire quale delle due leggende ci abbia entusiasmato di più quella sera, perché sono fatte di pasta completamente diversa. Tutti gli incurabili romantici e gli adoratori della raffinatezza apprezzano probabilmente un po’ di più i Marillion, mentre chi ama la teatralità epica con un pizzico di umorismo e ritmi un po’ più ruvidi guarda con maggiore simpatia ai Saga. E poi ci siamo, ovviamente, tutti quelli che apprezzano allo stesso modo il lavoro di entrambe, e per noi questa serata ha significato una doppia vittoria. Il soffitto in legno del Circus Krone, nato in origine per gli spettacoli circensi, regala un’acustica praticamente ideale, quindi anche da questo punto di vista le condizioni per un concerto erano perfette. Una serata più bella, un amante delle sfumature art rock semplicemente non poteva desiderarla.

Scaletta

MARILLION:
1. Splintering Heart
2. Cover My Eyes
3. King
4. Somewhere Else
5. The Release
6. Fantastic Place
7. Asylum Satellite #1
8. You’re Gone
9. Man Of A Thousand Faces
10. Kayleigh
11. Neverland

—bis—
12. Invisible Man

SAGA:
1.Intro
2.Out of the Shadows
3.Careful Where You Step
4.How Long
5.On the Loose
6.Ice Nice
7.You’re Not Alone
8.The Runaway
9.Once In A Lifetime
10.Framed
11.Time’s Up
12.Scratching the Surface
13.The Flyer
14.The Pitchman
15.Humble Stance
16.Don’t Be Late

—bis—
17.Wind Him Up
18.Conversations

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