Double Vision

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Arena
Etichetta: Verglas Records
Uscita: 2018
Durata: 56:01
Voto: 5/5

I campioni inglesi del neo-prog rock Arena sono tornati con un nuovo album. »Double Vision« è il seguito concettuale del classico »The Visitor« (1998), uscito vent’anni fa e che contiene la canzone omonima. Di richiami al passato degli Arena, qui dentro, ce n’è parecchi. Stando al tastierista e cofondatore Clive Nolan, il concept di »Double Vision« si ispira alla raccolta ‘Collected Ghost Stories’ dell’autore inglese M.R. James. L’atmosfera cupa e i testi su fantasmi, aldilà e un misterioso visitatore demoniaco sono perfettamente in linea con la lunga tradizione degli Arena e con la loro fama di band neo-prog più tenebrosa in circolazione. Gli Arena, guidati dai membri fondatori e autori della maggior parte dei pezzi, Nolan e il maestro dei tamburi Mick Pointer, anche stavolta non deludono, anzi: hanno confezionato ancora una volta un capolavoro, forse addirittura il traguardo migliore di questa incarnazione dei cult del neo-prog.

»Zhivago Wolf«, che non c’entra nulla con il dottor Živago di Pasternak, è un’apertura epica e cupa, carica di tensione, nel classico stile Arena: passaggi di chitarra metallizzati, trame di sintetizzatori drammatiche, stacchi di batteria decisi, linee di basso infuocate e una prova vocale imponente sono i punti forti di questo ottimo brano d’apertura. »The Mirror Lies«, con un ritornello melodico e incoraggiante, ha un arrangiamento quasi iconoclasta alla Arena, tipico dei loro lavori più rappresentativi. Per il battito atmosferico ricorda un po’ certi pezzi di »Contagion« (2003). Il cantante Paul Manzi, che per parecchi anni ha dovuto scrollarsi di dosso la lunga ombra del predecessore Rob Sowden, probabilmente ancora oggi il vocalist più amato della storia degli Arena, è ormai diventato definitivamente un elemento chiave nel dare vita ai testi complessi di Nolan e alle visioni compositive di Clive, John e Mick, trasformandoli in un dramma sonoro teso come una corda. Il suo timbro non è poi così diverso da quello del predecessore, ma te lo immagini senza fatica anche in una tribute band degli Iron Maiden, e si fonde alla perfezione con l’approccio sonoro degli Arena, che spesso sta a metà strada tra il rock progressivo sinfonico e il progressive metal.

»Scars« ha un ritornello malinconico-nostalgico che ricorda un po’ un classico degli Arena in più puntate intitolato »Crying For Help«, e un epico assolo di chitarra firmato dal virtuoso John Mitchell, che oltre al lavoro con gli Arena è impegnato con un sacco di altre band, a cominciare dagli It Bites, e con vari side project. »Paradise of Thieves« ha un riff robusto e un’intelligente costruzione della tensione. In questo, negli anni, gli Arena sono diventati dei veri specialisti. Anche stavolta in primo piano c’è un ritornello melodico e malinconico, che a questo pezzo basta e avanza per entrare di diritto tra i classici degli Arena. »Red Eyes«, uno dei brani più cupi di »Double Vision«, con un dramma atmosferico di altissimo livello, sfoggia un maestoso arrangiamento d’organo e passaggi di chitarra rabbiosi, a cui segue una svolta a sorpresa verso una sezione atmosfericamente luminosa, con un ritornello trionfale. All’insolito uso del vocoder  nella parte centrale segue il passaggio a una sezione trionfale con armonie stratificate  di chitarre e tastiere, mentre l’intelligente chiusura con le ondate di mellotron è una delle migliori di tutta la storia degli Arena.

La ballata dal taglio acustico »Poisoned« è una sorpresa a modo suo, visto che finora gli Arena di ballate non ne avevano fatte molte, ma funziona alla grande, soprattutto grazie all’eccellente prova vocale di Manzi. Il gran finale di »Double Vision« è affidato a un capolavoro epico di 22 minuti, »The Legend of Elijah Shade«, che ha strappato a »Moviedrome«, classico di »Immortal?« (2000), il titolo di brano più lungo della storia degli Arena. Anche se gli spunti concettuali non sono del tutto chiari, si intuisce che il sinistro Elijah Shade, raffigurato in tutta la sua mostruosità sulla copertina dell’album, è uno dei nomi del visitatore demoniaco e tentatore che, a metà tra il diavolo e la morte, era già comparso in »The Visitor«. Nolan si è sempre divertito con personaggi della mitologia dei popoli antichi, temi vittoriani, fantasmi e figure e forze misteriose e tenebrose che mettono alla prova la coscienza morale dell’umanità. Stavolta nel testo ha messo in scena l’incarnazione del male assoluto, che in cambio dell’esaudimento dei desideri più profondi pretende un’anima umana. Una delle avventure più cupe e dal sapore vittoriano della saga degli Arena si apre con suoni sinistri e demoniaci, e la sezione d’apertura potrebbe fare da colonna sonora a un qualche film horror. Segue il passaggio a una sezione infuocata, suonata con un ardore eccezionale, mentre le sezioni strumentali intermedie, complesse, aumentano ancora il dramma tenebroso e l’intensità atmosferica generale. I fan di lunga data, ascoltando certe sezioni e il continuo alternarsi di arrangiamenti sinfonici drammatici e armonie pittoresche, coglieranno di sicuro qualche influsso dal passato degli Arena, anche dai loro primi tempi. Un’altra curiosità di questo monumentale poema, che si chiude in modo estremamente sinistro, è che il ritornello imponente arriva solo poco prima della sua metà.

Agli Arena, che per ogni nuovo progetto in studio si prendono sempre tutto il tempo necessario perché il successo sia garantito, con »Double Vision« è riuscito il colpo di creare un capolavoro oscuro di proporzioni epiche, che prosegue la loro invidiabile tradizione di album di un’intensità atmosferica fuori dal comune. Soprattutto grazie alla cupa odissea finale su Elijah Shade, un tipo che di sicuro non vorresti incontrare, si guadagna il titolo di lavoro più elettrizzante degli Arena dell’era Manzi. Dopo tanto tempo, la stessa formazione degli Arena, con il bassista Kylan Amos, ormai non più una novità, è riuscita a restare insieme per più di un album, e speriamo che duri almeno ancora per qualche anno. Per il prossimo album in studio degli Arena probabilmente toccherà di nuovo aspettare parecchi anni, ma con »Double Vision«, che in un attimo farà cadere in dipendenza i fan di lunga data, l’attesa sarà di sicuro molto più leggera.

Formazione

Paul Manzi – voce
John Mitchell – chitarra, cori
Clive Nolan – tastiere, cori
Kylan Amos – basso
Mick Pointer – batteria

Produzione

Clive Nolan

Tracklist

1. Zhivago Wolf (4:48)
2. The Mirror Lies (6:58)
3. Scars (5:17)
4. Paradise Of Thieves (5:10)
5. Red Eyes (6:41)
6. Poisoned (4:28)
7. The Legend Of Elijah Shade (22:39)

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