Dream Theater : Octavarium
Etichetta: Atlantic Records
Data di uscita: 07.06.2005
Produzione: John Petrucci & Mike Portnoy
Durata dell’album: 75.46 min
Genere: Progressive Metal
“Octavaruim” è un album rock “progressivamente alla Dream Theater” dalla testa ai piedi, e cercarci dentro “Images And Words” (1992) è una vera follia! I nuovi Dream Theater non si perdono più in giro senza meta con assoli ultrasonici da cannoneggiamento, ma infilano motivi più compatti, così i pezzi hanno un filo rosso, non sono frammentati e l’album, da questo punto di vista, è coerente. Lo stile incazzatissimo di “Train Of Thought” è dimenticato. Ad aprire il disco c’è The Root Of All Evil, che chiude la trilogia su Mike Portnoy e gli anni della sua dipendenza dall’alcol (per chi conosce la band più a fondo: i primi due capitoli della trilogia di “Mike l’alcolizzato” sono The Glass Prison e This Dying Soul). Il pezzo porta con sé un’enorme cortina distorta, con linee vocali drammatiche nel pre-ritornello che nel ritornello saltano a una melodicità sospetta, alla Ana Lee da “Falling Into Infinity” (1995). Se “Train Of Thought” era un metalleggiare incazzato in cui di Rudess non si capiva granché, sul nuovo disco le tastiere danno un contributo importante al sound dei nuovi Dream Theater. Le sognanti The Answer Lies Within e la leggermente più dura These Walls (quella usata come pezzo promozionale, passata alle radio prima dell’uscita del disco) sono gemelle sia nello stile che nell’atmosfera e placano del tutto il disco. Sono delicate e, in generale, due brani rifiniti con cura, compiuti dalla testa alla coda. Dal punto di vista tecnico, in fatto di innovazione e ricerca, però, nessuna delle due ha niente di speciale. Il ritornello di These Walls, forse più di tutto, riporta in vita i vecchi tempi “early nineties” della band. Segue I Walk Beside You, sparata in chiave pop rock, che è la prima vera sorpresa del disco. Il riff di chitarra, spinto un po’ sullo sfondo come il ticchettio di un orologio nel pre-ritornello, trova un bel contrasto in produzione con il basso. Poi arriva un ritornello leggero e ottimo (LaBrie qui è fenomenale), che ti entra in testa al primo ascolto. Probabilmente piacerà perfino a quelli di voi che vanno matti per gli U2.
Poi arriva una vera mazzata prog metal con Panic Attack. Il suono di chitarra modernizzato e sporco alla nu-metal copre gran parte dello spettro sonoro, il pezzo ha una dinamica brillante, con quei ritmi spezzati tipici, costruiti con arte, alla “Dream Theater”. In pratica è anche la prima volta, sul disco, che il doppio pedale di Portnoy si sveglia e si stiracchia per bene. Un ottimo cambio d’atmosfera, lungo un pezzo in cui i motivi spontanei scorrono fluidi e sono suonati con grande vigore, sempre in marcia alta! Una novità è anche l’uso di sample sonori, o come si chiamano? L’uso di “soundscape elettronici”, soprattutto in entrata e in uscita dai pezzi, che prima nei Dream Theater non c’era, è un bel modo di variare l’espressione della band: dopo il mare di note consumate in tutta la carriera, i Dream Theater hanno praticamente un bisogno disperato di una ventata di freschezza, e questa è una delle strade che gliela porta alla perfezione, salvando loro la pelle. Never Enough è un pezzo altrettanto prog metal fino al midollo, pesante e rotolante, in cui James LaBrie fa un’ottima parte vocale, portando con il suo straordinario sentire il vero dramma nel brano. A volte dà fastidio il fatto che negli assoli sia difficile distinguere il suono della chitarra di Petrucci da quello del giocattolino di Rudess, che il tipo stesso chiama “the continuum fingerboard”.
Il disco migliora di pezzo in pezzo e alla fine tocca il vertice. Sacrificed Sons è il brano che richiama in vita di nuovo “l’abbattimento delle twin towers” nel mezzo di New York. Sul piano dei testi la band qui perde decisamente in serietà e intelletto, ma in fin dei conti i Dream Theater sono solo dei “proud citizens of USA”, quindi per queste puerilità commerciali oggi possiamo al massimo compatirli. Il pezzo, che all’inizio si sviluppa pigro, è condito con gusto di orchestrazioni dall’inizio alla fine. Poco prima della metà i ragazzi si scatenano e cominciano a far scoppiare pericolosamente il loro strumentario. Solo in questo pezzo ci imbattiamo nel classico fuoco incrociato di assoli tra Petrucci e Rudess. Sarebbe stato il momento più imponente del disco, se non fosse seguito dall’epica title track di 24 minuti. Un’epica nel vero senso della parola, sia per lo straordinario senso della melodia, sia per i ribaltamenti atmosferici, sia per il senso della costruzione di una composizione solida. L’epica si apre in modo sfacciatamente “floydiano”, con la chitarra “glissando” di Petrucci al centro. L’atmosfera iniziale in cui si ritrova LaBrie è semplicemente gelida: il ragazzo canta attraverso una serie di effetti stereo chorus echo, a tratti quasi in forma di narrazione, coperto da colori trascendentali di suoni di chitarra e linee di pianoforte. Il pezzo è Dream Theater stratificati dalla testa ai piedi. Bravuroso sotto ogni punto di vista. Come ho detto. Per lo straordinario incastro di motivi compatti, melodie ben condite e atmosfere variopinte che passano l’una nell’altra senza il minimo intoppo. I ragazzi non allentano mai il pezzo con qualche assolo tirato per le lunghe di “bisticcio malato” e così non gli tolgono consistenza. Mamma mia! E poi è aggiunto anche il flauto. Qui i ragazzi, a sorpresa, hanno portato in primo piano anche John Myung, il cui basso, da qualche parte a metà del pezzo, comincia a ronzare e a sferragliare lungo tutto il brano.
I pezzi sono vari. Stavolta non si può parlare di un focus stilistico chiaro e solido della band. Il lato positivo è che i Dream Theater hanno tirato fuori un album straordinariamente maturo, che l’integrazione di Rudess nel gruppo ha finalmente dato i suoi frutti, dato che il ragazzo stavolta ha uno dei ruoli fondamentali nel sound dei Dream Theater, che Petrucci finalmente non si esibisce più a colpi di assoli e la sua chitarra sta nell’espressione della band in modo costruttivo e finalmente alla pari, che Portnoy è standard, meno sul doppio pedale che in passato e più su piatti e tom di passaggio, e che James LaBrie, come già detto, dopo il disastro che ha combinato su “Train Of Thought”, brucia con la voce come non faceva da un pezzo. Insomma, ai Dream Theater è finalmente riuscito di tirare fuori la giusta combinazione di tutto. Un bel puzzle di melodie ascoltabili e atmosfere variopinte convincenti, senza sfoghi solistici pretenziosi, ed è per questo che il disco ha il giusto “feel” e convince. I Dream Theater stanno quindi piano piano diventando maturi e raffinati, cosa che di solito si insedia nello spirito di una band solo con gli anni. Tutto questo mantiene i Dream Theater come una delle figure centrali nel panorama attuale del progressive rock nel mondo della musica.
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 8.5 / 10
Tracklist:
1. The Root Of All Evil (8:07)
2. The Answer Lies Within (5:26)
3. These Walls (6:59)
4. I Walk Beside You (4:29)
5. Panic Attack (7:16)
6. Never Enough (6:33)
7. Sacrificed Sons (10:42)
8. Octavarium (24:00)
Formazione:
James LaBrie – voce
Mike Portnoy – batteria, cori, percussioni
John Petrucci – chitarra, cori
John Myung – basso
Jordan Rudess – tastiere, “continuum”, “lap steel guitar”