Duran Duran a Zagabria con `Paper Gods` (2017)
Location: Zagabria / ŠRC Šalata / Croazia
Data: 29.08.2017
I Duran Duran sono oggi considerati leggende della new wave, del new romantic e della musica mainstream degli anni Ottanta. Grandi portabandiera della generazione pop di quel decennio. Con oltre 100 milioni di dischi venduti negli Eighties, questi stilisti dell’art e del pop rock non hanno cementato la loro credibilità solo con composizioni originali eccellenti: con le loro innovazioni hanno cambiato radicalmente anche lo sviluppo della produzione musicale. Una produzione che, di conseguenza, soprattutto in senso commerciale, ha approfondito e allargato ancora di più la percezione e l’uso del glamour nel mondo dello show business musicale.
La nostalgia degli anni Ottanta è tornata. È tornata ancora una volta dalle nostre parti, vicino ai boschi sloveni. Nella capitale croata Zagabria, dove i Duran Duran avevano suonato per la prima volta nel 2001. Stavolta hanno fatto tappa al centro sportivo-ricreativo Šalata e hanno fatto il tutto esaurito. Già molto prima del concerto la folla arrivava a fiumi da ogni direzione, e il viavai, sull’onda dell’entusiasmo, cresceva di minuto in minuto, proprio come la tensione scatenata dalla fretta adrenalinica di aspettare l’inizio del concerto. I Duran Duran sono la band di una generazione che ha vissuto l’adolescenza negli anni Ottanta. Oggi sono signore e signori ormai sui cinquanta. Ma figurati se tutte quelle signore, a Zagabria, per quasi due ore non si sono trasformate di nuovo in ragazzine urlanti, riportando a galla i ricordi dei poster appesi in camera, strappati dai numeri della rivista Bravo, in cui potevano perdersi per ore e ore, innamorate dei loro principi su cavalli bianchi. E tutti questi signori che oggi vengono ai concerti? Dall’altra parte si sono trasformati di nuovo in veri galletti che, ai tempi dell’esplosione Duran Duran negli anni Ottanta, hanno scoperto per la prima volta cos’è il gel per capelli, e poi tinte e altri accessori per fissare e modellare le acconciature. Ognuno voleva essere il proprio Simon Le Bon o John Taylor,…. Ahhh ricordi, dolci ricordi….
Quasi due anni fa la band ha pubblicato il nuovo album in studio, «Paper Gods», e prima di arrivare a Zagabria l’ha già portato in giro intensamente per i palchi di tutto il mondo. Solo in Nord America la band è andata ben tre volte nell’arco di due anni, in tre tour diversi. L’esibizione di Zagabria è quindi una delle ultime di questo tour: seguono soltanto le date a Treviso, in Italia, e a Dublino, in Irlanda, più due concerti a Singapore, nella lontana Asia.
«Paper Gods» è un album forte, non così «tradizionalmente seducente» come lo sono, tra i risultati post-millennio della band, «All You Need is Now» (2011) e «Astronaut» (2004). Torna a puntare su un po’ più di sensibilità pop e, di conseguenza, su una cinetica ritmico-danzereccia accentuata, ma ormai ben collaudata per i Duran Duran. Per fortuna non si tratta dell’ennesimo naufragio commerciale, di quelli che i Duran Duran hanno collezionato, e non pochi, nella loro carriera con l’uscita di alcuni album. Certo, la maggior parte della gente si è radunata a questo concerto, ovviamente e esclusivamente, per la memorabile pletora di hit degli anni Ottanta contenuti nei primi tre album in studio della band.
Finalmente! Una location che di norma (tribune più parterre) a sold out ospita circa 5.500 persone e dove ci si può godere il concerto liberamente, senza (claustrofobici) schiacciamenti e senza boccheggiare in cerca d’ossigeno. Cinque anni fa a Križanke, quando al concerto dei Duran Duran si pigiavano oltre 4.000 persone, quel sovraffollamento aveva rovinato un po’ il gusto dell’evento. Anche la produzione del concerto, che con i Duran Duran è molto impegnativa, stavolta ha avuto un’espressione decisamente migliore rispetto a Križanke, anche se pure quel concerto a Lubiana era stato molto bello e molto buono. Stavolta le condizioni erano ottimali, e quindi anche il concerto, nel complesso, è stato eccellente. La band è salita sul palco in una formazione praticamente identica a quella di cinque anni fa a Lubiana, solo che per questo tour si è portata dietro non una, ma due voci di accompagnamento. Oltre al quartetto standard formato da John Taylor (basso), Roger Taylor (batteria), Nick Rhodes (tastiere) e Simon Le Bon (voce), sul palco c’erano altri membri: i veterani del tour Dominic Brown alla chitarra e Simon Willescroft, sassofonista e percussionista, mentre i ruoli delle voci di accompagnamento erano affidati ad Anna Ross e Jessie Wagner.
Dal sound alle atmosfere altamente vibranti, sostenute da proiezioni di vera portata atmosferica che giravano sullo sfondo, fino ai mille giochi di colore delle intense luci di scena. Tutto era al posto giusto. Una malia vorace e ipnotica ha preso possesso del posto. La band, di ottimo umore quella sera, ha consegnato uno show eccellente anche dal punto di vista dell’esecuzione. Lo ha fatto crescere di minuto in minuto, con lo spettacolo che ha toccato il culmine proprio nel bis, con la combo di due classici di «Rio», Save A Prayer e la conclusiva Rio. Prima dell’esibizione, tra i soliti scettici girava una sola domanda: in che forma vocale sarà Le Bon? L’uomo ha spazzato via ogni dubbio appena salito sul palco. Le Bon ha offerto una prova vocale eccellente, che è andata crescendo per tutto il tempo, e il fiato non gli è mancato nemmeno negli ultimi atti del concerto. Ha mostrato inoltre una bella dose di sensibilità in brani come Save a Prayer, che è stata abbinata al preludio in forma di ballad Universe Alone. Le armonie vocali che sostenevano Le Bon sono state eseguite dai musicisti in grande stile, ma il sostegno principale al carismatico cantante l’hanno dato ovviamente le due coriste. Che, tra l’altro, sono anche davvero sexy!
Sul palco la band è dinamica e scattante. Tutta questa energia e questo «beat» ad alto numero di ottani, rinforzato dalle fantastiche linee di basso del maestro John Taylor, ti invita automaticamente a ballare, e il pubblico ha accompagnato il concerto anche cantando i versi a squarciagola. Soprattutto la parte davanti, cioè il fan pit, ricordava più di una volta gli anni Ottanta, quando la popolarità della band metteva in discussione perfino la famigerata Beatlemania. Durante il concerto, tra la folla si levavano spesso urla acute di ragazze, e anche al limite del delirio e dell’isteria.
Nella prima parte la band, dopo l’iniziale nuova Paper Gods, è passata molto in fretta ai classici riconoscibili, e tutta Šalata è saltata in aria per la prima volta con Wild Boys, seguita da Hungry Like the Wolf e poi dalla bondiana A View to a Kill. Nel repertorio non è mancata l’eccellente delizia art Come Undone, una delle canzoni più forti nate negli anni Novanta, ma che in qualsiasi momento può misurarsi con qualunque istante della celebre carriera della band negli Ottanta. La parte centrale del concerto era dedicata alla promozione del nuovo album, per cui i ragazzi ci sono tornati. Poi è arrivata una delle sorprese più belle del repertorio. Un brano di «Rio» trascurato ed eccellente, Hold Back The Rain. Pezzo davvero brillante, canzone potente, in cui per la prima volta si è sentita affondare nei fraseggi di chitarra anche la chitarra di Dominic. Dominic è un maestro della sei corde e porta egregiamente le scarpe di un predecessore difficile da eguagliare come Andy Taylor. Se non prima, ce ne siamo potuti convincere soprattutto nella parte finale del set regolare con Girls On Film, dove ha brillato in un assolo raffinato. Per il resto, la nascita del suono e dello stile che ha caratterizzato l’estetica pop degli anni Ottanta. I sintetizzatori del sopraffino Nick Rhodes frusciavano e restituivano tutta la sonorità elementare degli Eighties.
Ogni secondo dell’esibizione è studiato nei minimi dettagli. Tutto era al posto giusto. Anche la comunicazione di Simon Le Bon con il pubblico: l’anno prossimo compirà tondi tondi sessant’anni, ha perso quella pancetta che sfoggiava a Križanke, e al tempo stesso mantiene un aspetto spiccatamente giovanile, come pure l’energia che irradia. Anche sul palco si comporta come una volta (o come sempre). A modo suo. Civettuolo, da monello, ma incredibilmente contagioso e con stile, ovviamente. Il cantante, di nuovo snello, conserva quindi quel fascino seducente che ha fatto tremare di nuovo le ginocchia alle signore del pubblico, mozzandogli il fiato e facendo schizzare il battito cardiaco.
Che dire. Concerto super di una band in super forma. Si sente che la maggior parte dei concerti suonati in quasi due anni è la garanzia della forma eccezionale in cui i Duran Duran si trovano adesso dal vivo. Già dopo il nuovo singolo hit Pressure Off la band ha ricoperto Šalata di coriandoli, ma alla fine del concerto, quando la band si è lanciata all’assalto con la celebre Rio e la chitarra in distorsione svettava alla grande nel quadro sonoro, i cannoni sparacoriandoli hanno letteralmente inondato il posto. È interessante che nel repertorio la band abbia praticamente evitato il classico album «Seven And The Ragged Tiger», che molti fan della band considerano il loro disco preferito dei Duran Duran. Durante (Reach Up for the) Sunrise hanno inserito il ritornello dell’hit New Moon On Monday, per poi tornare alla conclusione del brano di «Astronaut» appena citato. Giusto il tanto che basta per stuzzicare davvero il pubblico. La luna brillava in cielo, ma era martedì, non lunedì, comunque. Almeno The Reflex avrebbe dovuto stare in scaletta. Ed è anche l’unico piccolo appunto all’esibizione, questa indifferenza verso l’album «Seven And The Ragged Tiger». Per il resto, top sotto ogni aspetto. I Duran Duran restano l’emblema dell’incontro raffinato tra rock ed estetica pop in un artigianato sonoro-musicale tutto loro. Un’esperienza live eccellente, insomma. Il pubblico del posto sold out di Zagabria è stato completamente stregato e incantato!
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta:
1. Paper Gods
2. Wild Boys
3. Hungry Like the Wolf
4. A View to a Kill
5. Come Undone
6. Last Night in the City
7. What Are the Chances?
8. Notorious
9. Pressure Off
10. Hold Back the Rain
11. Ordinary World
12. I Don’t Want Your Love
13. (Reach Up for the) Sunrise (con un pezzo di New Moon on Monday)
14. White Lines (Don’t Don’t Do It) (cover di Grandmaster Melle Mel)
15. Girls on Film (Segue Edit)
—bis—
16. Universe Alone/Save a Prayer
17. Rio




































