Earthborn

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Passport
Etichetta: Atlantic Records
Uscita: 1982
Durata: 43:15
Voto: 4.5/5

Il leggendario sassofonista, tastierista e compositore Klaus Doldinger, anche negli anni Ottanta e nonostante qualche cambiamento evidente nel suo linguaggio sonoro, ha mantenuto la fama di massima autorità del jazz rock fusion tedesco, perché nel comporre ha sempre messo al primo posto qualità come la creatività, la sensibilità e lo spirito d’avventura nella scoperta di nuove sfide sonore, anche a costo di rinunciare a un eventuale successo commerciale più ampio, che nel caso dei Passport sembrava sempre nascosto dietro l’angolo ma che, per le ragioni più disparate, è rimasto irraggiungibile.

“Earthborn” rappresenta un momento importante nella carriera di Klaus, quello in cui è riuscito a fondere la sua ricca tradizione compositiva con qualche esperimento del tutto fresco, entrando negli Ottanta a tutto vapore senza inciampare nella logica corporativa, cosa che in quel periodo capitò a parecchi suoi colleghi del jazz fusion e del progressive rock. Qui si è riunito ancora una volta con il batterista di culto Curt Cress (nella sua variegata carriera è stato, oltre che nei Passport, membro di band non meno celebri come Triumvirat e Saga). Cress si è costruito la fama di innovatore della batteria in gran parte grazie all’uso pionieristico delle percussioni elettroniche, e per questo i Passport avevano un suono parecchio moderno già diversi anni prima dell’inizio degli Ottanta.

Proprio il suo contributo alla batteria, insieme all’incredibile chimica tra il sassofono di Klaus e la chitarra tra le dita di Kevin Mulligan, è la chiave per cui “Earthborn”, anche dopo la prova del tempo, resta tra i migliori risultati del jazz rock fusion di metà anni Ottanta. Klaus, nel frattempo, la tecnologia dei sintetizzatori che allora dominava la scena ce l’aveva già in tasca, per non parlare del suo straordinario senso nel comporre arrangiamenti melodici, che ha dimostrato anche nella creazione di colonne sonore per alcuni successi cinematografici (le più famose sono “Das Boot” e “Neverending Story”). Si sente benissimo nei due brani cantati di un album per il resto quasi del tutto strumentale, dove ha sperimentato con il rock melodico.

Già l’iniziale “Palm Tree Song” è un esempio parecchio riuscito di come unire vecchio e nuovo, con una combinazione efficace di percussioni elettroniche, maestosi tappeti di sintetizzatore e sottili passaggi di slide guitar, insieme agli immancabili voli solisti di sassofono di Klaus. “Ball the Jack”, arricchita da ritmi funk, contiene tanti momenti interessanti di uso sofisticato dei sintetizzatori Korg a opera del tastierista e cantante Hermann Weindorf (e ogni tanto anche di Doldinger). Dall’altra parte, sul disco ci sono anche brani in cui ci si può ancora godere un’eccezionale abilità tecnica e una marea di ritmi movimentati, come “Bassic”, con linee di basso super creative firmate Dieter Petereit. La title track è quasi un archetipo del classico Passport: un ottimo incontro tra natura morta ambient e melodicità col giusto tempismo, grazie a malinconici passaggi di sassofono e a svolte ritmiche piene di temperamento, mentre il sensibile assolo di chitarra tra le dita di Kevin Mulligan riempie alla grande tutto il collage sonoro.

La riuscita convivenza tra jazz rock e AOR trova la sua prova migliore nell’ipnotica e melodica “New Moon”, che con mosse di marketing un po’ più furbe sarebbe di sicuro potuta diventare un megalomane hit radiofonico, visto che ha tutte le spezie necessarie per un successo del genere. Weindorf, con il suo ottimo canto senza la minima traccia di accento tedesco, ricorda parecchio il leggendario Eric Woolfson, quindi non sorprende che questo curioso esperimento di incrocio tra due generi completamente diversi entri nelle orecchie soprattutto dei fan di The Alan Parsons Project, ma anche di band come Camel (quelli degli Ottanta, ovvio), ELO e Supertramp. L’approccio vocale contagiosamente melodico di Weindorf, sostenuto da melodrammatici cori femminili e da tanti divertenti ornamenti di sassofono e sintetizzatore, ancora oggi è una vera manna per quei pochi che sono al tempo stesso palati fini del fusion e dell’AOR.

“Allemende” è condita da imponenti linee di sintetizzatore e dall’incredibile chimica tra sassofono e chitarra. Le parti di basso battagliere si fondono alla perfezione con una ritmica scatenata e con il motivo principale, che potrebbe tranquillamente fare da base a uno dei progetti di Klaus nel campo delle colonne sonore. “Leave Taking”, sia per struttura che per atmosfera, è un brano che sarebbe potuto nascere benissimo anche negli “aurei” anni Settanta e piacerà di sicuro a tutti gli amanti dei Weather Report: i sottili passaggi di sintetizzatore, che con il supporto di percussioni di ogni tipo hanno un pizzico di world music, ricordano parecchio alcune idee uscite dalle volute creative dell’immortale Joe Zawinul.

“Abakus” è un altro centro pieno quando si tratta di combinare con raffinatezza giocosità strumentale, melodia e atmosfera malinconica, con tanti momenti in cui mostrare le proprie doti da solista, cosa che in un fusion di qualità non può proprio mancare. La conclusiva “Night Delighter”, dopo “New Moon”, è un altro esempio succoso di ponte tra jazz rock e AOR con una brezza di disco, in cui Weindorf torna a brillare con una prova vocale fenomenale. Oltre al canto brillante, che culmina in un ritornello contagiosamente melodico, la cosa più interessante qui è la riuscita sincronizzazione di un ritmo quasi disco con certe mosse tipicamente jazz.  Spicca in particolare l’orgia di sassofono di Klaus, con cui cementa ancora una volta il suo status di uno dei più grandi maestri di questo strumento a fiato.

Mister Doldinger e la sua ciurma sono entrati negli anni Ottanta in modo sorprendentemente riuscito, cosa di cui, diciamocelo, può vantarsi solo una piccola percentuale delle band di jazz rock fusion. La fusione di Klaus tra generi tanto diversi come jazz, funk, progressive rock e AOR era rischiosa, ma ha dato vita a un album sorprendentemente forte, con un equilibrio armonico tra ricca melodia, soprattutto nelle parti ritmiche, e arrangiamenti strutturati con intelligenza, che sotto ogni aspetto lo piazza tra i suoi migliori risultati (sia con i Passport che da solista). Oggi parecchi puristi del prog alzano le spalle quando si nominano i Passport dopo il 1976, perché da allora la progressività non è stata più tra gli elementi principali della compagnia di Klaus, almeno non nel senso pieno del termine, ma così facendo ignorano il fatto innegabile che hanno continuato a fare tanti album buoni o addirittura ottimi, come proprio “Earthborn”.

Formazione

Klaus Doldinger – sassofono, flauto, tastiere
Curt Cress – batteria, percussioni
Kevin Mulligan – chitarra
Dieter Petereit – basso
Hermann Weindorf – tastiere, voce

Produzione

Passport

Tracklist

1. Palm tree song (4:16)
2. Ball the jack (4:30)
3. Bassic (3:17)
4. Earthborn (5:52)
5. New moon (4:10)
6. Allemande (4:35)
7. Leave taking (5:45)
8. Abakus (5:40)
9. Night Delighter (5:10)

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