Eloy
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Eloy
Etichetta: Philips Records
Uscita: 1971
Voto: 2.5/5
Insieme ai Tangerine Dream, gli Eloy sono stati senza dubbio la band di rock progressivo tedesca più amata e importante, sempre rimasta fuori dai soliti schemi elettronici tedeschi della cosiddetta scena krautrock e, per il suo suono fatto di tante ondate sinfoniche esoteriche e di testi esoterici/fantascientifici, più vicina ai gruppi prog rock britannici come Yes o Pink Floyd. Proprio all’influenza di questi ultimi devono in buona parte la loro evoluzione in uno dei nomi di punta, e più longevi, dello space rock, caratterizzato tra le altre cose da testi e concept fantascientifici più o meno originali. Già il nome della band era preso dalla razza futuristica degli Eloi del popolare romanzo di fantascienza di H.G. Wells “La macchina del tempo”, anche se all’inizio era più che altro il riflesso della filosofia rivoluzionario-utopistica di gran parte dei membri, tra i quali spiccava come strumentista il chitarrista e cantante Frank Bornemann, che dopo l’uscita del loro omonimo debutto si è imposto anche come il capo della banda. Direi che è stato uno dei migliori chitarristi (prog) rock tedeschi della sua epoca, ed è proprio il suo contributo a tirare fuori questo album dalla mediocrità tipica degli esordi.
All’epoca del debutto gli Eloy suonavano in modo parecchio diverso da come avrebbero fatto nei successivi album space rock. Il loro stile somigliava di più all’hard rock eclettico (o art rock, se preferite) di gruppi come Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath, Wishbone Ash o Uriah Heep, con tanti passaggi incisivi di chitarra e organo, e quell’influenza hard rock si sente in certi punti ancora per un bel pezzo anche negli album seguenti. Alcuni riff secchi di Frank sono già al limite del poter definire gli Eloy addirittura tra i pionieri dell’heavy metal (tedesco). Nei testi si trovano un idealismo ingenuo e una carica rivoluzionaria, il che non sorprende, visto che l’incarnazione della band di allora faceva parte della scena studentesca di sinistra tedesca e alcuni membri, con in testa il cantante Erich Schriever, vivevano addirittura in comune. Del tutto logico che dopo l’uscita del debutto cambiamenti radicali di stile fossero inevitabili.
“Today” dopo l’introduzione psichedelica, quasi un capriccio, si trasforma in un hard rock energico con voce malinconica e testo assurdo. La particolarità principale del pezzo è soprattutto la chitarra di Boernemann, che sciorina un sacco di riff incisivi e un buon assolo, mentre Schriever se ne esce con i suoi “nanana” vocali, che ha chiaramente preso in prestito dagli Uriah Heep. Un attacco solido, anche se per niente originale. “Something Yellow”, che con più di otto minuti è il brano più lungo del disco, è un altro lavoro pieno dei classici motivi hard rock della scuola Uriah Heep, soprattutto con chitarra e tastiere. Dopo un’introduzione piuttosto drammatica al pianoforte di Wieczorke, entrano un riffing e un ritmo energici di cui non si vergognerebbe nessuna band hard rock/heavy metal dell’epoca. Qui Schriever canta con una voce soul molto marcata: nel complesso è piuttosto nella media, ma per gli standard tedeschi abbastanza buona. Nel finale arriva una lunga jam bluesy con gustosi passaggi di chitarra. Segue la title track “Eloy”, che parte come un solido inno hard rock con un riff interessante e una voce alla Heep. La particolarità di questo pezzo è l’inaspettata sezione strumentale con le percussioni e un ottimo assolo di batteria. Sul cupissimo “Song Of Paranoid Soldier”, che chiaramente parla della guerra in Vietnam, gli Eloy tornano a servire pesanti riff di chitarra, possenti passaggi di batteria e una voce drammatica. Una creazione piuttosto nella media, ma Frank ci regala di nuovo un assolo succoso. La sezione finale dopo l’ultimo cambio è talmente brutale che potresti tranquillamente chiamarla heavy metal puro. “Voice Of Revolution” è un altro hard rocker energico con un testo ingenuo, dove non riescono a nascondere le loro influenze blues/hard rock più che evidenti, soprattutto nella voce e nella chitarra. Sull’epica semi-ballad “Isle Of Sun”, che secondo me è il pezzo migliore del disco e il più vicino al loro futuro indirizzo space rock, anche il tastierista Wieczroke finalmente si sfoga come si deve, regalando meravigliosi passaggi sinfonici d’organo che si intrecciano alla perfezione con le chitarre di Frank e creano un’atmosfera epica. A brillare in modo particolare è Schriever, che offre la migliore prestazione vocale del disco, anche se non riesce a nascondere l’influenza di David Byron. Qui gli Eloy prendono finalmente vita come una band rock (progressiva) promettente e offrono la dose maggiore di originalità rispetto all’hard rock classico che domina l’album. La conclusiva “Dillus Roady” è invece ancora una solida creazione classic rock/blues rock sotto l’influenza degli Uriah Heep. Il testo parla di uno dei loro addetti al palco. Qui sorprendono con un ottimo riff di chitarra bluesy e con l’intreccio tra il suono dell’hammond e il ritmo. Il risultato ricorda un po’ il motivo di un classico degli Uriah Heep, “Gypsy”. La sezione drammatica con il riff incandescente, gli hammond e la voce malinconica farà felici tutti gli amanti del blues/hard rock. La seconda parte dell’album è un po’ meglio della prima, il che fa pensare che i pezzi siano stati scritti e registrati nello stesso ordine in cui compaiono nel disco, visto che da uno all’altro si nota un progresso compositivo sempre più marcato.
“Eloy” è comunque, pur essendo un debutto solido, che in buona parte si reggeva sul dominio della chitarra elettrica di Frank e può vantare lo status di uno degli album chiave per scoprire le radici dell’hard rock/heavy metal tedesco, ben lontano dal successivo stile space rock, che a me piace parecchio di più. Oltre alla mancanza di originalità e all’influenza più che evidente di altre band, con gli Uriah Heep in testa, la maggior parte dei pezzi del disco è fin troppo frammentata, a tratti come se non riuscissero a decidersi tra la franchezza hard rock e la sperimentazione, che però non sempre dà i risultati migliori. Resta comunque un solido inizio del loro lungo cammino e un debutto migliore di quello di parecchie band più famose dell’epoca, che piacerà a tutti gli amanti del buon hard rock classico. Dopo l’addio di Schriever e del batterista Draht, Boernemann è diventato anche il cantante principale e, fino all’uscita dell’album successivo, che è stato un grande passo avanti, gli Eloy hanno rivoltato come un calzino il loro volto sonoro e lirico.
Formazione
Erich Schriever – voce
Frank Bornemann – chitarra, cori
Wolfgang Stöcker – basso
Manfred Wieczorke – tastiere
Helmut Draht – batteria
Produzione
Peter M. Freiherr Von Lepel
Tracklist
1. Today (5:56)
2. Something yellow (8:15)
3. Eloy (6:15)
4. Song of a paranoid soldier (4:50)
5. Voice of revolution (3:07)
6. Isle of sun (6:03)
7. Dillus roady (6:32)
Durata dell’album: 40:58