Network
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Saga
Etichetta: SPV Records
Uscita: 2004
Voto: 4/5
(autore della recensione n. 2: Peter Podbrežnik)
I leggendari art rocker canadesi Saga sono invecchiati come il buon vino con ogni album uscito in questo nuovo secolo. Dopo la rinascita totale del loro sound con “Full Circle” (1999), il capolavoro “House Of Cards” (2001) e l’ottimo “Marathon” (2003), hanno continuato a tutto ritmo a mescolare il loro suono inconfondibile con qualche idea, rara, mai sfruttata finora. “Network” è una specie di ponte sonoro tra i Saga classici degli anni ’80 e la loro veste più moderna, con una produzione che mette ancora un po’ più in risalto la botta delle singole composizioni, cosa che illustra bene anche la copertina, più che azzeccata e simbolica, dove vecchio e nuovo si intrecciano. “Network” è insomma un altro album dei Saga abbastanza tradizionale, classico, con la loro tipica miscela di hard rock melodico e rock progressivo sinfonico: per quantità di cambi di tempo complessi e imprevedibili e di inserti sinfonici sulle tastiere sofisticate pendono comunque un filo di più verso quest’ultimo, anche se stavolta badano a non farsi portare troppo lontano nell'”universo” sperimentale. Di potenziali hit capaci di sfondare nelle classifiche radiofoniche di casa loro, anche stavolta, nemmeno l’ombra. Ambizioni del genere si sono più o meno spente alla fine degli anni ’80, e se qualche pezzo aveva un potenziale da hit, era solo un caso.
Rispetto al predecessore “Marathon”, su “Network” ci sono un po’ meno brani a tempo medio, mentre la sezione ritmica ha guadagnato parecchio in botta e massa, merito soprattutto del batterista americano Christian Simpson, che ha preso il posto del batterista originale Steve Negus, deciso a ritirarsi. Quest’ultimo, a mio avviso, era una parte importante del loro sound riconoscibile, e la sua perdita non è stata senza conseguenze evidenti. Lo stile hard rock di Simpson è decisamente più picchiato di quello del predecessore e a volte mena quasi con troppa foga, cosa che potrebbe irritare più di un fan della prima ora. I suoi punti deboli vengono fuori soprattutto nelle sezioni strumentali, dove spesso suona poco dinamico e poco brillante, e troppo rigido. La sua permanenza nella formazione è stata breve, visto che per motivi di salute ha dovuto salutare la band dopo appena un anno. Personalmente non ho versato lacrime per il suo approccio dietro i tamburi, anche se è uno degli elementi più riconoscibili di questo album. Per fortuna gli altri elementi del sound sono rimasti intatti e i Saga mantengono per tutto il disco il loro stile inconfondibile, con la voce carismatica di Sadler e gli intrecci tra i passaggi di chitarra incisivi di Ian Crichton e le tastiere di Jim Gilmour al centro della scena.
I singoli brani sono almeno solidi, se non proprio irresistibili, ma stavolta di capolavori o classici non se ne vedono. “On The Air” dopo un’ironica introduzione radiofonica si riversa in un ritmo in crescendo con voce trattenuta e campioni sonori di tastiera che creano un’atmosfera misteriosa e melodrammatica. Nel momento in cui entra il riff di chitarra saltellante con il ritmo affilato, il pezzo viene portato in acque completamente diverse. Come da copione, il brano è più forte dove si fondono le parti di chitarra di Ian e le texture sinfoniche delle tastiere, tenute insieme dalla voce drammatica di Sadler. Il “collegamento radio” prosegue con “Keep It Reel”, dove sorprende un riff di chitarra straordinariamente tagliente e minaccioso, sorretto da un ritmo pieno di groove. La prova vocale di Sadler si distingue per un sarcasmo non nascosto, tipico già di molti loro lavori passati. Alcuni cambi di tempo del ritmo e della chitarra hanno persino qualche parallelo con certi lavori più vecchi dei loro compagni canadesi Rush. Gli strati melodici dei sintetizzatori portano in un pezzo piuttosto robusto la giusta dose di sottigliezza. “I’m Back” si apre con uno strato di sintetizzatori quasi epico, a cui segue un ritmo a tempo medio e un ritornello a più voci piuttosto standard. Non mancano bei ricami di tastiera e un ottimo assolo di chitarra.
“If I Were You” è una ballata romantica su chitarra acustica con tanti arrangiamenti sinfonici di tastiera, dove la voce di Sadler brilla in tutto il suo splendore quando si tratta di trasmettere sensazioni sottili. “Outside Lookig In” contiene una bella dose di ambient sinfonico, soprattutto grazie alle texture di tastiera stratificate, al suono etnico delle percussioni e a un ritornello sognante a più voci. “Don’t Look Now”, uno dei pezzi migliori del disco, dopo una breve introduzione si trasforma in un caricabatterie di energia a manetta, con i crudi assoli hard rock di Ian e un ritornello epico. I Saga non sarebbero i Saga se nel mezzo non infilassero anche una breve sezione strumentale sinfonica con belle texture di sintetizzatore. “Live At Five” ha una componente neo prog rock bella marcata, soprattutto per il suono dei sintetizzatori, anche se non mancano passaggi di chitarra taglienti, quasi metallici (Ian è sempre stato il membro più “assetato di sangue” della band). La sezione strumentale è di nuovo ottima, anche se a volte il suono rigido e poco dinamico della batteria disturba un po’. “Back Where We Started” è un altro pezzo discretamente solido, con il tastierista Gilmour in primo piano, che si conferma ancora una volta alla voce principale, anche se il ritornello non è niente di speciale e il ritmo è pure un po’ troppo monotono. “Believe” è un’altra (power) ballata sottile con begli arrangiamenti di pianoforte, che con chiunque altro al microfono invece di Michael sarebbe stata puro sentimentalismo sdolcinato, e invece è sempre un piacere ascoltarla. Nel bel finale Ian infila di passaggio un altro dei suoi tipici assoli di chitarra. La conclusiva “Don’t Make a Sound” è uno dei momenti migliori dell’album, con in evidenza la linea del basso di Jim, che dopo un’introduzione misteriosa passa a una parte energica dove brillano la voce epica, potenti passaggi di chitarra e alcuni motivi interessanti di tastiera. Il brano si accende davvero dopo il secondo stacco, dove entrano in modo meraviglioso strati ambient di tastiera, seguiti da una sezione strumentale con crescendo di batteria, tappeti sonori e acrobazie di chitarra.
Come da pronostico, “Network” è stato un degno successore di “Marathon” e un altro album molto solido di una band leggendaria che dalla fine degli anni ’90 non ha mai smesso di entusiasmare con dischi eccellenti, anche se secondo me non ha portato assolutamente niente di nuovo nel loro modo di fare musica fino a quel momento, e ci si accorge quasi di una cautela eccessiva, di come cerchino di accontentare al massimo la fanbase tradizionale senza rischiare. Si sente un po’ la mancanza di più sperimentazione e di quella loro tipica verve in certi motivi, perché ogni tanto sembra che preferiscano restare dentro i confini tracciati piuttosto che concedersi un’impresa prog rock un po’ più audace. Per una band che di rado è stata incline a sperimentare troppo o a scoprire nuovi confini sonori, è stato comunque di gran lunga meglio che rendersi ridicola per caso con un’altra figuraccia come il disastroso album “Pleasure & Pain” (1997), mentre il loro apice prog concettuale “Generation 13” (1995) non si poteva proprio superare, quando si parla dei vertici delle loro sperimentazioni sonore e degli scarti dal suono classico. “Network” accontenterà senza dubbio tutti i loro fan tradizionali, quelli che di loro apprezzano soprattutto la melodicità e l’immediatezza, ma per arrivare allo status di capolavoro come lo era, per dire, “House Of Cards”, gli manca un po’ di brillantezza ritmica e di imprevedibilità.
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(autore della recensione n. 1: Aleš Podbrežnik)
Che i leggendari canadesi Saga, band di art rock progressivo, stiano vivendo una nuova primavera, non ci sono più dubbi! Evidentemente il colpo a vuoto sfortunato dei Saga, il synth-pop elettronico di “Pleasure And The Pain” (1997), che sarebbe stato meglio chiamare semplicemente “The Pain”, è stato finalmente smaltito una volta per tutte.
Con “Network” i Saga non si limitano a confermare ancora una volta di essere tornati sui loro (veri) binari, quelli su cui si sono sempre trovati meglio: picchiano con un nuovo album così forte come non mi ricordo dai dischi “Worlds Apart” (1981) o “Heads Or Tails” (1983). “Network”, successore di “Marathon” (2003), che pure porta con sé tutta la grandezza delle tipiche creazioni dei Saga, supera il predecessore perché stavolta i Saga non si preoccupano solo della compattezza espressiva dei pezzi: hanno preso la rincorsa e suonano ancora più sfidanti dal punto di vista progressivo e picchiano ancora più vivaci! “Network” è carburato in modo ancora più “rockettaro” degli ultimi tre album dei Saga “post Pleasure And The Pain”. Il disco insomma respira a pieni polmoni, porta una dose maggiore di varietà e imprevedibilità, due assi che nelle mani giuste fanno da ago della bilancia per i progster, quello che ti permette di parlare di band (scritto con la maiuscola) e di (altre) band.
Per l’orecchio, una melodicità assolutamente contagiosa è sempre presente in ogni punto del nuovo album. L’approccio è unicamente “sagariano”, con l’inconfondibile “clangore” tagliente della chitarra di Ian Chrichton, avvolto in modo geniale in una massiccia cortina di sintetizzatori, su cui vengono di nuovo intessute con grandissimo gusto altre melodie di synth e sample al computer, che con la loro fantasia sorprendono l’ascoltatore ogni volta. Il cantante Mike Sadler è espressivo come sempre, la sua voce è delicata, sofisticata, sottile, malinconica. Quando con sensualità vissuta va dritto al cuore delle cose, arriva come un fulmine a ciel sereno.
Uno dei momenti più impressionanti del disco è catturato nel secondo brano, quando i Saga hanno dotato il pezzo Keep It Reel, in modo geniale, di una sirena da “air raid”. Lo sfondo allarmante del brano, con la sua drammaticità, mette letteralmente paura all’ascoltatore e, grazie all’atmosfera così evocata, il pezzo suona davvero in modo unico e progressivo.
Su “Network” possiamo goderci i tipici cambi di tempo dei Saga, passaggi di chitarra fulminei sopra i motivi di base, che fanno sì che “succeda sempre qualcosa”, e una massiccia cortina sonora di tastiere, che tiene l’atmosfera sempre a un livello alto. Il basso in produzione lega con decisione tutti gli altri strumenti e ha un ruolo particolarmente cruciale nei momenti più saltellanti del disco come I’m Back, Don’t Look Now e Live At Five. I Saga hanno chiamato nelle loro file un nuovo batterista, Christian Thompsona, che ha sostituito lo storico membro della band Steve Negus. Christian con il suo drumming fulmineo ha portato nel sound una dose extra di energia, che “Marathon” dal punto di vista della batteria non aveva avuto. I Saga ribaltano atmosfere elevate di ogni tipo come se niente fosse. I vecchi volponi lo fanno con facilità, e a esserne colpevoli sono soprattutto gli assoli incisivi di Ian Chrichton.
Dopo la partenza fulminea dei primi tre pezzi, i Saga calmano la palla con l’ottima semi-ballata If I Were You, guidata dalla chitarra acustica. L’atmosfera è a uno dei suoi vertici e continua attraverso un altro splendido “pezzo” semi-ballad, Outside Looking In. Il contrasto tra la chitarra arrangiata in acustico, la solida cortina di sintetizzatori e le batterie pesanti viene potenziato in modo fenomenale dalla voce malinconica e fragilmente sensibile di Sadler, che dà ogni volta alla storia dei Saga una dimensione del tutto personale. Il pezzo a tempo medio Back Where We Started è un ottimo esempio di doppiezza d’atmosfera, tra un pre-ritornello più sottile e il riff del ritornello metallizzato a colpi di cannone. Questa band è adornata da una magia straordinaria, riflesso di una collaborazione pluriennale e di una chimica fuori dal comune, che funziona tra i membri in modo insuperabile.
La perfezione dell’espressione nella musica rock, di solito, le band la dimostrano proprio nell’esecuzione delle ballate. E la ballata Believe, per una band dello stampo dei Saga, lo conferma. Qui il pianoforte classico e la voce di Mike hanno un ruolo integrale, al pezzo si aggiungono poi interi arrangiamenti orchestrali di violini. La fantastica malinconia e il dolore non cantato vengono spezzati a metà in chiave rock, il che scaraventa l’ascoltatore verso nuove sfere. L’album si chiude con la più bella composizione possibile, intitolata Don’t Make A Sound, che in pratica racchiude tutto ciò che i Saga sono. Il motivo d’apertura richiama subito, almeno per “feeling” e in modo fugace, persino la Child In Time dei Purple. Insomma, in questo pezzo i Saga ci sono in miniatura! Se non conoscete la band, nel provare l’ignoto in negozio mettete su prima questo pezzo sul disco, perché è l’esempio da manuale di tutto ciò che i Saga sono e sono sempre stati.
Per una musica così oggi purtroppo non c’è più posto per girare in radio. Noi persone oggi non sappiamo più nemmeno quali bellezze, fin troppo spesso, aggirino i nostri organi di recezione. Peccato. Così anche “Network”, con tutti i superlativi usati in questa recensione, resterà un capolavoro del rock ignorato dei giorni nostri. D’altra parte, la fedele base di fan dei Saga (“sagariani”) sarà infinitamente felice con “Network”.
Formazione
Michael Sadler – voce, tastiere
Ian Crichton – chitarra
Jim Crichton – basso, tastiere
Jim Gilmour – tastiere, cori
Christian Simpson – batteria
Produzione
Jim Crichton
Tracklist
1. On The Air (6:25)
2. Keep It Reel (4:18)
3. I’m Back (5:01)
4. If I Were You (3:48)
5. Outside Looking In (4:13)
6. Don’t Look Now (5:05)
7. Live At Five (5:15)
8. Back Where We Started (4:16)
9. Believe (4:56)
10. Don’t Make A Sound (6:18)
Durata dell’album: 49:44