Everyone Is Everybody Else

0 9

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Barclay James Harvest
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 1974
Voto: 4/5

“Everyone Is Everybody Else” è stato il primo album dei Barclay James Harvest uscito per la Polydor dopo la rottura del contratto con la casa discografica d’origine, la EMI-Harvest. Per una band che in quel periodo si stava costruendo una fama e una popolarità sempre maggiori, soprattutto nell’Europa centrale, il disco segnava anche l’inizio di un nuovo capitolo di carriera. La loro miscela energica di sinfonismo, pastorale e hard rock gli aveva già portato un bel successo e la simpatia di tanti ascoltatori, sia di prog che di rock classico, ma sul piano commerciale non erano ancora riusciti a imporsi a livello mondiale, e la madrepatria ha continuato a trattarli da matrigna anche in seguito (qui avevano lo stesso problema degli Uriah Heep, per dire). Il disco precedente, “Baby James Harvest” (1972), per il quale avevano dovuto mettere quasi del tutto da parte la stretta collaborazione con un’orchestra che in tour costava un occhio della testa, cosa che si sentiva anche nella direzione sonora un po’ cambiata, non aveva portato alla band il successo commerciale sperato. Fu questo il motivo principale per cui la vecchia etichetta mollò il colpo, e col tempo si rivelò un errore enorme, perché con la nuova casa i BJH ebbero un sostegno sempre più forte in tutti i paesi di lingua tedesca, dove entro la fine degli anni ’70 diventarono delle vere e proprie star.

Per “Everyone Is Everybody Else” la band ingaggiò il noto produttore Roger Bain, fino ad allora conosciuto soprattutto per il suo lavoro con band heavy rock come Black Sabbath e Budgie. Forse fu proprio questo uno dei motivi per cui i membri del gruppo rimasero insoddisfatti di alcuni risultati finali. In particolare il tastierista Woolly Wolstenholme, tecnicamente senza dubbio il musicista centrale della band, deve aver avuto da ridire parecchio su Bain, visto che fu costretto a ritirare dalla scaletta una sua creatura, “Maestoso”, che poi trovò posto sul suo primo album solista. Così se n’è andata un po’ della loro magia pastorale originaria e di quegli arrangiamenti orchestrali tipici dei primi dischi usciti per la Harvest. D’altra parte i BJH non hanno mai suonato così incisivi come su questo album, e di sicuro è piaciuto a tutti gli amanti del loro lato heavy rock. Anche se il contributo di Woolly è parecchio ridimensionato e questo è soprattutto il disco di John e Les, nemmeno i fan della loro anima sinfonica potevano restare delusi, perché i singoli arrangiamenti sinfonici, pur senza l’orchestra, sono gustosissimi.

I BJH sono sempre stati noti per aver messo, su ogni loro album, almeno un brano con un messaggio sociale di risveglio delle coscienze. Uno dei loro inni più famosi di questo tipo è proprio l’opener di questo disco, “Child Of The Universe”, registrata in origine per l’album solista di John “A Major Fancy” (inciso già nel 1972, ma uscito ufficialmente solo nel 1977). Ha un arrangiamento di pianoforte semplice ma bellissimo, firmato Woolly, intrecciato a un riff di chitarra essenziale. La forza espressiva del pezzo sta senza dubbio nel ritornello romantico e socialmente impegnato, dedicato a tutti i bambini la cui vita è stata devastata dalla guerra. Nonostante la band non fosse soddisfatta del suo aspetto produttivo finale, resta uno dei loro brani migliori e più noti, che ancora oggi non ha perso la sua energia e il suo messaggio originari e rientra a pieno titolo tra i classici del rock. “Negative Earth”, che racconta l’atterraggio drammatico della missione Apollo 13, tornata sulla Terra per il rotto della cuffia, è un altro pezzo molto bello, forse persino un po’ sottovalutato. Le linee blues della chitarra di John si sposano alla perfezione con le ondate del mellotron di Woolly e formano il motivo melanconico centrale. Ci mette del suo anche la voce inconfondibile di Les, angelica e intrisa di falsetto, che a volte sa essere pure fastidiosa, ma qui è tutto fuorché questo. È uno dei pochi brani dei BJH con il testo scritto dal batterista Mel Pritchard. Direi che è un pezzo davvero riuscito, che con la sua melodia malinconica cattura bene l’atmosfera di solitudine e impotenza che gli astronauti vissero nello spazio e durante l’atterraggio.

La drammatica “Paper Wings”, ispirata da una visita alla Tour Eiffel e dalla vista di una targa in ricordo di qualcuno che si era buttato dalla torre, è senza dubbio uno dei pezzi migliori del disco, soprattutto per i tanti cambi di tempo. Qui, per la prima volta nell’album, emerge con più forza la loro natura sinfonico-pastorale, perché Woolly sforna delle linee gustosissime e tinte di malinconia all’organo e al mellotron, mentre Les accompagna alla chitarra acustica. Devo fare i complimenti anche a John, che tessendo melodie malinconiche in terze e qualche riff energico alla chitarra dimostra che questa band ha lasciato il segno, e non da poco, nello sviluppo dell’heavy metal. Con “The Great 1974 Mining Disaster” i BJH si sono lanciati (per la prima volta, ma non l’ultima) in un esperimento interessante, riarrangiando completamente e cambiando il testo di un brano famoso di un’altra band rock. In questo caso si trattava di un classico dei The Byrds, “New York Mining Disaster 1941”, che John ha riarrangiato e riscritto in modo da dedicarlo alle proteste dei minatori britannici, che alla fine portarono alla caduta del governo conservatore di allora. Musicalmente è una ballata pastorale tipicamente alla John, solidissima, quasi classica, piena di ornamenti acustici e sinfonici, con un testo spiritoso e zeppo di allusioni ai rappresentanti incapaci del potere di allora. Dell’originale dei The Byrds si trova a malapena qualche traccia. I BJH faranno qualcosa di simile, qualche anno dopo, anche con il classico dei The Moody Blues “Nights In White Satin”, ma di questo parliamo in un’altra recensione.

L’incisiva “Crazy City”, che parla della vita in una grande città (qui Londra), è un altro dei grandi vincitori del disco e senza dubbio un classico dei BJH. È un brano molto interessante, che si potrebbe definire uno strano incrocio tra prog rock sinfonico e heavy metal (oggi qualcuno lo chiamerebbe direttamente progressive metal). Immaginate cosa verrebbe fuori mettendo insieme Yes e Iron Maiden e avrete la risposta su come suona questo pezzo clamoroso. I riff di John in certi punti suonano addirittura brutali e, nonostante il mellotron che arriva più tardi sullo sfondo, contribuiscono a far sì che i BJH non abbiano mai più suonato così incisivi come qui. L’intreccio di riff di chitarra sporchi ricorda perfino un po’ il motivo centrale del classico degli Iron Maiden “Genghis Khan”, anche se dubito che le Vergini di Ferro se lo siano preso in prestito, e più che altro sarà l’ennesima coincidenza. Colpiscono anche le ottime armonie vocali a tre voci, da sempre uno degli elementi più forti dei BJH. Peccato che non abbiano scritto più pezzi così, che contenevano le basi di quello che poi sarebbe diventato il prog metal. Segue l’unica ballata d’amore, “See Me See You”, molto più riconoscibile come pezzo dei BJH, con una forte componente pastorale e ottime armonie corali. Direi una delle migliori canzoni d’amore di John, con una punta di cinismo ben udibile e un buon mix tra pianoforte, chitarra acustica ed elettrica, in cui si sente tutto il suo amore per i Beatles.

Se dovessi giudicare l’album fin qui, senza il minimo dubbio finirebbe tra i tre, se non tra i due migliori dischi dei BJH. Purtroppo con i due brani successivi le cose vanno per un po’ in discesa, a conferma del fatto che quasi in nessun album sono riusciti a evitare qualche pezzo che sarebbe stato meglio lasciare fuori. Vale anche per la doppietta collegata, una miscela piuttosto bizzarra e poco tipica per i BJH di blues, folk e country. “Poor Boy Blues” è un incrocio parecchio strambo tra una ballata blues e il country, che semplicemente non convince, mentre il seguito “Mill Boys”, con il suo ritornello un po’ brillo, è un pezzo pop/folk piuttosto insolito, da prendere più o meno con la giusta dose di umorismo. In quel caso può risultare perfino divertente. Secondo John, entrambi i brani sono dedicati ai cotonifici di campagna, il che li mette senza fatica accanto ai Jethro Tull, tra quelle band “popolari” intrise di spirito antiquario. Nonostante i miei lamenti, però, la conclusiva delizia sinfonica ed epica “For No One”, un altro classico antimilitarista dei BJH in cui finalmente viene fuori anche la loro componente sinfonico-prog, chiude il disco in maniera maestosa e fa venire i brividi lungo la schiena ancora a lungo, anche se la versione che si trova sul loro primo album dal vivo “BJH Live” (1974) è ancora meglio. I magnifici arrangiamenti di mellotron e pianoforte di Woolly qui finalmente, per la prima volta nell’album, respirano davvero, mentre John serve alcuni degli assoli più sottili della sua carriera. Un ottimo ritornello a più voci, che nel verso sfodera anche l’enigmatico titolo dell’album, fa sì che finisca come era cominciato: con un inno che scuote le coscienze, contro la guerra.

“Everyone Is Everybody Else” rientra sicuramente tra i loro album migliori, ma a differenza di “Once Again” (1971), diventato una sorta di metro di qualità per tutti i loro lavori successivi, non lo metterei tra quei classici del rock senza i quali nessuna collezione musicale che si rispetti può restare. Se non ci fosse stato quel inutile esperimento blues e il contributo di Woolly fosse stato almeno un po’ meno ridimensionato, non avrei avuto remore a metterlo tra i classici. Lo consiglio come uno dei pilastri per chiunque si avvicini alla band, perché è un ottimo indicatore della loro grande varietà e contiene tante variazioni di stile e parecchi dei loro classici. “Everyone Is Everybody Else” è un album che ancora oggi ha un posto speciale nel cuore di tantissimi fan della band e con cui il gruppo è riuscito a superare con grande successo la prima tempesta importante della sua carriera, per poi arrivare, alla fine, alle stelle.

Formazione

John Lees – voce, chitarra
Woolly Wolstenholme – tastiere, cori
Les Holroyd – voce, basso, chitarra
Mel Pritchard – batteria, percussioni, cori

Produzione

Roger Bain

Tracklist

1. Child Of The Universe
2. Negative Earth
3. Paper Wings
4. Great 1974 Mining Disaster
5. Crazy City
6. See Me See You
7. Poor Boy Blues
8. Mill Boys
9. For No One

Durata dell’album: 38.56

BONUS TRACK DELLA RISTAMPA REMASTERIZZATA DEL 2003
10. Child Of The Universe
11. Great 1974 Mining Disaster
12. Maestoso (A Hymn In The Roof Of The World)
13. Negative Earth
14. Child Of The Universe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie