Thrak
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: King Crimson
Etichetta: Discipline Global Mobile
Uscita: 1995
Voto: 5/5
autore della recensione n. 2: Peter Podbrežnik (15.01.2008)
“Thrak” è stato l’ennesimo ritorno trionfale dei campioni del progressive rock King Crimson, di cui all’epoca probabilmente nemmeno la maggior parte dei loro fan più fedeli era certa che sarebbero mai tornati dalla tomba, dopo la nuova sepoltura a metà anni ’80 (la prima c’era già stata nei ’70) per mano del leggendario chitarrista Robert Fripp, il loro indistruttibile capo (o dittatore carismatico, se preferisci), che in quel periodo aveva deciso di dedicarsi alla gestione della sua scuola per chitarristi di talento, quella che in seguito avrebbe sfornato alcuni dei talenti chitarristici più interessanti del prog rock di oggi. Dopo una telefonata e un tè con il suo storico compagno di musica, il chitarrista, cantante e paroliere americano Adrian Belew, Fripp decise di risvegliare ancora una volta il suo primo amore, in una veste completamente nuova ma con la sua anima originaria. Secondo lui era tornato il momento in cui era comparsa una musica che sapevano suonare solo i King Crimson. Fripp era sempre stato il boia e insieme il risvegliatore di questi apostoli del progressive rock. Ogni volta che si affacciava una qualsiasi possibilità di successo commerciale, preferiva mandare tutto a gambe all’aria piuttosto che rischiare e magari cedere a un qualche compromesso commerciale dell’epoca. Tra tutti i pionieri del prog di fine anni ’60, i King Crimson erano una delle pochissime band che negli ’80 non si erano rese ridicole sfornando hit pop per la neonata generazione MTV o riempiendo stadi giganteschi per scherzo. Erano rimasti sempre fedeli alla loro anima avanguardista originaria, e la band degli anni ’90 era sonoramente unica e riconoscibile quanto ogni altra versione del gruppo prima di lei. Anche per questo fino ad allora godevano ancora di un rispetto enorme da parte della maggior parte degli appassionati delle mille forme di progressive rock, mentre per l’ascoltatore medio restavano un grande enigma venuto da un altro pianeta. Dopo l’uscita dell’EP “VROOOM” (1994), il loro primo lavoro in dieci anni, che aveva dato un assaggio fugace di come avrebbe suonato la band nel nuovo decennio, con “Thrak” era arrivato il momento di presentare quel nome leggendario in una forma rinnovata anche alle nuove generazioni, quelle che non erano ancora nemmeno nate quando il gruppo se n’era andato per la prima volta a prendersi una pausa.
Stavolta Fripp non voleva stravolgere la formazione come aveva fatto in passato: oltre a Belew ha richiamato nella band anche Tony Levin, bassista sopraffino e grande innovatore nell’uso dello stick, e la leggenda della batteria Bill Bruford. Con entrambi aveva già collaborato con grande successo negli anni ’80. Una mossa che garantiva senza dubbio la continuità sonora desiderata, ma Fripp voleva rinforzare ulteriormente il gruppo, soprattutto la sezione ritmica, con una dose di “sangue giovane”. Per questo ha portato nella band altri due armadi a tre ante della ritmica, allora un po’ meno noti, che insieme hanno trasformato la loro sezione ritmica in un vero mostro scatenato con due teste diverse. La quota americana della band si è così rafforzata ulteriormente con il bassista Trey Gunn, anche lui ottimo stickista, che Fripp aveva pescato dalla sua scuola per chitarristi di talento, e con il batterista Pat Mastelotto (ex-Mr. Mister), che a quel punto era già un nome piuttosto affermato. Nell’intesa ritmica con i due compagni più anziani, vegliati dall’alto da entrambi i pezzi da novanta della chitarra, questa versione dei King Crimson è diventata nota anche come il cosiddetto double trio. Voleva dire che ogni tanto, soprattutto per vari progetti di improvvisazione, potevano dividersi in due, tre o a volte perfino quattro band completamente diverse (il risultato furono gli album di improvvisazione usciti sotto il nome “ProjeKcts”). Spesso potevano permettersi che la seconda sezione ritmica andasse per un ritmo completamente diverso dalla prima, e di certo non mancavano i giochi poliritmici. Così si sono spalancati di nuovo orizzonti del tutto inediti di sperimentazione ritmica, e da questo punto di vista era senza dubbio la sezione ritmica più potente della loro storia. Ovviamente però le innovazioni non si sono fermate qui. I soundscape di Fripp (o, come diremmo noi, cortine sonore) hanno sostituito sempre più gli arrangiamenti sinfonici, mentre gli assoli d’avanguardia di Belew hanno raggiunto un nuovo livello di spirito.
Se dovessi sezionare il suono dell’album nel suo insieme, nella maggior parte dei brani si sente che il loro suono è tornato a essere molto più cupo e oscuro, più simile alla incarnazione dell’epoca di “Red” (1974) che a quella degli anni ’80. Oltre alle tipiche finezze ritmiche, spesso con elementi jazz, e a tanti momenti ambient, hanno trovato più spazio anche molti passaggi di chitarra quasi metal. Nonostante il suono moderno con cui sono tornati al passo coi tempi, l’essenza Crimson originaria è rimasta intatta, e il celebre motto di Fripp secondo cui questa è “una band la cui anima vive in epoche diverse in corpi diversi” si è avverato ancora una volta. Come al solito, a entusiasmare di più è la straordinaria eclettismo stilistico dei singoli brani e l’atmosfera incredibile che li pervade. Su “Thrak” i King Crimson sono riusciti a fondere tutte le migliori qualità delle incarnazioni precedenti del gruppo e a impacchettare il tutto in un suono moderno.
Che i re cremisi siano rimasti campioni della sperimentazione prog rock anche nella nuova veste lo dimostra già l’ottimo strumentale d’apertura “VROOOM”. Dopo il suono iniziale del mellotron di Fripp, dal timbro quasi di violini, l’ascoltatore viene crivellato dai passaggi urlanti della chitarra di Adrian, dai minimalismi a dita veloci di Fripp e da un ritmo scalciante con tanti cambi imprevedibili. L’atmosfera evoca l’immagine di un ambiente buio e misterioso, dove la corsa al profitto è riuscita da un pezzo a ridurre ai minimi termini tutte le emozioni umane di base. Questo ottimo inizio si riversa direttamente nella drammatica “Coda: Marine 475”, dove si sviluppa una tesa escalation ritmica tra le due sezioni ritmiche, con tanti passaggi chitarristici d’avanguardia in mezzo. Sullo sfondo si sente la voce di qualcuno che conta i minuti alla partenza di una specie di lancio, nella mia immaginazione probabilmente un siluro sottomarino.
Segue “Dinosaur”, uscita anche come singolo, una di quelle classiche Crimson purosangue che fanno venire i brividi ai palati fini del prog a ogni nuovo ascolto. Dopo il drammatico strato introduttivo di mellotron arriva un riff pieno di spirito che forma un motivo interessante, un po’ sulla scia dell’antichissimo classico Crimson “Cirkus”. Oltre alla splendida natura compositiva devo lodare anche l’ottimo testo di Adrian, dove usa una bellissima metafora sul dinosauro dissotterrato (“I’m dinousaur, somebody is digging my bones). Questa metafora si riferisce alla perfezione alla band che dopo anni ha dissotterrato di nuovo le proprie ossa, ma anche come immagine di un gruppo leggendario in piena maturità, a cui certi media affibbiano spesso l’etichetta di dinosauro del rock. Una delle mie classiche Crimson preferite e il momento dell’album in cui anche i fan più scettici potevano ormai essere totalmente convinti che la band fosse tornata come si deve, se non addirittura oltre ogni aspettativa. La struggente ballata malinconico-romantica “Walking On The Air” è secondo me una delle loro ballate più belle in assoluto. La voce estremamente sottile di Adrian qui richiama quasi di proposito il suo grande modello John Lennon, mentre la melodia romantica e sognante di chitarra e soundscape è incredibilmente seducente e chiude la bocca a tutti quei critici che gli rimproverano troppo intelletto freddo e poca calda capacità di aprirsi. “B’BOOM” è di nuovo una creatura un po’ più avanguardista, in cui i due batteristi mostrano il loro talento stupefacente in modo energico, e il risultato finale è un vero e proprio duello di batterie senza un vero vincitore. L’allievo (Mastelotto) se la gioca infatti ad armi pari con il maestro (Bruford). Sullo sfondo si sentono tanti suoni d’avanguardia, i cosiddetti frippertronics.
Lo scontro tra batterie scivola direttamente nello strumentale che dà il titolo all’album, “THRAK”, che potrei descrivere nel modo più semplice come un mix di metal d’avanguardia e musica ambient. Mentre su entrambe le sezioni ritmiche succedono cose pazzesche (da marce selvagge sulle pelli a ringhi dinamici e sfrenati di basso e stick), Adrian si inventa uno dei suoi tipici assoli folli. Fripp, come al solito, tiene l’equilibrio con i suoi soundscape. La cupa “Inner Garden I” funziona come una specie di lamento apocalittico. La segna una melodia semplice e ripetitiva di chitarra, una linea melodica di basso e una voce malinconica che dà l’atmosfera dell’ultimo essere umano sopravvissuto sulla Terra. Segue “People”, uno degli esperimenti più divertenti dell’album, uscito anch’esso come singolo. È un mix pieno di spirito di funk, pop, avanguardia e metal con un ritornello melodico e sofisticato. Di nuovo c’è da ammirare la voce carismatica di Adrian e il suo testo beffardo sulle più svariate stranezze della specie umana. Nonostante il ritornello semplice e la natura in generale sottilmente melodica, dentro c’è tutta una serie di passaggi ritmici insoliti e inserti chitarristici d’avanguardia che non si fermano al solo assolo allungato di Adrian. Anche qui si nota l’approccio completamente diverso delle due sezioni ritmiche. “Radio I” è un breve strumentale d’avanguardia con strani suoni di frippertronics, che fa da condotto verso un’altra ballata estremamente sottile, “One Time”. Ha un carattere ancora più fatalisticamente malinconico di “Walking On The Air” e presenta di nuovo la band come maestri unici nel cambiare atmosfere e campioni di varietà stilistica. La voce romantica di Adrian è sostenuta in modo eccellente da cortine sonore minimaliste, da un delicato accompagnamento di chitarra e da percussioni dinamiche. La sezione strumentale centrale, dove si fondono i soundscape di Fripp e i passaggi di chitarra di Belew, è incredibilmente golosa.
“Radio II” è per natura simile al suo predecessore: è una cortina più breve di soundscape di Fripp. Questa fa da ouverture a un altro seguito, “Inner Garden II”, dove si ripete la melodia del suo omonimo predecessore, solo che i soundscape ricevono un po’ più di rilievo. Segue “Sex Sleep Eat Drink Dream”, uscita anch’essa come singolo, che al momento dell’uscita avrebbe potuto addirittura puntare a girare sulle radio dell’epoca, perché è un mix interessantissimo e riuscito di funk, metal, pop e avanguardia, e la band qui a tratti suona come una moderna band di metal d’avanguardia. Dentro si trovano tanti elementi sonori sia della loro tradizione sia della nuova direzione portata dalle influenze della scena musicale degli anni ’90, e alcuni elementi che useranno nei loro progetti successivi. In primo piano ci sono la sezione ritmica funky e la voce sarcastica di Adrian, a tratti camuffata da un effetto particolare. Anche stavolta abbondano passaggi ritmici decisamente insoliti e assoli scatenati, sia di Adrian sia dello zio Bob, che ha ancora una flessibilità delle dita sbalorditiva.
“VROOOM VROOOM” ha un motivo d’apertura simile (mellotron dal timbro di violini) al suo predecessore a inizio album, ma è un pezzo ancora migliore. Dopo il mellotron iniziale arriva un brusco passaggio, seguito da una vasta prelibatezza strumentale con tanti passaggi chitarristici d’avanguardia e strutture ritmiche. A volte è davvero stupefacente come riescano, in modo così minimalista, a creare un’atmosfera così ricca e drammatica (a un certo punto Fripp scivola su una sola corda mentre Levin fa l’assolo sul suo stick). Anche qui si sente quella loro atmosfera postapocalittica così frequente, in cui gli uomini si sono ormai completamente robotizzati e si abbandonano ottusamente al “riparo” del Grande Fratello. Per il gran finale dell’album arriva ancora “VROOOM VROOOM: Coda”, che qui rappresenta il momento buio in cui finisce ogni speranza per l’umanità malata e svuotata dei sentimenti. Se ne occupano improvvisazioni parecchio d’avanguardia, dove le due sezioni ritmiche si scontrano ancora una volta, insieme alle follie chitarristiche di Adrian e ai soundscape di Bob. Negli ultimi cinque secondi si sente anche una brevissima melodia scherzosa e lo “yeah” di Adrian. Non è la prima volta che si concedono una trovata così spiritosa.
Anche con questo capolavoro del progressive rock i King Crimson hanno giustificato il loro ruolo di uno dei più grandi innovatori musicali del XX secolo. “Thrak” è stato un ritorno trionfale e uno dei migliori album progressive rock usciti negli anni ’90. Personalmente, forse è addirittura il mio album rock preferito di quel decennio, uno in cui non riesco a trovare un momento debole nemmeno con la lente d’ingrandimento. I King Crimson si sono dimostrati ancora una volta una delle poche band prog della prima generazione, se non l’ultima, a non aver mai smesso di evolversi e di scoprire nuovi territori della musica sperimentale. Anche se in fondo non dovrebbe essere chissà quale sorpresa per un gruppo che per molti è non solo un pioniere, ma addirittura la personificazione del progressive rock. Peccato che, come il cosiddetto double trio (se non conto le tante improvvisazioni uscite non sotto il nome King Crimson ma come “ProjeKcts”), non abbiano pubblicato qualche album in più, nonostante siano rimasti insieme per più di cinque anni. “Thrak” è l’incarnazione autentica e totalmente unica della perfezione progressive rock degli anni ’90 e uno di quegli album chiave che hanno contribuito in modo decisivo a rinfrescare il genere e a riaccendere l’interesse per esso. Per questo non dovrebbe mancare in nessuna collezione prog rock che si rispetti. È quasi ironico che ogni rivoluzione prog rock all’inizio di ogni decennio, dalla fine degli anni ’60 in poi, l’abbiano innescata proprio i King Crimson, una band che ha sempre evitato di farsi incasellare nel prog rock. Il loro enorme influsso sulle tendenze che hanno poi seguito nella musica sperimentale di ogni epoca li ha iscritti, ai miei occhi, per sempre come il gruppo più illustre del progressive rock. Anche dopo l’uscita di “Thrak” si sono quindi confermate le parole che una volta pronunciò Bill Bruford: “se ti interessa sapere come sarà la musica del futuro tra cinque anni, ascolta l’ultimo album dei King Crimson”.
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autore della recensione n. 1: Jernej Vene (24.10.2006)
Il chitarrista carismatico e testardo Robert Fripp, con la sua visione della vita e della musica, ha presto posto le fondamenta di un nuovo corso nel rock, definendone così il ramo progressive. Robert Fripp è un chitarrista eccezionale, e finora nessuno si è avvicinato a lui per originalità e unicità di espressione. Oltre a questo strumento ha lavorato molto con uno dei primi sintetizzatori monofonici, il mellotron, che usa ancora oggi. Nel 1984 Fripp aveva promesso che dei King Crimson non avremmo più sentito parlare. Ma si sa: mai dire mai, e roba del genere.
Robert Fripp ha messo insieme una band estremamente efficace, capace di trasformare le sue idee in realtà. Su Thrak i membri dei King Crimson, oltre al chitarrista e compositore Fripp, sono i batteristi Bill Bruford e Pat Mastelotto, ex membro dei Mr. Mister, i bassisti Trey Gunn e Tony Levin, che suonano anche il basso elettrico verticale e il basso a otto corde chiamato Stick, e il chitarrista e cantante principale Adrian Belew, che in passato ha collaborato con i Talking Heads e con David Bowie. Su Thrak i King Crimson portano avanti la loro espressione musicale iniziata negli anni Ottanta. Grazie ai frequenti cambi di formazione, i loro dischi hanno sempre trasmesso nuove ricerche nella musica che chiamiamo progressive, ovvero rock avanzato. Robert Fripp è ancora l’indiscusso guida ideale di questo movimento, mentre gli altri membri della band sono fedeli esecutori delle sue idee. Nella musica dei King Crimson sentiamo ancora complesse sequenze di accordi, influssi di free e orto jazz, chitarre metal e parti di registrazioni suonate al contrario, per cui Fripp è famoso fin dall’inizio della carriera. Con Thrak i King Crimson si lanciano in una nuova avventura, il cui successo finanziario però non era affatto in discussione. In tutto il mondo esiste un esercito di loro fan, anche se i King Crimson non hanno mai venduto milioni di copie dei loro album. La musica dei King Crimson è speciale, soprannaturale, e spinge l’ascoltatore nel profondo del suo subconscio, dove sono nascoste le risposte a tante domande. I King Crimson hanno sempre saputo celebrare le nozze tra inventiva e ambizione, e evitando le trappole del rock sperimentale si sono costruiti una carriera particolare, personale e di qualità. Nonostante le brevi interruzioni di carriera, i King Crimson sono ancora quello che erano all’inizio, ma in una veste di qualità e moderna: i veri, unici e tipici rappresentanti del progressive rock.
Formazione
Adrian Belew – chitarra, voce
Bill Bruford – batteria, percussioni
Robert Fripp, chitarra, mellotron, soundscape
Trey Gunn – basso, stick, voce
Tony Levin – basso, stick, basso elettrico verticale
Pat Mastelotto – batteria, percussioni
Produzione
King Crimson e David Bottrill
Tracklist
1. Vrooom
2. Coda: Marine 475
3. Dinosaur
4. Walking On Air
5. B’Boom
6. Thrak
7. Inner Garden I
8. People
9. Radio I
10. One Time
11. Radio II
12. Inner Garden II
13. Sex Sleep Eat Drink Dream
14. Vrooom Vrooom
15. Vrooom Vrooom: Coda