Feniks

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Mary Rose
Etichetta: 57 Records
Uscita: 2006

Eh, eh, eh! Alla fine è venuto al mondo! “Feniks” – secondo album dei leggendari hard rocker sloveni Mary Rose, di Postumia. Prima di passare all’analisi dettagliata del disco, ripassiamo qualche fatto di base. Questo album ha richiesto tanto tempo, ma proprio tanto. È il successore del primo disco della band, “Rocks Off”, del 1990. Tra il resto del materiale ci sono anche due brani riarrangiati da quel disco (Akcija, Vse in malo več), che ora hanno testi interamente in sloveno, proprio come tutto il resto di “Feniks”. Alle dodici canzoni si aggiunge Farewell come bonus track, registrata nel 1993, solo pochi mesi prima che lo Studio Tivoli andasse in fumo e, insieme a lui, per più di dieci anni, anche i sogni dei Mary Rose, che con “Feniks” vivono una nuova nascita proprio sulle proprie ceneri. I pezzi erano stati registrati già questa primavera, ma la band è rimasta fedele al proprio perfezionismo e ha fatto passare tutto il materiale per un nuovo mix e un nuovo mastering.

I Mary Rose servono hard rock spogliato fino all’osso! Crauti e salsiccia. Alla slovena! Hard rock cresciuto alla scuola di Deep Purple e Rainbow in veste moderna (Kralj za eno noč, Sam, Križ je s tabo, il “funky groove” di Krivda – attenzione: nel booklet al testo di quest’ultima manca una strofa (ogni tanto, purtroppo, si infila il refuso di stampa): “Pometel sem vse črepinje, svojih norih sanj, odslej bi rad se brez strahu, zbujal v novi dan”). Perché ho aggiunto i Rainbow? Per evitare che qualcuno vada a cercare per sbaglio un filo conduttore con l’altro figlio importante dei Deep Purple – i Whitesnake, appunto. Nei Mary Rose di blues non c’è praticamente un briciolo. Si trovano a meraviglia nell’epicità e nella magniloquenza del classicismo delle grandi melodie che costruiscono, che aveva segnato anche i già citati Rainbow.

Riff aperti, ben fatti, che ti entrano sotto la pelle al primo ascolto: il fulcro della band è sempre la melodia, la compattezza di brani costruiti “con testa e coda” e la botta, il tutto a braccetto! Nel riffing la chitarra è alla pari con l’organo Hammond, e insieme costruiscono la gran parte dell’immagine sonora della band. La voce è pulita, esplosiva in ogni registro, dove mantiene la sua potenza praticamente intatta. A tratti sfiora B.Dickinson (Iron Maiden) e quando in articolazione aggiunge un po’ di ruvidezza tagliente, il Dickinson del periodo di Seventh Son Of A Seventh Son. Žak è la soluzione ideale per i Mary Rose. La sua voce melodica porta epicità e pomp, e allo stesso tempo nei passaggi calmi è così raffinata da riuscire a infilarci una punta di soul.

La chitarra ha il tocco della scuola scandinava del solismo. Gli assoli sono puliti, precisi, a tratti estremamente veloci, ma sempre avvolti in una chiara melodia classica; di blues non c’è traccia, Alilovski governa con abilità le note senza sprecarle a casaccio, gli assoli hanno una costruzione riconoscibile e non sono cumuli di raffiche sparate in fretta dal pentagramma (Petrucci, mi senti!!!). Qua e là Hammond e chitarra giocano in terze, il tipico trucco Rainbow / Purple, che con astuzia spezza la potenziale monotonia che potrebbe portare la ripetizione del riff di base e porta la dinamica sia dei brani sia del disco a un livello superiore, regalando a “Feniks” un pizzico di imprevedibilità. I ragazzi curano questa dinamica nei passaggi strumentali centrali. Per esempio Izgubljen v času ha un classico riff esplosivo, mentre la parte strumentale centrale si spezza in una leggera linea jazzy. Queste parti sono la prova della maestria di tutto il quintetto, che unisce con grande sensibilità la propria bravura a un senso innato per la melodia. Nella formazione che ha registrato il disco i Mary Rose hanno decisamente trovato la giusta chimica di lavoro. La band ha quei grossi “attributi inglesi” che un rock che si rispetti deve avere, quindi da questo punto di vista si può davvero parlare di un salto di qualità per la scena rock slovena.

C’è anche qualche deviazione AOR! Il brano “Vse in malo več” segue lo spirito dei Journey; per produzione e approccio di esecuzione il pezzo è molto più grezzo rispetto alla levigatezza e alla morbidezza dei Journey, una specie di versione europea dei Journey, molto, molto vicina a quello che fanno gli scandinavi House Of Shakira, costruita addirittura sull’eredità dei buoni vecchi Europe. Anche il brano “Zvezda” segue in gran parte queste linee.

Il nucleo dei Mary Rose che costruisce la melodia è ovviamente il sodalizio Kastelec / Alilovski. Si sente il tocco dei più grandi duetti di questo genere – Lord / Blackmore (anche se Alilovski con Blackmore non c’entra niente, semmai con Rhoads, se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo), potenziato dalla voce unica e dannatamente esplosiva di Žak. Quest’ultimo, ascoltandolo, ti toglie letteralmente il fiato, perché è difficile, davvero difficile, trovare oggi nel campo dell’hard rock melodico un cantante che riesca ad affrontare la lingua slovena con una perfezione così rifinita. La bonus track Farewell, con i testi in inglese, dimostra quale straordinario potenziale nasconda ancora Žak: se anche solo per gioco ipotizzo un potenziale salto verso il mondo (che esiste!) per i Mary Rose, non devono preoccuparsi di nulla da questo punto di vista. Come dicevo, un cantante rock rifinito al massimo, che all’Ovest le hard rock band se lo “mangerebbero”.

Il vertice del disco è la parte centrale! Nella sequenza di tre brani “Strah pred užitkom”, “Zven tišine”, “Želja”! “Strah pred užitkom” mette in risalto la perfetta intesa tra tastiere e riffing e possiede gustosi arrangiamenti sinfonici in più, incastonati alla perfezione nella struttura di base del brano e al servizio dell’atmosfera di cui sopra. Questo pezzo si apre addirittura alla maniera tipica dei Dream Theater, quindi qui i Mary Rose si toccano col prog metal. Il brano ha un pre-ritornello progressivo e un ritornello epico dal taglio rock. Pura perfezione quanto a cura dei dettagli; qua e là ci sono infilate raffiche di scale suonate in velocità e doppie armonie in terze. Segue “Zven tišine”, dove brilla il senso della sottigliezza di Žak e la parte iniziale, calma, ha un leggero soffio di soul, soprattutto perché il pezzo naviga su una dolce melodia di pianoforte classico, prima di esplodere in un classico ritornello rock, mentre la voce qui si misura di nuovo a pieni polmoni con la melodia epica. Insomma, il brano ondeggia in modo dinamico. I contrasti tra ritornelli e pre-ritornelli sono letteralmente trionfali a questo punto. Una power ballad straordinaria! Il settimo brano, “Želja”, ha un’aria mistica da Led Zeppelin del periodo romantico medio-tardo nel riff d’apertura, ma sofisticata e senza un briciolo di oscurità. I Mary Rose proseguono qui con maestria nello stile di uno spiritoso alternarsi di onde dinamiche attraverso le parti più sottili – affidate alle tastiere – che si alternano bruscamente con la magniloquenza dei riff. Un altro pezzo a cui semplicemente non c’è niente da aggiungere e niente da togliere.

Ora i ragazzi rotolano attraverso la cattiva e dissoluta Akcija, che ammicca in modo più che evidente alle linee sleaze/glam hard rock, niente di strano se pensiamo che si tratta della rielaborazione di un loro brano originale, uscito per la prima volta nel 1990 sul disco “Rocks Off”. Il lato sottile del cantante Žak, già messo in risalto in “Zven tišine”, viene sottolineato ancora una volta nello “chanson d’impatto” “Najdražja”. La combinazione di pianoforte classico e della sua voce è evidentemente una combinazione vincente. La struttura del brano dimostra ancora una volta quanto sia alto il profilo dei musicisti dei Mary Rose.

Nei versi i ragazzi non nascondono le fissazioni per i corpi femminili, cosa che fa decisamente parte del rock and roll. Ma i testi non sono affatto banali, né logori e sfacciatamente diretti, e non appartengono certo a una bettola da sbronza. Esprimono una maturità in cui ai ragazzi il principio maschile-femminile è perfettamente chiaro; speriamo anche che con questo educhino con successo le donne.

I due versi qui sotto del brano “Želja” incarnano il tipico principio maschile-femminile del nostro creato:

“Vse je lažje, zdaj ko veš, da sanje čuvam ti.
Ni strahu več, zdaj ko tu sem, lahko mirno spiš.”

(l’uomo ha una visione chiara attraverso cui creerà un obiettivo, la donna si abbandona a lui completamente, perché ha trovato sicurezza accanto all’uomo)

Con il disco “Feniks” i Mary Rose tornano in grande stile, da trionfatori. Posso dire che con la nascita di “Feniks”, dopo il tramonto con Martin Krpan, si tratta finalmente della restituzione di gloria e onore al sano hard rock melodico in Slovenia. Come unità, con “Feniks” i Mary Rose tornano come sinonimo ed esempio di solida coesione, con una visione e un orientamento musicale chiari, e in più offrono un disco che, rispetto a lavori simili di band rock slovene, spicca nettamente e con cui solo in pochi possono davvero competere. Allo stesso tempo il dado è tratto e la sfida è lanciata per il suo superamento. Insomma, un album che in Slovenia non deve e non può passare inosservato. Stavolta basta!

Formazione

Žanil Tataj – Žak – voce, cori, chitarra acustica, viola, violino nel #13
Eki Alilovski – chitarra, chitarra acustica, cori
Davor Kastelec – tastiere, cori
Mitja Kobal – basso, cori
Jure Doles – batteria, percussioni

Produzione

Toni Jurij

Tracklist

1. Kralj za eno noč
2. Sam
3. Izgubljen v času
4. Vse in malo več
5. Strah pred užitkom
6. Zven tišine
7. Želja
8. Akcija
9. Krivda
10. Zvezda
11. Najdražja
12. Križ je s tabo
13. Farewell(bonus track)

Durata dell’album: 54:09

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