Floating

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1974
Voto: 4/5

Con il loro terzo album, “Floating”, gli Eloy hanno affinato ancora la loro vena sperimentale e arricchito l’eredità hard rock, basata soprattutto sugli intrecci infuocati tra gli arroventati riff di chitarra di Bornemann e le drammatiche pennellate dell’hammond di Wieczorke, il tutto sostenuto da un ritmo saltellante. Su “Floating” (titolo quanto mai azzeccato per un disco che contiene un bel po’ di “fluttuazioni” strumentali space rock/psichedeliche) gli Eloy hanno dato ancora più peso alle sezioni strumentali lunghe, dove chitarra e organo hammond continuano a recitare la parte dei protagonisti. La direzione, per molti versi, è rimasta la stessa del predecessore “Inside” (1973), ma i singoli strumentisti sono cresciuti in modo evidente, il suono degli arrangiamenti sinfonici è diventato sensibilmente più raffinato e meno oscuro, e anche il canto di Frank qui è parecchio migliore.

La band, poi, suona molto più compatta di prima come collettivo. Wieczorke qui è ancora completamente legato al suono di solito piuttosto incisivo dei suoi hammond. Altre tastiere, a parte un pizzico di mini moog su “Plastic Girl”, non le usava ancora, e il gruppo era ancora piuttosto lontano dalla sottigliezza sinfonica dei giorni successivi. Il bassista originale Wolfgang Stöckerja è stato sostituito da Luitjen Jansen, che in questo ruolo non ha portato chissà quale progresso, ma ha proseguito con solidità l’approccio del predecessore, intrecciando linee di basso potenti e al tempo stesso elaborate. In coppia con Fritz Randow, leggenda della batteria della scena prog/metal tedesca, forma una macchina ritmica efficace, capace di sputare fuori anche qualche linea davvero incandescente. Il canto inconfondibile di Frank, con il suo marcato accento tedesco, di certo non era per tutti i gusti, ma ancora oggi è impossibile immaginare il loro suono senza di lui. Il suo contributo vocale su questo album, a dire il vero, è giusto un assaggio ed è spesso subordinato alle lunghe fughe strumentali. I testi, per lo più di fantascienza, contengono alcune visioni futuristiche, e per “Plastic Girl” a scriverli li ha aiutati anche un paroliere britannico ingaggiato per l’occasione. Su “Floating” si sente che Bornemann in quel periodo faceva anche il produttore degli heavy rocker Scorpions: l’album è nettamente più duro di “Inside”, e anche se le influenze di gruppi space rock come Pink Floyd o Hawkwind si sentono dall’inizio alla fine, quelle art rock/hard rock alla Uriah Heep o Deep Purple sono quasi ancora più evidenti. I riff di chitarra di Frank, infatti, sono per lo più inseriti in strutture heavy rock e molto meno nelle forme libere delle jam space rock.

L’opener nonché title track “Floating”, una carica di energia, è un solido mix di heavy rock affilatissimo e jam space rock esoterico. Dopo l’esplosione iniziale sugli hammond, arriva un ritmo massiccio in crescendo, dove le parti di chitarra e di organo si fondono alla perfezione. In mezzo, a tagliarle, passaggi vari su bonghi e percussioni e i drammatici “o-o-o-ji” vocali di Frank. I numerosi cambi di ritmo imprevedibili, con l’alternarsi di momenti energici e tranquilli, mostrano un progresso notevole rispetto al disco precedente.

La prelibatezza space rock e pezzo centrale dell’album, “The Light From Deep Darkness”, si stacca dagli altri brani non solo per la sua lunghezza epica, ma anche per il miglior fluire tra i cambi di tempo, per la struttura dei singoli arrangiamenti e per l’effetto che ne deriva, un’atmosfera futuristica. Il crescendo iniziale di organo, voce e piatti ricorda un po’ alcuni lavori dei primi Pink Floyd, finché il tutto non viene tranciato da un riff di chitarra grezzo, sostenuto da un organo massiccio, una batteria saltellante e una voce rabbiosa. Le drammatiche armonie vocali a più voci e le linee degli hammond ogni tanto tirano volentieri dalle parti degli Uriah Heep. La lunga sezione strumentale con venature jazz, in cui l’iniziativa passa al basso sferragliante di Jansen, fino ai cataclismi finali firmati da riff di chitarra rigonfi e da un ottimo assolo di hammond, regge il confronto con alcune delle migliori fughe spaziali degli Hawkwind. Dopo il ritorno di un motivo “heepiano” tra i passaggi di batteria, i riff di chitarra e la voce incazzata, il pezzo torna di nuovo in territori heavy rock. Frank si concede anche un ottimo assolo di chitarra e qualche effetto chitarristico della scuola astrale di Syd Barrett. La jam strumentale conclusiva è una bella dimostrazione di perfetta sintonia, senza finire in una noiosa sbobba tecnicista come capita alla maggior parte dei gruppi di oggi che si fregiano dell’etichetta “prog”. “The Light From Deep Darkness” è, a mio parere, uno dei lavori migliori della loro carriera.

“Castle In The Air” è un altro solido incrocio tra heavy e space rock, con effetti wah-wah di chitarra in apertura finché non entra un riff di chitarra rovente sostenuto da una batteria massiccia. Ogni tanto spunta una melodia incredibilmente delicata di chitarra acustica, insieme a una narrazione che smorza un po’ l’impostazione martellante di questo brano così variabile. I passaggi di batteria, per l’epoca, sono sorprendentemente veloci, e l’uso del basso melodico non è meno squisito. Le armonie vocali a più voci creano un’atmosfera ipnotico-psichedelica che, se ti lasci andare abbastanza, può portarti anche per un breve viaggio nello spazio. I motivi brutali, tra riff di chitarra eruttanti e un ritmo infernale, ti riporteranno comunque in fretta coi piedi per terra. Nel finale arriva anche un dinamico assolo di batteria di Fritz, di quelli che non capitano certo tutti i giorni sul piatto di un batterista heavy rock.

All’improvviso il pezzo, senza nemmeno una pausa, sfocia nell’incalzante “Plastic Girl”, un altro dei migliori brani del disco. Qui Wieczorke, per cambiare, in alcuni punti usa anche il mini moog, che per l’epoca era ancora uno strumento prestigioso e piuttosto difficile da procurarsi. Un riff di chitarra succoso e l’organo alzano di continuo la tensione drammatica mentre la voce racconta il testo scritto dall’autore britannico ingaggiato. Col tempo l’iniziativa passa alle parti melodiche di hammond e chitarra, finché il pezzo non sfocia in una fuga strumentale ipnotico-trascendentale, che chiude il brano con la stessa calma con cui si era aperto.

Sul conclusivo “Madhouse”, che più di tutti gli altri brani del disco è vicino al classico heavy rock dei Settanta, in primo piano c’è l’interazione tra il tipico riffing martellante di Bornemann e i numerosi cambi di ritmo. Dopo il crescendo ritmico arriva un’ottima sezione strumentale, con tanti arabeschi di chitarra e un assolo su basso e batteria rombanti. Anche stavolta la voce in produzione è spinta parecchio sullo sfondo. Un’altra solida composizione dal taglio incisivo, che sarà pure un filo troppo poco astrale per i loro standard abituali, ma non per questo è meno convincente nel creare un’atmosfera drammatica e ad alto voltaggio.

Alcuni fan del rock progressivo apprezzano “Floating” parecchio meno del suo predecessore, soprattutto per la sua natura heavy rock difficile da incasellare, che emerge nei singoli brani; la cosa mi sorprende un po’, perché a mio avviso il progresso del gruppo rispetto a “Inside” è più che evidente, sia nella scrittura dei singoli arrangiamenti, sia nell’esecuzione strumentale e nella struttura della maggior parte dei cinque pezzi che lo compongono. Sul versante prog rock, in questa fase della carriera il suono del gruppo ha messo ancora più accento sui tanti cambi di tempo imprevedibili, che spesso si trasformavano in lunghe jam strumentali space rock. Forse qua e là c’è un po’ troppa enfasi sul suono pesante degli organi, che già dal disco successivo comincerà a lasciare spazio a una maggiore varietà e sottigliezza, con un ventaglio più ampio di tastiere, per le quali di solito sono più noti nella memoria collettiva, ma questo non toglie nulla alle sue altre qualità progressive rock. Con “Floating” gli Eloy non si sono ancora staccati del tutto dai confini del nostro sistema solare, visto che sono seguiti lavori molto più ambiziosi, per lo più di natura concettuale, e hanno cominciato a pendere sempre più verso il sinfonico, ma questo album resta comunque tra i migliori traguardi del progressive rock tedesco, anche se mettiamo in conto alcuni exploit della scena krautrock dell’epoca, più diffusa e tradizionale nella memoria collettiva.

Formazione

Frank Bornemann – voce, chitarra
Luitjen Jansen – basso
Manfred Wieczorke – organo, chitarra acustica
Fritz Randow – batteria

Produzione

Frank Bornemann

Tracklist

1. Floating (3:59)
2. The Light From Deep Darkness (14:37)
3. Castle In The Air (7:13)
4. Plastic Girl (9:05)
5. Madhouse (5:16)

Bonus track della ristampa:
6. Future City
7. Castle in the air
8. Flying high

Durata dell’album: 40:10

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