Frontiers Rock festival 2014 – primo giorno!
Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Trezzo sull'Adda / Live Club / Italia
Data del concerto: 01.05.2014
Pubblico: 2000
Prezzo del biglietto: 157,00€ (abbonamento 3 giorni) / 59,00€ (biglietto giornaliero)
Mesi passati a tentennare sull’andare o meno al festival si sono trasformati, il primo maggio 2014, in un viaggio di cinque ore verso la Lombardia, per la precisione fino all’antica cittadina di Trezzo sull’Adda, a un tiro di schioppo da Milano, dove ci aspettava il Frontiers Rock festival: tre giorni che, sulla scia del britannico Firefest, hanno riunito in un unico posto, nel cuore del Vecchio Continente, alcuni dei nomi più caldi del rock melodico, dell’AOR e dell’hard rock.
Grazie a un cartellone così specifico, il festival ha richiamato buongustai da vicino e da lontano. Nel parcheggio davanti al club si vedevano targhe francesi, svizzere, tedesche, persino polacche e olandesi. E ovviamente il festival non sarebbe stato quello giusto senza incrociare anche la simpatica combriccola dalla Croazia, con cui ci vediamo ormai da anni in giro per l’Europa: non importa se sono gli Y&T a Monaco di Baviera, gli Accept a Vienna o gli Scorpions a Bratislava! La dipendenza da concerti è una brutta bestia, e a furia di rivedere sempre le stesse facce, a prescindere dalle centinaia di chilometri macinati in una direzione o nell’altra, nonostante il salasso per il portafoglio alla fine ogni preoccupazione e ogni rogna passano in secondo piano davanti alla scoperta, ogni volta nuova, che il romanticismo del rock è ancora vivo. Qui e ora. Il Frontiers Rock festival ha fatto il pieno!
Dopo esserci sistemati in un alloggio privato lì vicino, la nostra squadra Rockline di quattro persone si è fiondata subito nel club, che può contare su una capienza di oltre mille spettatori ed era già bello pieno alle tre del pomeriggio. In generale, una delle belle sorprese del festival, in tutti e tre i giorni, è stata la fedeltà con cui il pubblico ha seguito tutte le band (e non solo i nomi più altisonanti) fin dal primo pomeriggio.
Quando siamo entrati in sala, sul palco si stavano già scaldando gli State of Salazar, giovane band svedese che con l’EP »Lost My Way« (2012) è diventata subito una piccola attrazione underground tra gli amanti del rock melodico. Gli State of Salazar puntano sul linguaggio AOR classico, con tante armonie vocali e un accompagnamento leggero di chitarre e tastiere, quindi il paragone con Survivor o Toto è più che azzeccato: questi ultimi, tra l’altro, sono stati citati dal cantante Marcus Nygren in uno dei suoi interventi come i suoi grandi idoli musicali. Come i Toto, gli State of Salazar sono più una band da studio che da palco: a differenza della maggior parte delle giovani formazioni scandinave simili, preferiscono investire le energie in un’esecuzione perfezionista del materiale piuttosto che in acrobazie esplosive sul palco, e così, tra ritornelli eseguiti da manuale, qua e là è scappata anche la pelle d’oca! Già l’opening act del festival ci ha regalato una bella sorpresa: il rifugio sotto l’ala della Frontiers è evidentemente già di per sé la prova che, anche con i nomi meno noti, sulla qualità si può stare tranquilli!
Seguiti a ruota dai Dalton, altri rappresentanti della scuola rock svedese, ma di tutt’altra pasta rispetto ai loro predecessori sul palco. La storia della band risale infatti a trent’anni fa, a metà degli anni Ottanta, quando il batterista Mats Dahlberg lasciò i Treat e si mise insieme a un nuovo gruppo di musicisti. Nascevano i Dalton! Nella seconda metà degli Ottanta hanno pubblicato due album oggi considerati classici, prima di finire nella pattumiera della storia, per poi rimettersi insieme solo di recente, quando a Sandviken, in Svezia, dopo due decenni di inattività hanno suonato come spalla degli Scorpions. Ora stanno preparando il terzo album, e quindi l’esibizione davanti a un club ben pieno di fan del rock melodico in Italia è capitata proprio a fagiolo, visto che si parla di fare il pieno di motivazione durante il faticoso processo di realizzazione di un disco. I Dalton hanno servito il loro materiale classico, senza far mancare il loro più grande successo You’re Not My Lover (But You Were Last Night), regalato alla band dagli autori Jon Bon Jovi, Richie Sambora e Desmond Child. Si notava la lunga assenza dal palco, perché l’esecuzione non è stata proprio impeccabile, ma i veterani svedesi hanno comunque portato a casa il set in modo abbastanza compatto e sicuro da spingere senza fatica la sala a partecipare e a incitarli spontaneamente. I concerti dei Dalton sono una vera rarità, quindi per la maggior parte dei presenti incontrarli è stato come incastrare un altro tassello mancante nel mosaico delle band già viste dell’eredità mezzo dimenticata del rock melodico.
Gli appassionati di sport, sentendo il nome Three Lions, pensano subito alla nazionale inglese di calcio, che si porta dietro quel soprannome da decenni, ma lo stesso nome se l’è dato anche una nuova band britannica composta da veterani della scena AOR. Il chitarrista Vinny Burns (Dare, Ten, Asia), il batterista Greg Morgan (Dare, Ten) e la novità sulla grande scena, il cantante e bassista Nigel Bailey, hanno suonato al festival il loro primo concerto in assoluto, e infatti all’inizio dell’esibizione avevano ancora le gambe che tremavano, ma grazie alla loro ricca esperienza hanno ripreso fiato in fretta. In quaranta minuti i Three Lions hanno scorso il debutto uscito due settimane prima del festival, in cui camminano sul sottile confine tra il suono del classico AOR britannico anni Ottanta (Ten, Airrace) e le leve chitarristiche classiche alla Thin Lizzy o ai leggendari UFO. Nonostante l’approccio minimalista del trio di base, i Three Lions hanno riempito bene il suono e anche nelle strofe cercavano di ricavare il massimo dai passaggi melodici, soprattutto grazie alla voce vellutata di Nigel Bailey. Un’esibizione corretta, ma per un voto ancora più alto ai tre Leoni britannici è mancato un po’ più di cuore.
Gli Snakecharmer sono una band che piacerà soprattutto agli amanti del sound classico dei Whitesnake, cioè della loro eredità fino all’album »Slide It In« (1984) compreso, quando il clan del Serpente Bianco non era ancora stato travolto dal vento di capigliature vaporose e dalla tradizione rock californiana degli anni Ottanta. Come potrebbe essere altrimenti, visto che il nucleo del gruppo è formato da due eminenze musicali, l’ex chitarrista dei Whitesnake Micky Moody e il bassista Neil Murray (ex-Whitesnake, ex-Black Sabbath), mentre la formazione è completata dal tastierista Adam Wakeman (figlio di Rick Wakeman degli Yes), dal cantante Chris Ousey, dal chitarrista Laurie Wisefield e dal batterista Harry James. L’anno scorso gli Snakecharmer hanno pubblicato l’omonimo debutto, la cui presentazione è stata il filo conduttore del concerto. Gli Snakecharmer guadano il sound del rock classico, di cui sono responsabili soprattutto le dita di Wakeman che scivolano sulle tastiere hammond, mentre le linee vocali pulite dell’ex frontman degli Heartland Ousey, che sale anche nei registri più alti, sono ciò che definisce la band come rappresentante del filone rock melodico. Negli Snakecharmer c’è quindi la fusione di due diverse scuole di rock, e il risultato è una dose efficace di rock da taschino, più che all’altezza dei nomi eminenti sul palco. Gli Snakecharmer hanno costruito la maggior parte del set con materiale proprio, e non sono mancati i brani Guilty as Charged, il singolo potente Accident Prone e My Angel, ma siccome gli Snakecharmer non possono proprio sfuggire alla fama del passato, non potevano mancare nemmeno alcuni successi dei Whitesnake. Se Slow an’ Easy è stata una piacevole variazione, soprattutto perché David Coverdale e compagnia non la suonano da anni in nessun tour dei Whitesnake, la scelta del pop hit Here I Go Again era tutt’altra cosa. Ma funziona così: soddisfare gli appetiti del grande pubblico ha sempre la precedenza sul gourmet puro e semplice, e nonostante questa nota anche gli Snakecharmer hanno giustificato in modo del tutto credibile il loro nome eminente quel pomeriggio.
Uno dei nomi più interessanti del primo giorno di festival erano i W.E.T., una specie di supergruppo svedese di rock melodico, visto che il suo nucleo è formato da membri di Work of Art, Eclipse e Talisman (dalle sigle di queste band deriva anche il nome). I direttori creativi Robert Sall ed Eric Martensson hanno fondato il progetto con il desiderio di unire ciascuno la propria visione dell’AOR del XXI secolo, dopo che con i debutti delle rispettive band madri nel 2008 erano diventati entrambi due figure di spicco del revival melodico scandinavo, e nel nido hanno attirato anche il celebre cantante Jeff Scott Soto. I W.E.T. hanno sfruttato con successo la comoda fascia oraria del tardo pomeriggio e hanno dimostrato che non era stata assegnata loro a caso! Gli svedesi coltivano un approccio sofisticato, con chitarra e tastiere che collaborano ovunque, e la voce solista si adatta alle linee complessive senza esplodere in tutta la sua grandezza, per questo anche Soto sul palco non è riuscito a calarsi nel suo noto ruolo di frontman energico e scalpitante. I W.E.T. sul palco funzionano quindi come una squadra alla pari, che con arrangiamenti dinamici tiene il pubblico sotto scacco per tutta la durata del set, e per giunta la giovane compagnia di musicisti svedesi giura sul perfezionismo in fase di esecuzione, così da ogni canzone hanno tirato fuori il massimo senza fatica. A metà concerto Soto ha anche reso omaggio, con uno striscione spiegato, al ricordo del suo buon amico Marcel Jacob, scomparso troppo presto, fondatore dei Talisman. Un’esibizione piacevole e ben riuscita, anche se più tardi si è visto che sia Martensson (Eclipse) sia Soto tenevano ancora nascosti i loro assi migliori!
La storia degli Hardline è davvero interessante. Dopo che della vecchia formazione era rimasta solo una pallida ombra e che nemmeno il terzo album »Leaving The End Open« (2009) aveva soddisfatto gli appetiti più esigenti, la band era clinicamente morta, e a risvegliarla dal sonno è stato il tastierista italiano e uno dei cavalli di battaglia della Frontiers, Alessandro Del Vecchio. Del Vecchio ha scritto alcuni brani e li ha fatti ascoltare a Johnny Gioeli, cantante e unico membro originale rimasto negli Hardline. Lui ne è rimasto entusiasta, è nato l’album »Danger Zone« (recensione qui), e gli Hardline sono andati incontro a un nuovo capitolo della loro esistenza, anche se in molti (a ragione) si chiedono quanto sia credibile il marchio di oggi.
Anche se Gioeli è circondato da una squadra di musicisti esperti, che sul palco sanno esattamente cosa fanno, stando al contesto gli Hardline sono oggi più un progetto tenuto in vita dalla Frontiers che un blocco compatto che respira uno per l’altro. Ciò non ha comunque impedito agli Hardline di mettere in scena una delle esibizioni più energiche dell’intero festival, retta soprattutto sulle spalle del frontman Johnny Gioeli. Se con gli Axel Rudi Pell, dove Gioeli lavora da più di quindici anni, la sua performance vocale e scenica resta inespressa, con gli Hardline la storia è completamente diversa! Gioeli ha messo in scena uno show ad alto numero di ottani e si è sottomesso completamente l’enorme palco, non c’è stato un momento in cui abbia risparmiato energie, nemmeno nei pezzi vocalmente più impegnativi come i classici Everything o la conclusiva Rhythm from a Red Car. Gioeli ha lasciato molto spazio di manovra anche ai musicisti di accompagnamento: negli assoli hanno mostrato il loro variegato sapere il tastierista Del Vecchio, il chitarrista di origini portoricane Josh Ramos e anche il batterista Francesco Jovino. Gli Hardline, oliati da tante esperienze, con straordinaria scioltezza e a pieno slancio hanno fatto una passeggiata attraverso tutti e quattro gli album in studio, e le ovazioni più rumorose, comprensibilmente, se le sono prese i pezzi del leggendario debutto »Double Eclipse«. Sul palco si respirava a pieni polmoni, sotto il palco i battiti dei cuori durante l’esecuzione del hit Hot Cherie sono saliti alle stelle: il fascino e l’essenza della band sono quindi ancora lì, nonostante il retrogusto amaro sulla credibilità. La domanda è se sarà mai più possibile vedere gli Hardline dal vivo!
Il ruolo di headliner del primo giorno è toccato agli americani Tesla, arrivati in Europa a tutto gas solo per l’esibizione al Frontiers! Il desiderio di accontentare l’etichetta che ha il merito del loro ritorno sulla mappa dell’hard rock era quindi grande, e a giudicare da quanto si vedeva lo era anche la gioia degli organizzatori, che ballavano all’estrema destra del palco, dove per tutto il tempo che la band è stata sul palco si scambiavano gesti scherzosi e sorrisi con i musicisti. Per i miei gusti persino un filo troppo vistosi.
I Tesla hanno suonato in Italia poco prima dell’uscita del tanto atteso nuovo album »Simplicity«, e così, accanto ai vecchi successi, in versione live sul suolo europeo hanno preso vita per la prima volta in assoluto due brani completamente nuovi, MP3 (Too Much Technology) e Ricochet. Questa è una band che non ha mai avuto paura delle nuove sfide! I Tesla non conoscono pause dai concerti: suonare con regolarità (soprattutto in giro per il loro paese) li ha scolpiti in una vera macchina da palco, le cui raffiche arrivano da ogni parte. In prima fila c’è il simpatico frontman Jeff Keith, con il suo timbro unico e la voce gutturale, che può essere la più grande rottura di tutte nel modo di percepire i Tesla. Se vi innamorate della performance vocale di Keith, il concerto dei Tesla diventa un unico grande piacere, perché il modo in cui la sua voce tiene testa alle potenti figure di riff sul palco, rispetto agli originali in studio, non perde nemmeno un briciolo di mordente! Le acrobazie chitarristiche del primo chitarrista Frank Hannon hanno aggiunto ai brani dal vivo il riconoscibile spessore dei Tesla, e i suoi numeri (compreso suonare la chitarra dietro la schiena) si sono presi ovazioni fragorose in sala. Anche se come solista negli ultimi anni flirta con il blues e il country, la sua vena hard rock pulsa ancora con piena consapevolezza.
Dopo i classici iniziali Hang Tough e Heaven’s Trail (Now Way Out), gli americani hanno buttato dentro un brano dall’album »Bust a Nut« (1994), Mama’s Fool, e il pezzo successivo, Into The Now, con il suo tipico ritornello contagioso, nonostante sia più recente, a giudicare dalle reazioni è già da un pezzo tra i cocchi del pubblico della band. Anche l’altro chitarrista Dave Rude, nel gruppo dal 2006 in poi, ha mostrato qualche spedizione solista e si è così preso, almeno per qualche istante, il primato sul palco, che per la maggior parte poggiava sul gioco scenico tossico di Jeff Keith. L’infinito chilometraggio dei Tesla ha permesso ai cinque sul palco di suonare con sicurezza, ma, a differenza per esempio degli Stryper il giorno dopo, senza discorsi vuoti o addirittura patetici, che spesso »adornano« i grandi del rock abituati a esibirsi di continuo. La possente ballad Love Song ha annunciato che il concerto stava entrando nella fase finale, in cui i Tesla ci hanno servito ancora due pezzi forti del debutto »Mechanical Resonanse« (1986), Modern Day Cowboy e Little Suzi. Il suono era pulito come uno specchio, le armonie di chitarra e voce chiaramente udibili, il volume spinto a vette da spaccare i timpani, per cui l’ultima esperienza live della serata mi ha scosso fino all’ultimo angolino del corpo. I minuti sono volati in un attimo, e i Tesla hanno chiuso il concerto con il bis d’obbligo, il pezzo Cumin’ Atcha Live.
Se mi permettete ancora una nota personale: l’attesa di anni è stata finalmente ripagata dal nuovo incontro con i Tesla, anche se avrei voluto sentire almeno qualche pezzo in più rispetto ai “modesti” tredici. Tesla, Rockline è già in attesa del nuovo tour europeo nei club!
Scaletta
THREE LIONS:
1. Hold Me Down
2. Twisted Soul
3. Kathmandu
4. Don’t Let Me Fall
5. Hellfire Highway
6. Trouble In A Red Dress
SNAKECHARMER:
1. Guilty as Charged
2. A Little Rock & Roll
3. Accident Prone
4. Falling Leaves
5. Moody’s Blues
6. Slow an’ Easy (Whitesnake)
7. My Angel
8. Here I Go Again (Whitesnake)
9. Fool for Your Loving (Whitesnake)
W.E.T.:
1. Walk Away
2. Learn to Live Again
3. Invincible
4. Love Heals
5. Rise Up
6. Bad Boy
7. Still Unbroken
8. Broken Wings
9. If I Fall
10. Comes Down Like Rain
11. Brothers in Arms
12. One Love
HARDLINE:
1. Danger Zone
2. Takin’ Me Down
3. Everything
4. Fever Dreams
5. Dr. Love
6. In This Moment
7. Keyboard Solo
8. Voices
9. Drum Solo
10. Life’s a Bitch
11. In the Hands of Time
12. Guitar Solo
13. Hot Cherie
14. Rhythm from a Red Car
TESLA:
1. I Wanna Live
2. Hang Tough
3. Heaven’s Trail (No Way Out)
4. Mama’s Fool
5. Into the Now
6. MP3 (Too Much Technology)
7. Ricochet
8. What You Give
9. Love Song
10. Signs (Five Man Electrical Band)
11. Modern Day Cowboy
12. Little Suzi (Ph.D.)
—bis—
13. Cumin’ Atcha Live
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